Libri
Luca Raineri
La crisi libica e l’ordine internazionale. Dall’intervento umanitario alla competizione geopolitica
Carocci, 2022, pp. 200, € 22,00
24 Agosto 2022
Articolo di Raffaello Zordan
Tempo di lettura 3 minuti

Chi segue le vicende libiche dal 2011, cioè dalla caduta di Gheddafi – agevolata da Francia e Regno Unito, e benedetta dalla risoluzione Onu del 17 marzo che autorizza l’uso della forza per proteggere i civili – e fatica a districarsi, può trovare ampio conforto in questo meticoloso lavoro di analisi. Di certo affrontando queste pagine si ha modo di riconsiderare al microscopio i momenti salienti della crisi libica, con i personaggi, le fazioni gruppi armati e gli attori internazionali che l’hanno punteggiata e caratterizzata.

Crisi tutt’altro che risolta e che anzi sta riproponendo dinamiche simili a quelle che sembravano appartenere al passato, seppur recente (seconda guerra civile 2014-2020). Il paese nordafricano si ritrova al momento con due governi rivali: quello di Abdul Hamid Dbeibah, primo ministro del governo di unità nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello di Fathi Bashagha, nominato primo ministro dal parlamento di Tobruk.

Ma l’autore, esperto di sicurezza internazionale con un occhio di riguardo all’Africa e ricercatore alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, si spinge oltre. Ipotizza che «la crisi libica rappresenti l’apogeo dell’ordine internazionale liberale, ma anche l’inizio della sua crisi che oggi appare irreversibile». In estrema sintesi la crisi libica – dove l’Occidente progressivamente si congeda e arrivano Russia e Turchia – come chiave per individuare su base empirica la crisi dell’ordine internazionale che si sta avviando «verso una lunga fase di transizione dagli esiti incerti».

Il prof. Raineri delinea in tre mosse il suo dispositivo di indagine: a) focalizza l’attenzione sugli interventi internazionali; b) muovendo dai risultati della recente ricerca in materia di interventismo internazionale rileva come «gli interventi più intrusivi e ambiziosi della comunità internazionale, originariamente volti a ricostruire dalle fondamenta le strutture di un ordine liberale nelle aree di crisi (state-building) abbiano oggi ceduto il passo a forme di governance della sicurezza a distanza»; c) rimarca che le «modalità di intervento “leggere” danno luogo a forme di cooperazione transnazionali che traducono gli stimoli al ri-ordinamento liberale sulla base non tanto di esigenze funzionali o convergenze normative, quanto di interessi contingenti e rapporti di forza mutevoli».

Nella sezione con l’esplicito titolo “L’interventismo liberale in declino”, Raineri sottolinea che, per quanto riguarda la Libia, «l’approccio leggero si è rivelato impotente a garantire il disarmo delle milizie rivoluzionarie, determinando il conseguente naufragio della transizione democratica». Certo l’approccio è stato «radicalmente e volontariamente diverso da quello adottato in Afghanistan o in Iraq, ma l’esito è stato analogo: dissoluzione dell’autorità, ibridazione delle istituzioni, polarizzazioni identitarie ed escalation della violenza».

Dunque il paese del Nordafrica rimane in una condizione di precarietà e maggiormente esposto ai venti della competizione geopolitica, argomento diffusamente trattato nel capitolo finale. Venti che hanno obiettivi e approcci diversificati: dalle ambizioni della Turchia alle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere per tenere a debita distanza i migranti subsahariani, dalle Vie della seta di Pechino che non risparmiano il Mediterraneo agli esercizi muscolari di Mosca, dalle strategie nordafricane della Nato ai riverberi del mondo arabo.

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