Trenta candeline. L’età della piena maturità. È un anniversario speciale quello di oggi 9 luglio 2020. Compie 30 anni la legge 185 del 1990. La legge che regolamenta la trasparenza e il controllo del commercio italiano di materiali d’armamento. Quella che voleva, se non svuotare, almeno rendere trasparenti gli arsenali bellici. Per questo, negli anni, ha subìto alcune ferite sotto i colpi di lobby che hanno cercato di depotenziarla. Oscuri burocrati governativi, generali, capitani d’azienda, banchieri: sono loro, titolari degli interessi armati, che annunciano da almeno 15 anni che è giunta l’ora di mandare in pensione la 185. Non ci sono ancora riusciti. Eppure tanti anni di tiro a fuoco hanno un po’ afflosciato lo spirito che espresse quella legge.

In questi 30 di applicazione della Legge 185/90 sono state autorizzate esportazioni dall’Italia per materiali d’armamento per un controvalore di 97,75 miliardi di euro a valori correnti, che diventano 109,67 miliardi di euro con il ricalcolo a valori costanti 2019. È ciò che emerge dallo studio pubblicato dalla Rete italiana per il Disarmo e dalla Rete della pace.

E per l’occasione dei 30 anni, e a 20 anni dal lancio della Campagna di pressione alle “Banche armate”, le riviste Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia, insieme con il movimento Pax Christi, terranno oggi alle 14.00 a Brescia una conferenza stampa e videoconferenza di rilancio della Campagna.

Un rilancio diventato fondamentale visto l’emergere di alcuni fenomeni quanto mai preoccupanti: la tendenza da parte degli ultimi governi a incentivare le esportazioni di sistemi militari anche a paesi verso cui sarebbero vietate (paesi in stato di conflitto armato, i cui governi sono responsabili di gravi violazioni di diritti umani e la cui politica contrasta con i principi dell’articolo 11 della Costituzione, ecc.) e, contemporaneamente, il graduale allentamento da parte di diversi istituti di credito delle rigorose direttive che avevano emesso alcuni anni fa allo scopo di poter finanziarie e offrire servizi bancari anche a aziende che producono ed esportano armamenti a paesi ricchi di risorse energetiche, ma pesantemente coinvolti in conflitti e violazioni. Tutto questo è stato favorito dal progressivo indebolimento della trasparenza della Relazione governativa e dalla costante mancanza di controlli da parte del Parlamento.

Negli ultimi 4 anni gli acquirenti di sistemi militari italiani sono stati, infatti, i paesi dell’Africa settentrionale e Medioriente a cui gli esecutivi Renzi, Gentiloni e Conte hanno autorizzato l’esportazione di materiali militari per quasi 17 miliardi di euro, pari al 51,2% del totale delle licenze rilasciate (33 miliardi di euro). Tra questi Paesi spiccano le monarchie assolute islamiche della penisola araba (Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman) e diversi paesi del bacino sud del Mediterraneo (Egitto, Algeria, Israele, Marocco). Si tratta di esportazioni finanziate e favorite da diversi gruppi bancari italiani ed esteri le cui specifiche operazioni è oggi, a differenza di alcuni anni fa, impossibile rintracciare nella Relazione governativa.

Nella mattinata di oggi una delegazione delle tre riviste e di Pax Christi si è recata alla base militare di Ghedi, considerata un luogo simbolico delle azioni di morte che in questi anni sono partite dal territorio italiano verso zone di guerra.

Gli ultimi articoli del mensile Nigrizia sulla legge 185 e sulla Campagna “Banche armate”:

La Campagna dei trent’anni

 Unicredit, il colpo in canna