Libia (linkiesta.it)

Ognuno di noi – scriveva il teologo fiorentino Enrico Chiavacci – ha il diritto e il dovere di sapere “dove mette i propri soldi e a che cosa quei soldi servono. È un dovere morale, fondamentale per tutti”. Senz’altro per un cittadino della nostra Repubblica, che “ripudia la guerra”. A maggior ragione per un cristiano.

Come potrebbe, infatti, un discepolo di Gesù di Nazaret, maestro della nonviolenza, proclamata nelle Beatitudini, depositare i soldi in una banca che investe nel mercato delle armi? Papa Francesco ha di recente affermato che “non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite”. Bisogna cambiare mira, investire in vita!

Ciò nonostante, il governo italiano nel 2019 ha speso ben 27 miliardi di euro in armi, 72 milioni al giorno! Nello stesso anno, ha autorizzato la vendita di armi per cinque miliardi di euro. Spesso in deroga alla Legge 185 del 1990 che proibisce di vendere armi a paesi dove i diritti umani sono violati o in guerra, come l’Arabia Saudita, cui l’Italia vende bombe usate nello Yemen.

In barba alla stessa Legge, il nostro paese sta vendendo due fregate Fremm all’Egitto per un valore di 1,2 miliardi di euro. Per non citare le tante altre armi vendute all’Egitto, usate anche per la repressione interna (con migliaia di prigionieri politici, tra cui lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki, in carcere da oltre quattro mesi).

La tortura e la morte di Giulio Regeni fanno parte di questa sanguinosa repressione dell’attuale regime egiziano, che collabora solo fin ad un certo punto nell’indagine giudiziaria che ha già individuato cinque autori del sequestro. Tutto questo giro d’affari avviene attraverso le banche.

Sempre grazie alla Legge 185, il Parlamento è obbligato a dar conto ogni anno dell’export italiano di armi, indicando anche le operazioni bancarie delle aziende armiere e le relative banche.

Nel 2019 ai primi due posti si confermano Unicredit e Deutsche Bank. Al terzo posto Barclays Bank. Al quarto e quinto posto altrettanti istituti italiani: Popolare di Sondrio e Intesa San Paolo. A seguire Commerz Bank, Credit agricole, Banca Nazionale del Lavoro, Bnp Paribas Italia e Banco Bpm. Sono le prime dieci “banche armate” in Italia.

L’appello lanciato dalle riviste Missione Oggi, Mosaico di Pace, Nigrizia e dal movimento Pax Christi nel 20° anniversario della Campagna di pressione alle “banche armate” è rivolto a ogni cristiano/a, ma anche a ogni cittadino/a della nostra Repubblica che “ripudia la guerra”.

Per questo ci appelliamo a ogni comunità cristiana, parrocchia, diocesi, congregazione religiosa, istituto missionario, convento, monastero e, perché no, a ogni scuola e università cattolica. Ma ci preme indirizzare il nostro appello anche ad ogni Comune, Provincia e Regione della Repubblica, tutte istituzioni provviste di una tesoreria, che ha il “dovere morale” di sapere dove mette i propri soldi e a che cosa servono.

Purtroppo per tanti anni, dopo il lancio della campagna, come cristiani e come cittadini siamo rimasti sordi a questo appello. A tutti oggi ritorniamo a chiedere di scrivere ai direttori della propria banca, manifestando la volontà di non accettare che i soldi depositati vengano investiti in armi.

Se milioni di cittadini, insieme a tante istituzioni religiose e civili, facessero questo gesto, potremmo ottenere straordinari risultati nell’impegno per la pace nel mondo. Ci incoraggia il fatto che alcune Chiese, a livello ecumenico, stanno già usando lo stesso metodo di “disinvestimento” dalle banche che, investendo in fossili (petrolio e carbone), contribuiscono a provocare disastri ecologici.

Come cristiani e come cittadini abbiamo l’obbligo di modificare le strutture economico-finanziarie che producono morte. Cambiamo mira, investiamo nella pece!