Sulla capacità di un’opera d’arte di interrogare le miserie dell’animo umano alla ricerca di una qualche verità non si possono dire parole definitive. Nemmeno se a dirle è il capostipite della letteratura africana moderna in lingua inglese, quel Chinua Achebe (nigeriano, 1930-2013) che, nel 1975, ha bollato Cuore di tenebra come romanzo razzista che contribuisce a de-umanizzare l’Africa, a considerarla antitesi dell’Europa e quindi della civiltà.

Un giudizio che sarebbe illogico ignorare, specie quando si vede che anche oggi, in Occidente, l’“altro” viene facilmente svilito ed emarginato. E tuttavia il romanzo di Joseph Conrad (1857-1924) – pubblicato nel 1902 e ambientato sul fiume Congo, nei territori allora sottoposti alla predazione di Leopoldo II re del Belgio – continua a incantare per la sua cifra narrativa. A suscitare sdegno sul colonialismo europeo in Africa.

A sollevare polemiche sull’adesione o meno di Conrad allo schema ideologico dell’epoca per cui colonizzare significava affrancare gli altri popoli. A insinuare domande su quale sia il tema centrale dell’opera (una delle risposte possibili: la tenebra è costitutiva dell’umano, è una forza di attrazione con cui tocca convivere).

Ora il vignettista americano Peter Kuper, che pubblica sul settimanale The New Yorker, ha creato una graphic novel adattando Cuore di tenebra e perciò fornendo una sua interpretazione del romanzo. Inquietante e indifferente il fiume che, in forma di serpente, scivola lungo le pagine dei tre capitoli e risucchia subito dentro la vicenda vissuta e raccontata da Marlow.

Febbrile e onirico il viaggio in Congo per recuperare, per conto della Compagnia che sovrintende al commercio di avorio, il funzionario Kurtz, ormai morente, che si è fatto prendere la mano dal potere (tema universale), si è creato un regno personale e dispone dei suoi sudditi come meglio crede. In questa vicenda i congolesi sono semplici comparse, come afferma Achebe? O sono testimoni consapevoli e dolenti della tragica parabola di un uomo e di un’epoca (di molti uomini e di ogni epoca), come suggerisce Kuper?

Di certo le immagini spingono a rileggersi il libro. E a soffermarsi su alcuni passaggi: «La terra non sembrava terrena. Siamo abituati a vedere la forma soggiogata di un mostro vinto, ma là – là potevi vedere quella cosa mostruosa e libera. Non era terra, e gli uomini erano – No, non erano inumani. Ecco, sapete, questa era la cosa peggiore – questo sospetto del loro non essere inumani. Esso veniva lentamente in ognuno. Urlavano e saltavano, e si contorcevano, e facevo orribili smorfie; ma ciò che atterriva era proprio il pensiero della loro umanità – come la nostra – il pensiero di una nostra lontana parentela con quel baccano selvaggio e appassionato» (traduzione di Sara Donegà, Barbès, 2009).

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