Cannes 2023: l’onda africana sulla Croisette - Nigrizia
Cinema
Al 76° Festival del cinema 12 film di registi africani o afrodiscendenti
Cannes 2023: l’onda africana sulla Croisette
Presente un'intera generazione di giovani cineasti dal continente. Con due donne in lizza per la Palma d’Oro: la francese di origini senegalesi Ramata-Toulaye Sy con il suo primo lungometraggio “Banel et Adama” e la tunisina Kaouther Ben Hania con “Les filles d'Olfa”. Per la prima volta anche film da Rd Congo e Sudan
02 Maggio 2023
Articolo di Simona Cella
Tempo di lettura 5 minuti
Catherine Deneuve nell'immagine ufficiale del 76° Festival di Cannes

Onda africana, fuoco d’artificio, la stampa francese si è sbizzarrita nel commentare la presenza alla 76°edizione del Festival di Cannes (16-27 maggio) di ben 12 film di registi africani o afrodiscendenti, di cui 8 in selezione ufficiale.

Iperbole a parte, certo è che a differenza degli anni passati quando solo i decani del cinema africano (Sembène, Mambety, Cissé, Ouedraogo, Cissako…) venivano selezionati (con il contagocce), quest’anno è un’intera generazione di giovani cineasti che sarà presente sulla Croisette.

Il delegato generale Thierry Fremaux ha commentato la selezione rivendicando orgogliosamente le sei registe in competizione (anche da Senegal e Maghreb) che daranno spazio alla visione femminile del mondo, nonché la presenza per la prima volta di paesi quali Sudan e Repubblica democratica del Congo che confermano Cannes come Festival mondiale e globalizzato.

E per quanto riguarda i contenuti, Fremaux conferma come temi attuali quali la violenza contro le donne, la discriminazione razziale e sessuale, le questioni di genere, le malefatte e l’oppressione quotidiana del neocapitalismo, siano sempre più centrali.

Torniamo però all’Africa. In competizione ufficiale due donne sono in lizza per la Palma d’Oro.

La tunisina Kaouther Ben Hania, talentuosa regista de L’uomo che vendette la sua pelle, presenta Les filles d’Olfa un documentario al confine con la finzione che racconta, attraverso il punto di vista di Hind Sabri, 10 anni (dal 2010 al 2020) della turbolenta vita di Olfa, domestica e madre di quattro figli che assiste alla radicalizzazione delle sue due figlie adolescenti che dopo aver raggiunto l’organizzazione terrorista Daesh, vengono incarcerate in Libia a seguito di un attacco americano.

Olfa, che da un giorno all’altro diventa un personaggio mediatico linciato in quanto madre di due mostri, farà di tutto per estradare le figlie perché possano venir giudicate in Tunisia.

La vera rivelazione è però la 36enne Ramata-Toulaye Sy, nata a Parigi da genitori senegalesi, selezionata con il suo primo lungometraggio Banel et Adama. Il film, che riprende storia e ambientazione del precedente cortometraggio Astel, è incentrato sull’amore impossibile tra Banel e Adama, 18 e 19 anni, che non conoscono altro che il loro amore e il loro piccolo villaggio sperduto nel Fouta Toro, regione del Senegal settentrionale abitata dai Peuls.

Adama è introverso e discreto mentre Banel è passionale e ribelle. Nonostante le differenze i due ragazzi sono destinati ad amarsi per sempre e a scontrarsi con le convenzioni sociali che non accettano il caos generato dalla passione e mettono a dura prova la coppia.

Girato in lingua pulaar, interpretato da attori professionisti e non, con una troupe quasi esclusivamente senegalese, il film è la storia di un amore che cerca di sopravvivere nella stretta tra tradizione e modernità.

Una storia con una forte impronta femminista che la regista ha assorbito dalle sue icone letterarie: Maya Angelou, Toni Morrison e Chimamanda Ngozi Adichie.

Nella sezione ‘Un certain regard’ quattro opere prime da Sudan, Repubblica democratica del Congo e Marocco. 
Dal Sudan Goodbye Julia di Mohammed Kordofani, storia di Mona, cantante ormai in pensione devastata dal senso di colpa per avere insabbiato un omicidio.

Il rapper congolese Baloji Thishiani presenta Augure storia di un ragazzo accusato di stregoneria. Tema, quello della stregoneria, da sempre presente nel suo inclassificabile e ambizioso stile musicale. Un film di genere, girato in francese, swahili, lingala ed inglese, al confine tra afrofuturismo ed esperienza sensoriale, e dove la musica ha un ruolo da protagonista.

Due sono i film dal Marocco.
Kadib Abyad / La mère de tous les mensonges di Asmae el Moundir, un documentario molto intimo su segreti e ricordi della famiglia della regista.

Les meutes di Kamal Larzaq, thriller ambientato nei quartieri popolari di Casablanca dove Hassan e il figlio Issam sopravvivono grazie a piccoli traffici per la malavita locale. Ma quando un uomo che erano incaricati di rapire muore accidentalmente nella loro macchina, i due dovranno affrontare una lunga notte nei bassifondi della città per cercare di sbarazzarsi del cadavere.

Due i film alla ‘Quinzaine des cinéastes.
Déserts del pluripremiato regista marocchino Faouzi Bensaïdi che sceglie un western on the road per raccontare la storia di Mehdi e Hamid, amici di lunga data che lavorano per un’agenzia di recupero crediti e che attraversano i villaggi del grande sud marocchino con la loro vecchia macchina, condividendo camere doppie in hotel squallidi.

Tutto cambia però quando in una stazione di servizio piantata in mezzo al deserto incontrano un uomo ammanettato al portabagagli di una moto. Un incontro fatale che li catapulterà in un viaggio mistico.

E un altro documentario al confine con la finzione:
Mambar Pierrette di Rosine Mbakam (Camerun/Belgio), duro ritratto di una madre coraggio che lotta per sopravvivere con il suo mestiere di sarta.

La sezione parallela ACID presenta il documentario Machtat della tunisina Sonia Ben Slama che esplora la vita dei musicisti che si esibiscono nei matrimoni tradizionali e Nome di Sana Na N’Hada, regista della Guinea-Bissau che continua il suo racconto sulla memoria del suo paese con un dramma storico ambientato nel 1969 in Guinea-Bissau durante la guerra d’indipendenza contro il Portogallo.

Protagonista è Nome che dopo anni di guerriglia torna da eroe nel suo villaggio ma dopo la gioia iniziale si troverà ad affrontare l’amarezza e il cinismo del post indipendenza.

Infine due proiezioni speciali:
Little Girl Blue di Mona Achache, regista franco-algerina che con una docufiction fa risorgere sua madre, interpretata da Marion Cottilard e nella ‘Séance de minuit’, Omar la Fraise del franco-algerino Elias Belkeddar, commedia che presenta un’iconoclasta e originale Algeri.

Oltre ai film, l’Africa sarà presente con il Pavillon Afriques, che per il quarto anno consecutivo proporrà incontri con registi e produttori, dibattiti e proiezioni, e con Afrocannes due giorni di eventi per promuovere l’inclusione e la diversità nell’industria cinematografica.

Le premesse per un’edizione all’insegna di una riscossa del cinema afrodiscendente ci sono tutte.

 

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