Da Nigrizia di gennaio 2012: l’ecosistema trasformato in merce da vendere sul mercato
Sotto l’etichetta della green economy in Africa si nascondono spesso meccanismi di finanziarizzazione dei “crediti di carbonio” consentiti da Kyoto. Si acquistano terre o si bonificano discariche solo per avere crediti di anidride carbonica da giocare in Borsa. Una mega bolla pronta a scoppiare. Se n’è discusso anche in Sudafrica, lo scorso dicembre, nel corso della 17a Conferenza Onu sul clima.

In questo periodo di crisi economica e crollo del modello europeo industrializzato, molti imprenditori vanno in cerca di affari “ambientali”, spostandosi nei paesi del sud del mondo, in particolare latino-americani e africani. Un esempio, tra i molti, è la ricerca di discariche esaurite con il pretesto di bonificarle e/o di ottenere energia dal biogas che viene prodotto dalla fermentazione dei rifiuti.

 

Concretamente, oltre a ottenere maggiori volumi utili (grazie alla compattazione- mineralizzazione dei rifiuti vecchi) e quindi ampliando la possibilità di conferire altri rifiuti, l’affare più lauto si nasconde nell’ottenimento di progetti che generano crediti di emissioni (o Cer, Certified Emission Reductions), nel contesto del cosiddetto Meccanismo di sviluppo pulito (Cdm, Clean Development Mechanism). Sono strumenti che, al fine di stimolare processi virtuosi di sviluppo sostenibile a livello globale, consentono di fare investimenti per il trasferimento di tecnologie pulite o comunque volti a ridurre le emissioni nei paesi in via di sviluppo. In sostanza, un’azienda di un paese sviluppato che sfora la quota di emissioni di CO2 può comprare “crediti di carbonio”, sponsorizzando progetti di riduzione di emissioni in un paese in via di sviluppo. Sono operazioni consentite dal Protocollo di Kyoto (firmato da 160 paesi nel dicembre 1997) che impegna i paesi industrializzati a ridurre, in media del 5%, entro il periodo 2008-2012, le proprie emissioni di gas a effetto serra, rispetto ai livelli rilevati nel 1990.

 

Succede così che alcune società del Nord comprino od ottengano terre in Africa per piantarvi alberi, con il solo scopo di acquisire “certificati di riduzione”, il cui valore avrebbe dovuto crescere man mano che si avvicinava la data limite del 2012. Per la stessa ragione, da anni è partita la “caccia” di discariche africane da gestire per finalità prevalentemente economico-finanziarie, piuttosto che ambientali. Operazioni, queste, da valutare con estrema attenzione: sotto l’etichetta di green economy si nasconde una pericolosa finanziarizzazione del settore, con un elevato rischio di bolla speculativa.

 

Un esempio: un imprenditore europeo decide di dedicarsi al recupero di biogas con le discariche esaurite in Africa. Trova “agganci” locali, stipula accordi, redige un progetto di bonifica (magari facendoselo finanziare da fondi comunitari o internazionali) e lo invia all’ufficio del Cdm, o delle Nazioni Unite, o della Convenzione quadro sul cambiamento climatico (Unfccc), che lo approvano. Vengono così riconosciuti dei Cer, che l’imprenditore può vendere nel “libero” mercato a un altro imprenditore europeo interessato ad acquistarli, in quanto proprietario di una azienda che è obbligata a pareggiare il proprio carico inquinante con l’altrui diminuzione di inquinamento.

 

Tutto questo a livello teorico. In realtà, l’imprenditore potrebbe avere già ceduto ad altri soggetti i Cer prima di produrli (per finanziarsi: una sorta di banca). Il mercato, infatti, è composto non solo da compratori e venditori, ma anche da broker e da mercanti. Così, i Cer potrebbero essere acquistati da un fondo d’investimento lussemburghese, che ha intenzione di immagazzinare questi certificati per poi venderli con maggior profitto rispetto al difficile incontro tra domanda e offerta. I crediti di carbonio si trasformano, così, in merce soggetta ai meri meccanismi di speculazione finanziaria.

 

È importante notare che il prezzo ottenibile dalla vendita dei Cer non è solo un prezzo di mercato, ma attiene anche ad altri aspetti legati alla qualità del progetto, che influenzano molto il livello dei prezzi e l’affidabilità dei Cer (tra l’altro, in giro ci sono molti certificati falsi o taroccati; di qui la stipula di contratti zeppi di clausole e di garanzie varie).

 

Cerchiamo di rendere più comprensibile questo scenario con un altro esempio, semplificato ma concreto. Un imprenditore europeo, grazie anche a sovvenzioni pubbliche, ha realizzato una bonifica in una discarica africana, spendendo (banalizziamo per farci capire) 9 dollari a quota, confidando, però, nell’immediata collocazione sul mercato dei Cer a 11 dollari. Un fondo green giapponese si presenta per acquistare l’impianto a 14 dollari per quota. L’imprenditore nicchia, pensando di realizzare una vendita a 16 dollari sul mercato che dovrebbe crescere. Accumula, quindi, certificati aspettando tempi migliori Nel frattempo, il mercato, caratterizzato da queste logiche di rinvio, diventa asfittico e alterato nei valori che viaggiano.

 

La volatilità del mercato è alta perché segue logiche finanziarie. Infatti, oggi il mercato è ai minimi storici, per la crisi del debito europeo, che crea scetticismo negli investitori. Inoltre, il mercato dei Cer soffre di un’eccessiva offerta a causa dello smobilizzo dei certificati da parte degli investitori.

 

Anche la Commissione europea, nell’ambito del processo di revisione della Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (Dir. 2004/39/CE, detta Mi- FID), sembra aver intenzione di classificare, smascherando l’ipocrisia concettuale, le quote di Kyoto come strumenti finanziari. Il Consiglio dei ministri dell’ambiente dell’Ue ha più volte perfino fatto trapelare la volontà di voler alzare il prezzo di mercato delle quote, tagliando le quantità di CO2 disponibili per il mercato, così da alzarne il prezzo.

 

Insomma, oltre al giochetto normativo, si opera con meccanismi economici che creano alterazioni di mercato, apparentemente incentivanti la produzione di Cer, in realtà occultanti forme di remunerazione per il mercato finanziario (ad esempio, per un fondo d’investimento che detiene in portafoglio molti Cer da “collocare” al momento giusto) che, tuttavia, fanno male all’ambiente. Questo meccanismo, con gli opportuni adattamenti, si ritrova confermato anche per biomasse, riforestazione, spedizioni transfrontaliere di rifiuti, energie rinnovabili, eccetera. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, testimoniando una “contaminazione” (se non sudditanza) finanziaria, dove l’ambiente diventa oggetto d’impresa o oggetto di un’operazione finanziaria, perdendo di vista le finalità originarie.

 

Emerge, così, come la tutela dell’ambiente (diminuzione di CO2, grazie all’intercettamento e al recupero del biogas prodotto dai rifiuti ammassati in una discarica) diventi, grazie anche alle complicità delle istituzioni comunitarie, solo il pretesto o l’occasione di un affare, null’altro. E, intanto, i “safari” in Africa sono sempre più gettonati.

 


 



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