Papa Francesco durante il suo viaggio in Africa (Credit: L'Indro)

Com’è tradizione, anche quest’anno papa Francesco ha rivolto alla comunità ecclesiale un messaggio in occasione della Giornata missionaria mondiale (Gmm) che si celebra nella penultima domenica di ottobre, quest’anno il 24. Si tratta di una circostanza privilegiata per fare memoria della missione, nella cristiana certezza, come egli scrive nell’incipit della sua missiva che «quando sperimentiamo la forza dell’amore di Dio, quando riconosciamo la sua presenza di Padre nella nostra vita personale e comunitaria, non possiamo fare a meno di annunciare e condividere ciò che abbiamo visto e ascoltato».

È dunque evidente che mai come oggi, in una stagione della storia umana profondamente segnata dalle diseguaglianze, parafrasando la prima Lettera di Pietro, occorre essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (3,15). Dal punto di vista dei significati, sono molteplici le declinazioni di questa domenica che rappresenta il vertice del mese di ottobre, il mese missionario.

Anzitutto perché il ministero petrino di papa Francesco ha una forte valenza ad gentes, essendo incentrato sulla trilogia dell’evangelizzazione disegnata nei vangeli. Essa consiste nell’affermazione della «Chiesa in uscita» perché l’andare verso ogni genere di alterità è la legge della fede cristiana; un movimento che spinge i credenti a collocarsi in “periferia”, locus per eccellenza della missione; dalla parte dei “poveri”, dunque di coloro che vivono nei bassifondi del nostro tempo.

È sufficiente riflettere su quanto sta avvenendo in Afghanistan, dove un gran numero di persone soffre pene inenarrabili, espressione eloquente della “cultura dello scarto”. Per non parlare delle guerre dimenticate che insanguinano l’Africa subsahariana e che molto raramente vengono mediatizzate.

Scoraggiamento e disincanto

Al cospetto di tanta umanità dolente che viene immolata sull’altare dell’egoismo umano, non è lecito stare alla finestra. Infatti, come scrive papa Francesco, «tutto in Cristo ci ricorda che il mondo in cui viviamo e il suo bisogno di redenzione non gli sono estranei e ci chiama anche a sentirci parte attiva di questa missione: “Andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli” (Mt 22,9). Nessuno è estraneo, nessuno può sentirsi estraneo o lontano rispetto a questo amore di compassione».

Francesco, facendosi interprete delle istanze poste dal dettato conciliare, quello del Vaticano II, che purtroppo – ahinoi – per lunghi anni abbiamo, per così dire, lasciato peccaminosamente nel cassetto, ci offre ancora una volta un’ermeneutica dei segni dei tempi: «La situazione della pandemia – scrive – ha evidenziato e amplificato il dolore, la solitudine, la povertà e le ingiustizie di cui già tanti soffrivano e ha smascherato le nostre false sicurezze e le frammentazioni e polarizzazioni che silenziosamente ci lacerano. I più fragili e vulnerabili hanno sperimentato ancora di più la propria vulnerabilità e fragilità. Abbiamo vissuto lo scoraggiamento, il disincanto, la fatica; e perfino l’amarezza conformista, che toglie la speranza, ha potuto impossessarsi dei nostri sguardi».

Vocazioni

Di fronte a questo scenario, siamo tutti chiamati a una decisa assunzione di responsabilità. E proprio a questo proposito, papa Bergoglio ha ribadito un’urgenza che egli aveva già espresso in altre circostanze: «Nel contesto attuale c’è bisogno urgente di missionari di speranza che, unti dal Signore, siano capaci di ricordare profeticamente che nessuno si salva da solo». Si tratta di un questione scottante guardando alla nostra realtà italiana, sintomatica di un malessere che andrebbe seriamente diagnosticato.

Negli anni Novanta, i missionari/e italiani erano circa 24.000 tra preti fidei donum, religiosi/religiose, membri di società di vita apostolica, laici e laiche. Oggi sono circa 6000, e molti sono avanti negli anni. L’età media dei membri delle congregazioni religiose, storicamente impegnate nel servizio di evangelizzazione nel mondo, si attesta sui 67 anni. I preti fidei donum, prima dell’anno 2.000 erano 713, oggi sono 303.

Da rilevare, comunque, che in questi anni sempre più famiglie e singoli laici/laiche hanno deciso di dedicare mesi o anni alle Chiese sorelle nei 5 continenti. E purtroppo anche a questo proposito, a causa soprattutto del dilagare della pandemia, il loro numero è passato dai 3mila del 2019 a circa un migliaio di oggi. Se da una parte essi rappresentano il valore aggiunto delle nostre comunità disseminate lungo lo Stivale, dall’altra è evidente che se di crisi stiamo parlando, dobbiamo riconoscere che essa rappresenta un punto di discontinuità, un passaggio che segna una differenza marcata tra un prima e un dopo.

Dov’è la comunità cristiana?

Il cambiamento della domanda vocazionale nella società italiana è emblematico di come occorra rinnovare in profondità le modalità dell’animazione missionaria e in generale della cosiddetta pastorale ordinaria. In passato, una pastorale di “conservazione” o di “mantenimento”, nella cornice di una civitas christiana rendeva per certi versi le cose più semplici, non foss’altro perché nessuno aveva l’ardire di esprimere giudizi temerari nei confronti del papa e della Chiesa. Ma oggi quella civitas rimane impressa, in molti casi, nella memoria degli anziani o sui muri delle cattedrali, ma non certo nei comportamenti della gente

Ecco perché le mutate condizioni storiche esigono una attualizzazione e una concretizzazione di quanto affermato nel decreto Ad Gentes del concilio Vaticano II: «La Chiesa che vive nel tempo è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il disegno del Padre, trae la sua origine» (7).

La testimonianza offerta dai nostri missionari/e, vere e proprie «sentinelle del mattino» nel gergo di san Giovanni Paolo II, è davvero motivo di edificazione. «Contemplare la loro testimonianza missionaria – scrive papa Francesco – ci sprona a essere coraggiosi e a pregare con insistenza “il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe” (Lc 10,2); infatti siamo consapevoli che la vocazione alla missione non è una cosa del passato o un ricordo romantico di altri tempi. Oggi, Gesù ha bisogno di cuori che siano capaci di vivere la vocazione come una vera storia d’amore, che li faccia andare alle periferie del mondo e diventare messaggeri e strumenti di compassione. Ed è una chiamata che Egli rivolge a tutti, seppure non nello stesso modo».

La posta in gioco è alta e l’episcopato italiano era già stato messo in guardia rispetto a quella che poteva essere la perniciosa deriva delle vocazioni missionarie nel corso della 73ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), svoltasi a Roma nel maggio del 2019. «A fronte di una riconoscibile “fatica missionaria”, alimentata da una molteplicità di cause è necessario riproporci le “ragioni appassionanti” della missione, consapevoli dello sviluppo del magistero, della riflessione teologica e della loro ineludibile dimensione storica».

Queste parole, così cariche di passione e ricche di significati, costituirono uno dei passaggi centrali della riflessione, formulata in quella circostanza, da monsignor Francesco Beschi, che allora ricopriva il duplice incarico di presidente della Commissione episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese, e presidente della fondazione Missio.

Nel frattempo, lo sappiamo tutti molto bene, il Covid-19 ha pesantemente inciso, non solo sulle attività di pastorale in Italia, ma ha anche fortemente condizionato l’attività evangelizzatrice dei nostri missionari/e nelle periferie del mondo. L’intento dichiarato è quello di servire la causa dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, circoscrivendo il perimetro della solidarietà.

A questo proposito, papa Francesco, nel suo messaggio per la Gmm, ha puntualizzato la questione dicendo con chiarezza: «Ricordiamo che ci sono periferie che si trovano vicino a noi, nel centro di una città, o nella propria famiglia. C’è anche un aspetto dell’apertura universale dell’amore che non è geografico bensì esistenziale. Sempre, ma specialmente in questi tempi di pandemia, è importante aumentare la capacità quotidiana di allargare la nostra cerchia, di arrivare a quelli che spontaneamente non li sentiremmo parte del “mio mondo di interessi”, benché siano vicino a noi (cfr Enc. Fratelli tutti, 97)».

Farsi carico

Ecco che allora la questione, antropologicamente parlando, consiste nell’avvertire, col cuore e con la mente, le implicazioni dell’evangelizzazione in tutta la sua finitezza e ampiezza, nel suo progetto quotidiano e assoluto. Questa spiritualità ad gentes non tollera deleghe ed esige un decentramento rispetto ai tradizionali obiettivi di una società inerte nei confronti del proprio destino.

Il tema della Giornata missionaria mondiale di quest’anno, «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20), la dice lunga: «è un invito – scrive papa Francesco – a ciascuno di noi a “farci carico” e a far conoscere ciò che portiamo nel cuore». Questo movimento, nello spazio e nel tempo, non può però prescindere, nel complesso e articolato magistero di papa Francesco, dalla conversione del cuore, dal bene condiviso, dalla pace, dalla giustizia, dalla riconciliazione, dal rispetto del creato.

«Vivere la missione è avventurarsi a coltivare gli stessi sentimenti di Cristo Gesù e credere con Lui che chi mi sta accanto è pure mio fratello e mia sorella». Un riferimento questo che implicitamente solleva l’istanza dell’integrazione in una società, la nostra, avvezza alla “cultura dello scarto”. L’unico vero antidoto per papa Francesco è che l’amore compassionevole di Cristo «risvegli anche il nostro cuore e ci renda tutti discepoli missionari».

(Articolo pubblicato sul numero di ottobre 2021 di Nigrizia)

 

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