La popolazione accoglie il superiore generale dei missionari comboniani a Wau, in Sud Sudan, il 14 novembre 2019

In questa stagione della storia umana, così pesantemente segnata dalla pandemia, l’Ottobre missionario è un appuntamento da non perdere, un’occasione per operare un sano discernimento come Chiesa italiana. Siamo tutti consapevoli della stupenda avventura intrapresa dai nostri missionari e missionarie che, alla prova dei fatti, rappresentano il valore aggiunto delle comunità cristiane e, in termini generali, della nostra società.

Senza voler fare confronti con altre nazioni, possiamo dire che tanti di loro hanno scritto pagine meravigliose di bene in giro per il mondo. Molti sono anche martiri se non della fede, certamente della carità. Altri hanno conosciuto la sofferenza della malattia e tutti hanno dovuto superare la difficoltà dell’appartenenza a un paese straniero, anni luce distante dal loro immaginario; anche se a non pochi è apparso tale e forse addirittura più enigmatico, quello ritrovato poi in patria.

Ognuno ha scoperto che non andava soltanto a portare il Verbo, ma anche a imparare. La loro testimonianza ha fatto sì che non poche delle nostre parrocchie si aprissero alla scelta preferenziale dei poveri, alla pastorale d’insieme, al senso dello scambio e, dunque, della cooperazione, all’esercizio delle responsabilità laicali, all’umiltà del mettersi dentro le realtà concrete della vita umana, all’impegno per la giustizia contro le storture del sistema economico prevalente, in un mondo sempre più segnato dalle diseguaglianze.

Detto questo, la percezione è che in Italia si continui a vivere di rendita e questo nonostante l’indirizzo ad gentes impresso da papa Francesco il quale, nel suo magistero, ha predicato l’istanza di una Chiesa in uscita, in periferia e dalla parte dei poveri, nel contesto della Casa comune.

Gli insegnamenti di Bergoglio, condivisi nella Evangelii gaudium, nella Laudato si’, come anche nella Fratelli tutti, hanno sì trovato grande risonanza nel mondo missionario, ma continuano a incontrare resistenze nel consesso ecclesiale. Si ha la sensazione che vi sia una sorta di corto circuito tra il magistero papale e la pastorale ordinaria delle nostre diocesi. Basti pensare al dilagare della cultura dello scarto o alla globalizzazione dell’indifferenza, stigmatizzate in più circostanze dal papa.

Quelle spinte respingenti e pressanti che contaminano le società europee e, dunque, anche quella italiana ‒ rendendole incapaci d’interpretare, ad esempio, il fenomeno della mobilità umana ‒ sono sintomatiche di un deficit di conoscenza e consapevolezza del bene comune, dunque del Vangelo. L’affermazione dell’ideologia sovranista, presente a volte anche in ambienti di matrice cattolica, la dice lunga.

Se a tutto questo aggiungiamo il preoccupante calo nel nostro paese delle vocazioni missionarie, non è possibile fare finta di niente. Sia chiaro: non è in ballo la messa a punto di una strategia. È in causa l’essere stesso della Chiesa. L’augurio è che il cammino sinodale, intrapreso dalla Chiesa italiana, tenga conto di questo imperativo evangelico. Il dovere di “andare”.


Ad Gentes

È un decreto del Concilio Vaticano II sull’attività missionaria della Chiesa. Approvato con 2.394 voti a favore e 5 contrari dai vescovi riuniti in Concilio, fu promulgato da papa Paolo VI il 7 dicembre 1965.
Il titolo Ad Gentes (dal latino, “alle nazioni”) proviene dalle prime parole del decreto stesso, che tratta dell’attività missionaria della Chiesa. Invita i missionari a una sempre maggiore inculturazione, esortandoli a vivere con i popoli presso cui arrivano. Incoraggia il coordinamento tra i missionari e le altre organizzazioni umanitarie che lavorano in paesi di missione.

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