Il 26 dicembre scorso è scomparso a 90 anni di età Desmond Tutu, una delle figure più importanti e significative del Sudafrica contemporaneo, a tutti noto come “l’Arcivescovo”.

Era nato in una famiglia di africani xhosa e tswana nella cittadina di Klerksdorp nella provincia del Nord, un tempo denominata Transvaal, già centro di battaglie durante la guerra anglo boera e sede di due campi di concentramento – uno per i bianchi, l’altro per i neri – che registrarono ingenti quantità di morti.

Cristiano anglicano, dopo il matrimonio con Leah Nomalizo – da cui nacquero quattro figli – entrò nel sacerdozio e quindi studiò teologia al King’s College di Londra. Nel 1984 fu nominato vescovo e nel 1985 arcivescovo di Johannesburg: in entrambi i casi, si trattò del primo africano che raggiungesse tale posizione. Nel 1986, infine, divenne arcivescovo di Cape Town e capo della Chiesa anglicana per l’Africa australe.

Sin da ragazzo, Desmond Tutu ebbe a scontrarsi con il razzismo e le discriminazioni del mondo coloniale. Avrebbe voluto studiare medicina, ma le condizioni socioeconomiche della famiglia non glielo consentirono, così che ripiegò sull’insegnamento.

Assunto alla Johannesburg Bantu High School, si dimise per protesta contro il Bantu Education Act che negli anni Cinquanta razzializzò il sistema scolastico sudafricano nel contesto del sistema dell’apartheid entrato in vigore dal 1948. Da pastore anglicano, divenne cappellano all’università per soli neri di Fort Hare, isola di resistenza antiapartheid e luogo di formazione dell’élite africana di quegli anni, che egli contribuì a indirizzare e sostenere.

La scelta di Soweto

Dopo il periodo di studio in Gran Bretagna la sua voce si levò sempre più forte e decisa nell’arena pubblica e la sua presenza si fece sempre più influente nella società del tempo.

Usò la dignità della porpora vescovile non per ritualismi cerimoniali ma per aggiungere forza all’opera di acceso sostegno dei diritti umani, schierandosi sempre dalla parte dei deboli e degli oppressi sino a diventare un popolarissmo campione della resistenza al regime dell’apartheid e a meritarsi il Premio Nobel per la pace nel 1984. Contribuì ad orchestrare l’appoggio delle diverse chiese cristiane ai movimenti antiapartheid attraverso finanziamenti, collaborazioni logistiche e culturali di vario genere.

Intrattenne rapporti di vivace dialogo ed amicizia con i leader dell’African National Congress (Anc), soprattutto con Sisulu, Thambo e Mandela; e seppe essere vicino alla sua gente nei momenti di peggiore crisi e di repressione sanguinosa, come il massacro di Sharpeville nel 1960 e la rivolta di Soweto nel 1976: quella Soweto in cui aveva scelto di abitare (a Vilakazi Street, non lontano dai Mandela), anziché isolarsi nella residenza che il porporato gli avrebbe offerto e garantito.

Rimase, insomma, un uomo del popolo in ogni momento della sua esistenza, e come tale si batté a fianco delle forze del cambiamento, insistendo per mantenere quella linea di resistenza nonviolenta che era comunque nelle corde antiche e più profonde dell’Anc.

Desmond Tutu era un uomo di carattere deciso e talora impulsivo ma sempre temperato dalla ricca empatia che lo legava agli altri esseri umani e governato dal profondo rispetto ed amore per l’umanità intera, a cominciare da coloro che apparivano più bisognosi di aiuto.

Dotato di un’intelligenza vivida e insieme riflessiva, aveva esplorato gli aspetti più avanzati della teologia africana della liberazione e ne aveva tratto le proprie conclusioni etiche e pastorali, sino a spendersi con passione indomita nelle cause di giustizia e di diritti umani.

Aveva una personalità particolarmente attraente ed era straordinariamente capace di socializzare e comunicare a tutti i livelli: indimenticabili furono alcuni suoi grandi discorsi pubblici, come quello in morte del popolare leader Anc Chris Hani assassinato nel 1993, alla vigilia delle prime elezioni democratiche.

Timoniere della riconciliazione

Se durante l’apartheid Desmond Tutu era stato un importante elemento di sostegno alla resistenza e, al contempo, di contrasto al sempre imminente e minaccioso irrompere della violenza, dopo la liberazione la sua presenza rimase fondamentale all’avverarsi di una transizione pacifica e la più equilibrata possibile verso un sistema democratico. Così avvenne che quando Mandela, ormai divenuto presidente, decise nel 1995 di lanciare il progetto di una Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione (Trc), fu inevitabile che ne affidasse la presidenza a Desmond Tutu.

L’operazione Trc fu il massimo trionfo della figura di Tutu, che assurse al ruolo di grande coordinatore di un momento cruciale nella vita del paese, una fase in cui si affrontarono gli orrori del passato cercando di trasformare le ferite del corpo sociale in segni di coscientizzazione e memoria che fossero accettabili a quanti avevano subìto torti inenarrabili, e approdassero a un accertamento di verità comuni.

L’Arcivescovo divenne il grande regista di un dramma collettivo che tenne impegnate le coscienze dell’intera nazione dal 1996 al 1998, grazie a una serie di sedute pubbliche della Trc in cui sia chi aveva subìto torti e violenze, sia coloro che tali violenze avevano inflitte si trovarono faccia a faccia, mentre si scoprivano mille storie nascoste e si rivelavano complicità e delazioni d’ogni genere, in un’atmosfera tesa e sospesa verso il compimento di un fine che si prospettava comune.

I lavori della Trc ebbero alterne vicende e non furono sempre favorevolmente accolti. Reggere il timone di quest’impresa dev’essere stato assai arduo per il piccolo uomo vestito di rosso che si vide rovesciare addosso un’immensità di sofferenze e disperazioni, insieme alle resistenze negative di quanti non avevano saputo o più spesso voluto vedere quanto stava accadendo in Sudafrica.

Vi furono momenti in cui l’Arcivescovo sembrò vacillare, come quando si abbandonò a un pianto irrefrenabile dopo la prima giornata di deposizioni delle vittime, o quando scoprì di essere malato di cancro; ma seppe sempre riprendersi e continuare il suo lavoro perseguendo con energia fermissima la ricerca dei fatti e delle verità sino allora celate e tradite.

Uno degli aspetti interessanti della sua partecipazione all’impresa della Trc fu il linguaggio attraverso il quale egli ne plasmò l’esperienza: come ha osservato Antjie Krog in Terra del mio sangue, «non la lingua delle dichiarazioni, dei notiziari e delle testimonianze. È la lingua che divampa come fuoco, elaborata dalla visione di dove dobbiamo arrivare e dalla consapevolezza di dove siamo ora. Ed è la lingua che trascina la gente insieme al processo».

Desmond Tutu con il Nobel per la Pace Frederik Willem de Klerk

Vittime e aguzzini

Il suo operato di commissario non fu esente da critiche e non mancarono i dissensi anche fra quanti erano stati al suo fianco nella lotta di resistenza. E indubbio che egli, nella sua qualità di pastore, diede un’impronta tendenzialmente cristiana all’operato della Trc, indulgendo verso una richiesta di perdono quando ciò non era nelle premesse stabilite da Mandela: alle vittime si sarebbe dovuto chiedere di raccontare, ma non necessariamente di perdonare, così come agli aguzzini si sarebbe dovuto imporre semplicemente una confessione totale e integrale, senza tuttavia necessariamente pretendere pentimento.

Inoltre furono in molti coloro che si ribellarono all’idea di una giustizia che fosse riparativa nei confronti delle vittime, ma non retributiva nei confronti degli aguzzini responsabili di lunghe vicende di atrocità. Si scelse comunque di concedere l’amnistia a quanti avevano agito per motivi politici e ora dimostravano di fare completa ammissione di responsabilità, mentre furono esclusi gli atti ritenuti crimini comuni, o perpetrati in contesti tuttora oscuri e inconfessati. La confessione assunse un ruolo principe in questo protratto dramma pubblico, e non sempre apparve sufficientemente credibile e accettabile.

Il paese uscì scosso e prostrato dai procedimenti pubblici, eppure molti furono coloro che vi si sottrassero, per furbizia o talvolta anche per un indicibile resistenza interna a parlare e rendere note vicende intime sovente dolorosissime e anche vergognose. Bisogna comunque ammettere, in conclusione, che la Trc mise in atto uno straordinario processo rigenerativo volto a guarire una nazione ferita, ulcerata, divisa; e che Desmond Tutu tenne le redini del difficile percorso con mano ferma e insieme con spirito profondamente compassionevole.

Negli anni successivi l’Arcivescovo continuò la sua opera di vigile sentinella dei valori umani sostenendo le conquiste disegnate dalla nuova Costituzione sudafricana, e fu paladino della lotta contro tutte le discriminazioni di razza, religione, sesso e altro, contro l’omofobia, e per il diritto alla libera scelta individuale dell’eutanasia e dell’aborto: una linea che lo mise non di rado in contrasto con l’establishment ecclesiastico.

In politica, si batté contro la corruzione che andava minando alla base il sistema paese, e fu nemico acerrimo del presidente Jacob Zuma e del suo entourage. Desmond Tutu, insomma, non smentì mai i propri princìpi di vita e moralità pubblica e privata, e consegna oggi un ricordo indelebile alla memoria nazionale.

Il pianto

La poetessa sudafricana Ingrid De Kok ha lasciato un fotogramma toccante di Desmond Tutu nel componimento intitolato L’Arcivescovo presiede la prima sessione (da Ingrid De Kok, Mappe del corpo, a cura di Paola Splendore, Donzelli Editore 2008, pp.72-3).

Il primo giorno,
dopo poche ore di testimonianze,
l’Arcivescovo pianse.

Poggiò il capo grigio
sul lungo tavolo
di carte e protocolli
e pianse.

Cameramen nazionali
e internazionali
ripresero il suo pianto,
le lenti appannate,
le spalle scosse da singhiozzi,

[…]

C’era quel lungo tavolo, una veste di porpora inamidata
e dopo poche ore di testimonianze
l’Arcivescovo, Presidente della Commissione,
poggiò il capo sul tavolo e pianse.

È così che è cominciato.

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