È uno dei temi che più evapora nel nostro limbo di disattenzione. Soprattutto scompare tra i filari di parole sterili della politica.

L’Italia continua ad avere una cooperazione bilaterale di sussistenza. Non è certo pensata per costruire solidi partenariati paritari con governi e società civili del sud del mondo.

La situazione di stagnazione dura da anni. A fine dicembre 2020 l’Ocse ha pubblicato i dati definitivi sull’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) in Italia. Risaliva al 2014 l’ultimo suo report.

Il rapporto tra Aps e il reddito nazionale lordo (Rnl) – il parametro che misura la reale crescita degli impegni finanziarie di un paese nel settore – è stato drasticamente ridimensionato portandolo allo 0,22% nel 2019. Era lo 0,30 nel 2017 e lo 0,25 nel 2018. Nel 2014 i tecnici dell’Ocse avevano inviato a Roma 20 raccomandazioni. Oggi si scopre che solo 3 sono state completamente attuate.

Impegno venuto meno

Un cronico ritardo di Roma rispetto agli impegni assunti in sede internazionale, primo fra tutti quello del raggiungimento dello 0,7% Aps/Rnl entro il 2030.

Tutti i presidenti del consiglio e i ministri degli esteri da anni si riempiono la bocca promettendo risorse. Al Forum di Parigi sulla pace del 12 novembre 2020, l’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte dichiarò che «se c’è qualcosa da imparare da questa situazione senza precedenti, è il valore della cooperazione internazionale. Problemi condivisi, che minacciano la pace e la stabilità, necessitano di risposte condivise urgenti».

L’ex premier Matteo Renzi, nel suo recente viaggio in Senegal, attorniato da suore missionarie, ha declamato come l’Italia «debba investire molto in Africa. Inutile dire che dobbiamo aiutarli a casa loro, se poi tagliamo su cooperazione allo sviluppo e lasciamo le infrastrutture ai cinesi».

Ma anche nei suoi anni a Palazzo Chigi i fondi per gli Aps non sono poi stati così ingenti.

Speranze tradite dalla Legge di bilancio

La speranza era che la nuova legge di bilancio 2021-203 rappresentasse l’occasione per un’inversione di tendenza. Aspettative deluse. In tre anni, i fondi destinati al ministero degli esteri per la cooperazione bilaterale pura caleranno del 22,74%, passando da 1,2 miliardi di euro del 2021 a 959 milioni nel 2023. Erano 1,3 miliardi nel 2020. Un disinvestimento. Fatto ancor più grave perché avviene nell’anno in cui l’Italia presiede il G-20.

Chi mistifica ha pronta la replica: vabbè, ma nel 2021 in valori assoluti l’Aps vedrà un aumento: dai 4,43 miliardi del 2020 a 5,34 miliardi di euro di quest’anno. Ma è un incremento dovuto principalmente a un corposo contributo destinato all’Unione europea. Stanziamento, quest’ultimo, che rientra nei fondi del canale multilaterale, gestito dal ministero dell’economia e delle finanze.

Perché i fondi dell’aiuto pubblico allo sviluppo si dividono in due grandi insiemi: il canale multilaterale – dove le risorse del paese donatore finiscono a organizzazioni internazionali e agenzie Onu specializzate in cooperazione –  e quello bilaterale – dove il flusso di risorse va direttamente dal paese donatore a quello ricevente –. Canale, quest’ultimo, il più debole e con meno fondi e in parte gestito dal ministero degli esteri e in parte dal ministero dell’interno.

L’aiuto “gonfiato” ai migranti

Il Viminale, infatti, gestisce i finanziamenti per le spese di accoglienza dei migranti (In-donor refugees cost, Idrc) che rientrano come “aiuto gonfiato” nel canale bilaterale dell’Aps. Nel 2017, nel pieno della crisi migratoria, il rapporto tra Aps e Rnl ha raggiunto lo 0,30%. Ma si è trattato di un dato drogato, come ha ricordato Actionaid nel suo ultimo report La cooperazione allo sviluppo di fronte alle sfide della pandemia. La spesa per l’accoglienza proprio quell’anno segnava il suo picco (1,6 miliardi di euro) ed è stata contabilizzata come aiuto allo sviluppo. Ma quella cifra «non ha nulla a che vedere con la cooperazione allo sviluppo: sono risorse che non varcano il confine italiano».

Poi accade che quell’aiuto drogato gonfi erroneamente la spesa prevista per il canale bilaterale. È quello che è successo nel 2019, quando il ministero dell’interno aveva indicato una spesa di 1,67 miliardi di euro e, alla fine, la spesa reale è stata di 397 milioni di euro.

Sorprende, quindi, che anche oggi si ricaschi nel medesimo errore: lo stanziamento previsto per le spese di accoglienza per il 2021 è superiore al miliardo e mezzo di euro. Evidentemente non ha insegnato nulla ciò che è accaduto due anni fa. I fondi non seguono in modo proporzionale il calo degli arrivi.

Il canale bilaterale al netto della spesa in accoglienza è definito l’Aps spendibile. Il solo che punta agli obiettivi originari della cooperazione bilaterale: un rapporto diretto con il paese bisognoso per sradicare la povertà, ridurre le diseguaglianze, tutelare e affermare i diritti umani e prevenire i conflitti.

Con l’aiuto gonfiato, risulta che Roma abbia a cuore le sorti della cooperazione. Nella realtà, le risorse finiscono per essere cannibalizzate dalle esigenze di contrasto alle migrazioni irregolari e alla tutela dei richiedenti asilo.

Svuotata la riforma

La mancanza di visione e di coerenza nelle scelte governative tradisce la riforma voluta con la legge 125 del 2014, che aveva suscitato nuove speranze ed entusiasmi.

Aveva ridisegna la governance della cooperazione italiana, istituendo la figura di un viceministro alla cooperazione, un tavolo di coordinamento tra i ministeri – per assicurare maggiore “coerenza” all’azione dell’Italia –, aveva individuato la Cassa Depositi e Prestiti come vera e propria “banca dello sviluppo” italiana, dando alla cooperazione un suo strumento finanziario dedicato.

Ma, soprattutto, la riforma ha dato vita all’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, con l’ambizione di allineare l’Italia ai principali partner europei, rispondendo all’esigenza di una cooperazione più professionale e innovativa. Il compito dell’Aics è quello di svolgere le attività di carattere tecnico-operativo connesse alle fasi di istruttoria, formulazione, finanziamento, gestione e controllo delle iniziative di cooperazione internazionale.

L’agenzia così importante che è rimasta senza guida per 13 mesi, dopo le dimissioni della direttrice Laura Frigenti all’inizio del 2018. E che da subito ha sofferto di carenza di organico, che ne ha limitato l’operatività. Ancora oggi è fermo il bando di concorso per 60 persone, la cui assunzione farebbe almeno respirare la struttura. Attualmente sono 106 i dipendenti propri dell’Aics e 38 quelli che arrivano da altre amministrazioni. L’organico prevedrebbe 240 persone. In pratica, va avanti con le risorse ante riforma

Ma è la perfetta fotografia dello stallo in cui versa il settore, con il totale disimpegno della politica. «Pur essendo parte integrante della politica estera del nostro paese, come recita la 125/2014, la cooperazione allo sviluppo non rappresenta una priorità per la politica, se non quando la si può utilizzare per realizzare altri interessi», l’amaro commento di Actionaid.

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