Da Nigrizia di luglio 2011: il Movimento 10 anni dopo il G8
Di quel luglio non restano solo macerie. Delle parole d’ordine di quel movimento di persone, più che di associazioni, troviamo riscontro nelle dichiarazioni del leghista Zaia per l’acqua pubblica o nella riedizione della Tobin Tax sulle rendite finanziarie da parte di Sarkozy. Per costruire un altro mondo si può ripartire da Genova. Ma bisogna mettere insieme quella società civile, che c’è, eccome. Lo dicono le firme raccolte per i referendum sull’acqua e coloro che si battono contro il tunnel Tav in Val di Susa.

A chi gli aveva chiesto come avrebbe votato ai referendum del 12 giugno, il presidente del Veneto, il leghista Luca Zaia, ha replicato: «Io sono contro il nucleare, sono per l’acqua pubblica, sono contro gli ogm. Secondo lei, come potrei votare? ». Se si cerca una traccia di quel che è rimasto di Genova dieci anni dopo, queste parole sono – un po’ paradossalmente – un buon indizio. Zaia è un brillante interprete delle contraddizioni che imbevono il discorso della Lega: difesa del territorio e cemento spalmato ovunque in nome dello “sviluppo”, buona amministrazione locale e pessimo governo nazionale, etica pubblica esibita dai suoi dirigenti e violazione di ogni etica da parte del principale alleato, rivendicazione della sovranità di ciascun popolo (malintesa, come nel caso della Serbia di Milosevic) e guerra demagogica a chi è costretto a migrare. Prima o poi, questi valori e disvalori cozzeranno tra loro.

 

Ma quel che è importante è che la descrizione del mondo che gli oppositori del G8 facevano all’epoca di Genova 2001 ha fatto breccia.

 

Ero a Porto Alegre, nel 2001, al primo Forum sociale mondiale, qualche mese prima di Genova, quando Riccardo Petrella e altri lanciarono la campagna globale per l’acqua. Pareva una strana idea. Che problema c’è, con l’acqua? Serve alla produzione dell’industria e all’agricoltura. È abbondante. Certo, non bisogna inquinarla. All’occorrenza, però, non si vede perché non debba essere gestita con i criteri efficienti dell’impresa. Petrella non aveva inventato quella campagna: le aveva dato parola.

 

Un anno prima, a Cochabamba, in Bolivia, una sollevazione popolare aveva impedito al governo di allora, liberista, di cedere l’acqua a una multinazionale. Gran parte della rete idrica era stata costruita, dalla fonte al rubinetto di casa, dalla gente delle periferie, organizzata in squadre di lavoro e in assemblee per decidere nel modo più democratico ogni passo. Cochabamba aveva lanciato un messaggio, come sei anni prima l’insurrezione degli indigeni zapatisti, nel sud del Messico, contro il Nafta (l’accordo di libero commercio del Nord America). Quel messaggio diceva: il vostro “progresso” non è il nostro; non vi lasceremo distruggere i nostri beni comuni. Oggi, dieci anni dopo, il leghista Zaia dice: «Sono per l’acqua pubblica».

 

Un altro indizio? Il quotidiano spagnolo El Pais ha commissionato un sondaggio, dopo tre settimane di piazze piene di tende e di gente a Madrid, Barcellona e decine di altre città (spagnole e in giro per l’Europa), il movimento noto come los indignados: giovani e meno giovani, precari e studenti soprattutto, che cercano un modo per «ricostruire la democrazia » (come dice il grande sociologo catalano Manuel Castells), per farla finita con la corruzione e con la precarietà, appunto. Hanno ragione o torto los indignados? La risposta è stata stupefacente. Il 90% degli interrogati ha detto che hanno ragione, che il sistema dei partiti va riformato in modo radicale, che i cittadini devono contare di più. Ha detto Castells: «Non è un movimento di organizzazioni. È un movimento di persone».

 

 

Sconfitti?

E cos’altro voleva significare il motto con il quale, a Genova, ci offrimmo ai manganelli delle polizie? Quello slogan urlava: «Voi G8, noi 6 miliardi». E diceva che la democrazia, volendola cercare in quei giorni a Genova, non la si trovava a Palazzo Ducale, ma nelle piazze e nelle strade che si riempivano, per la prima volta in quella forma, di popoli anche molto differenti, che però trovarono il modo di parlarsi, di concordare assieme il da farsi (nel Genoa Social Forum, che funzionava solo con il consenso di tutti), di agire. Quel che stavamo dicendo era che la democrazia che avevamo conosciuto fin lì era in crisi, che l’economia e la finanza dominavano partiti e istituzioni e le loro agende, e che, dunque, si dovevano in qualche modo ricostruire. Posso azzardare che già allora ci si percepiva più come un movimento di persone che come un insieme di organizzazioni, perché sono i cittadini, nei luoghi in cui vivono, e le relazioni tra di loro, il modo che hanno di comunicare e di decidere, il “grado zero” della democrazia. Da lì bisognava – e bisogna – ricominciare.

 

Altri esempi si possono fare. In quegli anni era in pieno sviluppo un movimento che aveva gettato le basi in molti paesi europei: Attac, promosso principalmente da Ignacio Ramonet e Bernard Cassen, quelli di Le Monde diplomatique. La loro proposta principale era la Tobin Tax, ossia una tassazione sulle rendite finanziarie, che producesse risorse per le politiche sociali e mettesse la museruola ai mercati finanziari. È la stessa proposta che ha fatto Nicolas Sarkozy qualche mese fa. Ma in ritardo: la finanza della giungla aveva distrutto l’economia reale e le finanze statali, e continua a farlo, come nel caso della Grecia. Insomma, era tutto talmente chiaro che qualcuno ha proposto di intitolare “Cassandra” il decennale che si sta organizzando per luglio nel capoluogo ligure. Si chiamerà così solo la grande mostra fotografica, ed è un altro indizio. Vuol dire: avevamo ragione noi.

 

Ma allora perché abbiamo la sensazione di essere stati sconfitti? Qualcuno ha detto che con la strage di Piazza Fontana, a Milano, nel dicembre del 1969, «finì l’innocenza del movimento», quello del Sessantotto. C’ero, anche quella volta, e posso testimoniare che è vero: l’entusiasmo, la gioia con cui noi ragazzi di allora scoprivamo la libertà di fare, di viaggiare, di ribellarci, fu frantumata e compressa da una cappa scura di minaccia e di violenza.

 

 

La violenza dei poteri

Qualcosa di simile è accaduto a Genova dieci anni fa. I ragazzi di Lilliput con le mani dipinte di bianco o i ragazzi dei centri sociali travestiti da guerrieri medievali di polistirolo, i gruppi cattolici e missionari che pregavano per le sorti dei poveri e gli operai della Fiom che guardavano oltre il cancello delle loro fabbriche, le persone innumerevoli che accorsero alla notizia che un giovane genovese, Carlo Giuliani, era stato ucciso in un confuso pomeriggio di violenze tanto dure quanto gratuite, e quelli che passarono una notte infernale nella scuola Diaz o più giorni di torture nella caserma di Bolzaneto, tutte queste persone scoprirono di colpo, e con dolore, che non è sufficiente avere ragione e reclamare, o fondare nei propri comportamenti e luoghi una nuova democrazia. Capirono che la democrazia dei G8 e delle multinazionali aveva, per sua ragione, la violenza.

 

Quel che accadde a Genova fu più grave di Piazza Fontana, perché lì avvenne il definitivo strappo tra la società e un sistema politico (ed economico, dei poteri) che fino ad allora aveva dovuto in qualche modo ascoltare – e la storia repubblicana è fitta di episodi in cui il potere ha dovuto fare marcia indietro – e si è, per così dire, liberato dal peso delle opinioni differenti e della necessità del consenso. Berlusconi non è che la spia rossa sul cruscotto dell’auto: la benzina che era finita era la democrazia, appunto.

 

Ma una cosa non abbiamo ancora capito. Forse è conseguenza di questa frattura il fatto che tutto quel che, a cavallo tra un secolo e l’altro, avevamo costruito, nuovi movimenti e altri modi di far politica, nuove “istituzioni”, media indipendenti, banche etiche e centrali del commercio equo, partiti che cercavano di cambiare sé stessi; insomma, tutto o quasi tutto quel che era nelle premesse di Genova o nelle immediate conseguenze, come il gigantesco movimento per la pace dei due anni successivi, è crollato, si è polverizzato, o è in crisi, o si è ritirato sulle sponde del già noto e si è più o meno omologato. Il panorama delle organizzazioni e “istituzioni” del movimento post-Genova è lo scenario dopo una battaglia: macerie. Perché?

 

 

Quel che manca

Nelle recenti elezioni amministrative, quelle dell’entusiasmante successo di candidati “irregolari” (non del Pd e non scelti dai partiti, cioè) in città decisive come Milano e Napoli (e Cagliari) si avvertiva l’assenza di qualcosa. A sostenere quei candidati erano ufficialmente i partiti, ma, di fatto, il loro successo si deve al lavoro, alla creatività, alla passione di migliaia di volontari, organizzati in comitati spontanei. E questi volontari altro non sono se non persone che hanno animato, nei molti anni di medioevo berlusconiano (a Milano) e bassoliniano (a Napoli), le migliaia di iniziative sociali, cittadine, culturali, attorno alle fratture più dolorose della coesione sociale, quali l’immigrazione, la convivenza tra religioni, la precarietà giovanile, il predominio dei grandi media, il saccheggio del territorio e l’urbanistica finanziarizzata (che costruisce solo per ragioni finanziarie, essendo l’abitare sparito dalle priorità), e così via. Ed è così in tutto il paese, non solo a Milano o Napoli.

 

Lo stesso referendum per l’acqua è l’esito della raccolta di 1.400.000 firme da parte di oltre 1.000 comitati di cittadini, ad esempio. O, per fare un altro esempio, le “grandi opere” dello “sviluppo” vandalico e affaristico, a cominciare dal tunnel Tav in Val di Susa, sono ostacolate da anni da movimenti robusti, consapevoli, anzi capaci di proporre alternative serie, come sui rifiuti o l’energia o la restituzione delle città ai loro abitanti.

 

Cos’è che mancava, allora? Io non so se Giuliano Pisapia o Luigi De Magistris saranno in grado di fare la rivoluzione gentile ma radicale, non violenta ma intransigente, che il 90% degli spagnoli pretende dando ragione agli indignados. Vedremo. Ma, di certo, quel che non c’è – ed è un frutto mancato di Genova 2001 – è un insieme, un’organizzazione o federazione o fratellanza o intesa (le parole del Novecento sono ormai consumate e pericolose) della vasta società civile che ha finalmente chiuso la pagina del berlusconismo in una città-simbolo come Milano. Insomma: abbiamo le idee e le esperienze non solo per resistere, ma anche per costruire la società sobria, giusta e aperta di cui c’è bisogno, ma non ne abbiamo ancora i mezzi.

 

 

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Processi di Genova*

* Tratto dal libro L’eclisse della democrazia di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci, per Serie Bianca Feltrinelli, 266 pagine, € 15,00.

 

Irruzione alla scuola Diaz

Imputati: 29 agenti, funzionari e dirigenti della polizia. In primo grado (13 novembre 2008) condannati 13 imputati. Fra i 16 assolti, tutti i maggiori dirigenti finiti sotto inchiesta. La corte d’appello, il 18 maggio 2010, condanna 25 imputati dei 28 arrivati in appello; per altri 2 dichiara la prescrizione. Un unico imputato è pienamente assolto. Molti reati, anche a carico dei 25 condannati, cadono in prescrizione. Tra i condannati ci sono tutti i dirigenti di grado elevato.

 

Caserma Bolzaneto

Gli imputati per i maltrattamenti sui detenuti nella caserma-carcere sono 45, fra carabinieri, poliziotti, agenti di custodia e personale sanitario. In primo grado, 15 imputati sono condannati per un totale di 23 anni di pena. Gli altri 30 sono assolti. In secondo grado, il 5 marzo 2010, tutti i 44 imputati sono considerati responsabili civilmente per i reati contestati e obbligati a risarcire le vittime, mentre sul piano penale scatta per quasi tutti la prescrizione, tranne per 7 imputati condannati a pene comprese fra uno e 3 anni.

 

Manifestanti

Gli imputati sono 25, accusati di devastazione e saccheggio. In primo grado (14 dicembre 2007) 24 imputati sono condannati a complessivi 110 anni di carcere. L’accusa di devastazione e saccheggio è confermata per 10 di loro. Una sola imputata è assolta. In appello, il 9 ottobre 2009, sono confermate le 10 condanne per devastazione e saccheggio, con un aumento delle pene (in tutto 98 anni). Per i rimanenti imputati, in alcuni casi arriva l’assoluzione, negli altri scatta la prescrizione.

 

De Gennaro-Mortola

Gianni De Gennaro (nel luglio del 2001 capo della polizia) e Spartaco Mortola (responsabile della Digos di Genova), imputati per induzione alla falsa testimonianza nel processo per la scuola Diaz dell’ex questore di Genova, Francesco Colucci, sono assolti in primo grado. In appello, De Gennaro è condannato a un anno e quattro mesi; Mortola a un anno e due mesi.

 

 

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Intervista al professor Dani Rodrik: il futuro della globalizzazione

Dani Rodrik, docente ad Harvard e considerato fra i 100 economisti più influenti del mondo, ha affrontato, il 2 giugno scorso, in apertura della sesta edizione del Festival di economia di Trento, il grande tema del dibattito economico contemporaneo, quello del futuro della globalizzazione. Lo abbiamo intervistato.

 

Professor Rodrik, qual è oggi la più grande sfida riguardo all’economia globalizzata?

Il problema fondamentale dell’economia mondiale oggi è lo squilibrio tra mercati locali, che cercano di diventare globali, e l’ambito della loro governance, che rimane sostanzialmente nazionale.

 

Come pensa possa essere risolto questo problema?

Al momento, si fa sempre più avanti l’idea della cosiddetta governance globale dell’economia, secondo cui i governi nazionali controllano gli scambi nazionali, mentre quelli internazionali regolano gli scambi internazionali.

 

Un’effettiva governance globale dell’economia è oggi possibile?

Questa strada ripone troppa fiducia nella disponibilità dei paesi a cedere la propria sovranità. Per me, l’idea di governance globale non è desiderabile. Non solo perché oggi è ancora difficile che i paesi rinuncino alla propria sovranità, ma anche perché la democrazia, cioè il modo in cui gestiamo i nostri affari, è ancora nazionale e lo deve rimanere. I paesi hanno ancora esigenze diverse. È impossibile parlare di un mercato globale dei prodotti derivati (e, quindi, della necessità di un loro governo globale) se, ad esempio, la Francia vuole più stabilità finanziaria, a scapito dell’innovazione, esigendo, dunque, una maggiore regolamentazione dei derivati rispetto, diciamo, agli Stati Uniti.

 

Come valuta la governance del mercato regionale dell’Unione europea?

L’Unione europea, per certi versi, è l’eccezione che conferma la regola. Ciò che cercava di fare l’Ue è creare la versione regionale di quello che noi chiamiamo governance globale. L’idea era: se vogliamo avere un mercato unico in Europa, questo deve essere radicato nelle istituzioni europee, quali la Corte di giustizia, la Commissione europea, il Parlamento e le leggi europee. Alcuni dei paesi dell’Unione sono andati oltre, creando una zona monetaria integrata. L’attuale crisi in seno all’Ue, però, ci insegna che, nonostante queste istituzioni abbiano raccolto un certo successo rispetto ad altri meccanismi regionali creati nel resto del mondo, l’esperienza europea è ancora incompleta. Oggi l’Unione europea si trova di fronte a un dilemma. Se vuole uscire dall’attuale crisi, deve decidere se diventare più unita, federalizzando le politiche fiscali. Ma ciò non è possibile senza l’unità politica. Il non raggiungimento dell’integrazione politica richiederà una minore unione economica, essenziale per consentire a paesi come la Grecia di attivare strumenti di politica economica utili alla ristrutturazione della propria economia.

 

Qual è, allora, la strada migliore per governare i mercati globali?

Non c’è un’unica strada. Gli assetti istituzionali di governo dell’economia di mercato saranno diversi a seconda delle preferenze nazionali e di come queste potranno essere integrate dai paesi democratici. Ciò implica che dobbiamo spingere verso una globalizzazione e un sistema di governance internazionale meno ambiziosi. L’unico modo per allineare il fenomeno di apertura dei mercati con la loro governance è, quindi, quello di avere ambizioni minori sulla globalizzazione dei mercati stessi. (Fortuna Ekutsu Mambulu)

 


 



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