Il papa incontra i migranti a Lesbo

Papa Francesco era arrivato da poco a Cipro quando il presidente della repubblica ha annunciato, ringraziandolo, che 50 dei profughi arrivati sull’isola sarebbero stati accolti in Vaticano. Il successivo incontro del papa è stato con il patriarca della Chiesa ortodossa di Cipro, che non lo ha ringraziato per questo gesto, piuttosto gli chiesto aiuto contro i turchi: «In passato abbiamo avuto modo di esprimere la stessa richiesta a papa Benedetto, che, di fatto, ha mediato presso il governo tedesco e siamo riusciti a riportare 500 frammenti della nostra cultura bizantina (trafugati dai turchi, ndr). Attendiamo con impazienza anche il Suo aiuto, santità, per la protezione e il rispetto del nostro patrimonio culturale e per la supremazia dei valori incalcolabili della nostra cultura cristiana, che oggi vengono brutalmente violati dalla Turchia».

Molti giornali hanno definito simbolico il gesto del papa, ma non è stato simbolico il suo discorso, seguito a quello del patriarca; ha affermato che non servono i gesti della forza, ma la forza dei gesti. Queste parole hanno fatto ricordare del suo viaggio a Gerusalemme, quando incontrando il Gran Muftì disse che per affrontare i propri problemi serve anche la capacità di «immaginare il dolore dell’altro». Il colloquio con il patriarca cipriota contiene la cifra e il senso di questo viaggio. Senza la capacità di immaginare il dolore dell’altro le radici cristiane si seccano.

Le rivendicazioni prevalgono infatti in molti europei in questo tempo difficile. Molti hanno ragioni da vendere nella loro rivendicazione: le hanno i ciprioti davanti a una Turchia sempre aggressiva e intenzionata a sfruttare le risorse altrui nel nome di un nazionalismo estremo; le hanno i greci che si sono visti trattare in modo poco fraterno dall’Unione europea; le hanno i disoccupati di tanti paesi europei che sono rimasti piegati da questa terribile pandemia: ma c’è un dolore che fonda tutti gli altri dolori. Se non siamo capaci di vedere il dolore di chi viene escluso nonostante abbia evidentemente diritto all’inclusione, come i profughi afghani che fuggono dai talebani e dalla fame che hanno riversato sul loro paese e che però non vengono accolti in Europa ma tenuti senza motivo giuridico nel limbo di Lesbo o in altri uguali, allora prevarrà una visione che renderà impossibile vedere tutte le rivendicazioni. Gli stessi reperti archeologici di cui rivendica il recupero il patriarca di Cipro svaniranno nella testa di molti, che si convinceranno che quando ci si salva da soli non ha senso cercare resti bizantini compromettendo l’approvvigionamento energetico.

L’arma dell’esclusione

Questo viaggio è stato dunque un viaggio in terra ortodossa alla ricerca di quelle radici cristiane di cui tutta l’Europa ha bisogno per trovare una bussola davanti ai marosi che sopraggiungono da est e da sud. Radici iscritte nella realtà dei comportamenti e fondate sull’inclusività, pena il naufragio di civiltà evocato da Francesco a Lesbo. Queste parole del papa hanno riproposto il titolo di un recente e decisivo saggio proprio di un cristiano orientale, Amin Maalouf, il grande scrittore libanese e accademico di Francia. Dunque un cristiano orientale che, restando tale, è diventato anche un europeo. Francesco ha quasi citato il titolo del suo libro, «il naufragio delle civiltà», nel discorso pronunciato a Lesbo. Ma proprio a Lesbo doveva farlo? Che luogo è Lesbo?

Lesbo è una congiunzione, unisce i campi profughi costruiti in Europa lontano dai centri abitati, dagli insediamenti umani, in modo che non si vedano, non risultino parte della nostra realtà, agli altri campi profughi costruiti a oriente e a sud di Lesbo, in Turchia, in Libano, in Siria, in Iraq, in Libia e altrove. Questi ultimi sono il prodotto di un naufragio della civiltà, soprattutto la civiltà levantina, dove escludere è diventato il solo modo possibile per rivendicare. Rivendicano i libanesi, sconvolti da una crisi devastante, e lo fanno invocando l’esclusione dei profughi siriani giunti nel loro paese prima del loro collasso. Rivendicano i turchi, sconvolti dal tracollo della lira turca, e lo fanno invocando l’esclusione dei profughi soprattutto siriani che hanno accolto nei fatti per i soldi che l’Europa ha dato a Erdogan perché gli impedisse di chiedere asilo in Europa e a parole per la scelta panislamica del capo. Rivendicano i russi, usando una frangia di quei profughi per lanciarli contro i confini polacchi dalla Bielorussia, escludendoli dal possibile intervento salvifico del nuovo imperatore del Medio Oriente. Rivendicano i polacchi, che sono arrivati a riaprire la caccia al cinghiale nei boschi di Narewka, al confine caldo con la Bielorussia.

Migranti invisibili

Così, nell’invisibilità europea dei campi profughi che trattengono senza servizi igienici, per anni, persone e famiglie deportate per motivi etnici, politici o di appartenenza a comunità religiose invise, nel silenzio sugli altri profughi che completano la più grande operazione di pulizia etnica e ricomposizione demografica dell’era post-bellica, come è naufragata la civiltà levantina può naufragare anche quella europea.

Francesco è andato in terra europea, in terra cristiana, in terra ortodossa, per dire a tutti i cristiani e a tutti gli europei figli della cultura greca che stanno tornando i lager. Con delicatezza ci ha invitato a vederli solo intorno ai nostri confini, mentre in Bosnia come in altri luoghi europei si può vedere qualcosa che ci si avvicina. Ecco il messaggio agli europei giunto dal centro di identificazione di Cipro: «Dobbiamo andare contro questo vizio a leggere queste tragedie nei giornali o sentirli in altri media. Guardando voi, penso a tanti che sono dovuti tornare indietro perché li hanno respinti e sono finiti nei lager, veri lager, dove le donne sono vendute, gli uomini torturati, schiavizzati… Noi ci lamentiamo quando leggiamo le storie dei lager del secolo scorso, quelli dei nazisti, quelli di Stalin, ci lamentiamo quando vediamo questo e diciamo: “ma come mai è successo questo?”. Fratelli e sorelle: sta succedendo oggi, nelle coste vicine!» Poi Francesco ha dovuto aggiungere: »Questo lo dico perché è responsabilità mia aiutare ad aprire gli occhi».

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