Freetown - Nigrizia
Libri
Federico Monica
Freetown
OGzero, 2022, pp. 152, € 15,00
16 Febbraio 2023
Articolo di Rocco Bellantone
Tempo di lettura 3 minuti

È l’aprile del 1787 quando da Londra una nave con a bordo 400 schiavi liberati salpa in direzione della sponda atlantica dell’Africa. È lungo questo viaggio in mare aperto che inizia a prendere forma il sogno di Freetown, la “città della libertà” che sarebbe poi divenuta capitale della Sierra Leone.

A ripercorrerne la storia è libro Freetown, dopo Nairobi seconda tappa africana della collana Le città visibili della casa editrice OGzero. Il volume, impreziosito da una galleria di mappe interattive, è scritto da Federico Monica, architetto che da anni analizza le città e gli insediamenti informali in Africa subsahariana.

Se la prima spedizione del 1787 si rivelò presto un disastro, pochi anno dopo, nel 1792, fu Thomas Peters, yoruba reduce della guerra d’indipendenza americana, a ridare vigore al sogno di Freetown. L’11 marzo di quell’anno oltre 1.200 black loyalists come Peters dal porto di Halfax, nella Nuova Scozia canadese, sbarcano qui dando inizio alla costruzione della città.

Il primo volto di Freetown, scrive l’autore, era una «griglia di dodici ampie vie parallele a suddividere isolati larghi 170 piedi e lunghi 500, circa un ettaro di superficie». Il racconto del primo sviluppo urbanistico è accompagnato da foto e cartoline risalenti a vari periodi. «La città, pensata e costruita pezzo per pezzo proprio dagli ex schiavi provenienti dal Sud degli Stati Uniti o dei Caraibi, aveva rafforzato nei decenni la sua identità creola: dall’architettura agli abiti, passando per la religione, i modi di parlare e le usanze, tutto richiamava questa origine unica al mondo».

Si arriva così al giorno dell’indipendenza dal Regno Unito, il 27 aprile del 1961. Per evitare disordini nella cerimonia del passaggio delle consegne, la Corona britannica ordina l’arresto preventivo di leader sindacali e politici locali. Tra questi a finire nel carcere di Pademba Road è anche Isac Wallace-Johnson, uno dei principali artefici della lotta per l’indipendenza.

Il post indipendenza è traumatico. Dalle aree limitrofe del paese la corsa a Freetown è dirompente e «porta in primo piano problemi e sfide fino ad allora inedite, come il tema delle classi subalterne urbane e della coscienza sociale o i fenomeni della speculazione edilizia e degli slum». E violenti sono gli strappi nell’ultimo mezzo secolo di storia del paese.

Ne sa qualcosa Father Giovanni, un lombardo che nel sobborgo popolare di Kissy Low Cost, nel pieno della guerra civile protrattasi dal 1991 al 2022, scende a patti con i comandanti del Ruf (Revolutionary United Front) ottenendo che decine di bambini soldato possano liberarsi dagli orrori della guerra per qualche ora giocando a pallone.

Con l’elaborazione del conflitto tutt’ora in corso, a Freetown c’è chi prova a costruire un futuro diverso per la città e il suo popolo. Come Kelvin Lewis, direttore ed editore del giornale indipendente Awoko, scampato per miracolo al massacro durante la guerra. Come Yvonne Aki-Sawyerr, sindaco di Freetown che promette di piantare un milione di alberi. Come Isatu, detta “Pan Bodi”, un faro di speranza a Kroo Bay, la più grande baraccopoli di Freetown sommersa dai rifiuti.

In questo regno dello sprawl – termine usato dagli urbanisti per indicare la crescita incontrollata e orizzontale delle città con un consumo di suolo e uno spreco di risorse forsennati – Federico Monica si lascia trasportare dal flusso di persone, mezzi e merci, passando da un taxi a un kekeh a tre ruote, ammirando quell’arte dell’arrangiarsi che da queste parti appartiene un po’ a tutti.

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