Da Nigrizia di ottobre 2010: penne alla diaspora
I giovani autori della letteratura migrante africana – con il loro ibrido bagaglio culturale e linguistico – tra le apprezzate proposte dell’appuntamento mantovano, giunto alla quattordicesima edizione. Alla manifestazione presenti anche Afriradio e Nigrizia multimedia.

Tra i tanti e sempre più numerosi autori che ogni anno si riuniscono a Mantova dalle regioni più disparate del mondo per quella che è diventata una delle più grandi kermesse letterarie nazionali, anche l’edizione 2010 del Festivaletteratura ha riservato uno spazio particolare all’Africa e alle sue voci, concentrandosi soprattutto sulla scrittura migrante e sullo sviluppo tecnologico del continente. L’attenzione di pubblico e critica si è convogliata, in particolar modo, su giovani autori della diaspora africana che, alla svolta del millennio, hanno scelto di abbandonare i loro paesi natali, almeno fisicamente, e si sono ricollocati altrove, in nuovi spazi fisici, culturali e linguistici ibridi e “in-between“. Si tratta del nigeriano Chris Abani e del senegalese Cheikh Tidiane Gaye, oggi residenti in California e Italia rispettivamente, come pure dell’artista visuale Fatimah Tuggar, che vive a New York, o dei più internazionali interpreti della diaspora anglofona post-coloniale, da V. S. Naipaul a Rasheed Araeen.

 

Nel suo dialogo-incontro con Itala Vivan, Chris Abani ha ricostruito il suo percorso di artista in bilico tra mondi, culture e concezioni estetiche diversi, che l’ha portato a raggiungere livelli di alto lirismo e risultati artistici sorprendenti. La sua è una scrittura dolorosa che parte da travagliati trascorsi personali per approdare a riflessioni universali su cosa significhi essere umani nelle società globali del terzo millennio. Un’attenzione sempre particolare è dedicata nelle sue pagine agli emarginati e reietti in varie realtà metropolitane del mondo, da Lagos a Londra e Los Angeles, senza però mai scadere nel pietismo o nell’autocommiserazione, ma sempre con la convinzione che un’umanità nuova e più consapevole possa risorgere dalle atrocità e sofferenze causate da guerre, genocidi e diaspore di varia natura.

 

Nato in Nigeria nel 1966, all’inizio della guerra civile che sconvolse il paese per 4 anni, decimando la popolazione della regione indipendentista del Biafra, Chris Abani ha trovato asilo politico a Londra all’inizio degli anni ’90 per fuggire la condanna a morte inflittagli nel suo paese dopo tre lunghi periodi di detenzione causati da alcuni suoi scritti giovanili, considerati sovversivi. Poeta, narratore e musicista, Abani sembra aver finalmente trovato la sua collocazione ideale in una Los Angeles che egli stesso ritiene molto simile alla Lagos delle origini: caotica, disordinata, fagocitante e popolata in gran parte da un’umanità sofferente. Sono questi i personaggi che animano i suoi romanzi e racconti brevi, dall’indimenticabile Graceland (Terre di Mezzo, 2005) degli esordi, ambientato in una Lagos corrotta e amorale ma brulicante di promesse e voglia di vivere, passando per L’ambigua follia di Mr Black (Fanucci, 2007), che ritrae i diseredati dei ghetti più malfamati di Los Angeles e Abigail – Una storia vera (Fanucci, 2008), che narra del dramma di una ragazzina nigeriana venduta come merce umana a Londra e destinata al mercato della prostituzione, emblema delle nuove sottaciute schiavitù del terzo millennio.

 

Ormai conosciuto e amato anche dal pubblico italiano, Abani è tornato nel nostro paese per presentare la traduzione della sua ultima opera, Canzone per la notte (Fanucci, 2010), lirica sublimazione del percorso di redenzione di un bambino soldato coinvolto in una sanguinosa guerra civile africana. Il giovane protagonista, privato delle corde vocali, della sua famiglia e della sua infanzia, attraversa una foresta buia e disseminata di pericoli e atrocità, per riemergere infine, purificato, a riveder le stelle.

 

Cantastorie Un simile ibridismo culturale e linguistico contraddistingue l’opera del senegalese Cheikh Tidiane Gaye, residente a Milano dal 2000 e autore di testi in versi e prosa, scritti in italiano, che hanno già ricevuto significativi premi e riconoscimenti. Dopo l’opera d’esordio, Il giuramento (Liberodiscrivere editore, 2001), Gaye ha pubblicato per le Edizioni dell’Arco il romanzo Méry, principessa albina (2005) – storia di una giovane fanciulla africana, considerata “vento fertilizzatore” per la sua comunità – e le due raccolte poetiche, Il canto del Djali (2007) e Ode nascente (2009). Entrambe rievocano il ritmo dell’oralità africana e celebrano la bellezza e sacralità della parola in tutto il suo valore estetico, civile e profetico, esaltandone la potenza evocativa e creatrice. I suoi versi celebrano un’Africa tradizionale in cui il cantastorie è una figura essenziale, che ha ricevuto dagli avi l’eredità della parola per trasmettere un linguaggio e una cultura millenaria, accompagnato dalla musica della sua kora, dal soffio del vento e dal calore del sole e della sua terra. «Rinasco al ritmo della kora che pettina la chioma delle mie canzoni / al flauto affilato nell’allegria / ai tam-tam che intrecciano parole / parole fedeli agli spiriti».

 

Portavoce di un panafricanismo culturale riconducibile all’ambito africano e caribico francofono, Gaye riconosce il suo grande debito ideologico e artistico a Léopold Sédar Senghor, ma anche a Dante Alighieri, cui dedica un componimento, celebrandone i «brani fulminanti» e l’«antico dolce stile», e da cui il poeta italo- senegalese si augura di poter «figliare le sue strofe».

 

Ricchi di metafore e folgoranti immagini, i componimenti di Gaye procedono in un rincorrersi di anafore per fare, come Itala Vivan l’ha definita, «una poesia che abbia anima africana pur nella lingua europea, riconfigurando tradizioni e suggestioni per nuovi lettori e diverse sensibilità».

 

La presenza di questo autore a Mantova si rivela doppiamente significativa, in quanto testimone e portavoce di una nuova produzione letteraria di lingua italiana ancora poco conosciuta: quella degli scrittori migranti nati e scolarizzati altrove, ma oggi residenti e cittadini a tutti gli effetti del nostro paese. Come già è avvenuto in altri contesti post-coloniali in ambito anglofono o francofono, questa produzione si gioca sulle contaminazioni linguistiche e culturali che l’incontro con l'”altro” genera, ed è destinata a espandersi, all’insegna della transculturalità, della creolizzazione e del meticciato.

 

I tre incontri organizzati nella cornice del festival dalla Fondazione Lettera27, in collaborazione con Wikimedia Italia, AfriRadio e Nigrizia Multimedia, hanno messo in luce la vocazione tecnologica dell’Africa e le applicazioni pratiche che la tecnologia può avere in ambito artistico ed educativo. Ospiti principali dei tre momenti, oltre allo stesso Gaye, sono stati gli artisti Fatimah Tuggar, Rasheed Araeen e Stacy Hardy (scrittrice, giornalista e artista digitale e multimediale sudafricana, collaboratrice della rivista Chimurenga).

 

 

Tecnologia e arte

Fatimah Tuggar, connazionale e coetanea di Abani, ha studiato alla Yale University, ha esposto il suo lavoro in alcuni dei principali centri di arte contemporanea del mondo e partecipato a biennali internazionali, come quelle di Mosca e Bamako, divenendo esponente autorevole dell’Afrofuturismo. La sua specificità artistica è quella di creare collage digitali attraverso un uso esperto delle tecnologie informatiche. Tramite la giustapposizione di oggetti e scene tratti dalla vita quotidiana, che mescolano il contesto africano delle origini a quello americano d’adozione, le immagini prodotte negano le nozioni pregresse socialmente condivise, producendo un effetto straniante attraverso l’inserimento in uno scenario noto di elementi nuovi, atipici e inattesi. Le sue opere tecnicamente ibride inducono riflessioni su temi quali etnicità, tecnologia e cultura post-coloniale e suggeriscono la trasversalità geografica, culturale e semiotica di alcuni elementi e dell’arte in sé come strumento di conoscenza e decodificazione del reale.

 

In conclusione della serie, Rasheed Araeen ha dialogato con Jolanda Pensa, critica d’arte, ricercatrice e direttore scientifico di Wikiafrica. Araeen è artista concettuale, scultore, pittore, scrittore, curatore e critico di origine pachistana. Si è trasferito a Londra nel 1964 e qui ha fondato nel 1989 la rivista Third Text, una delle più eminenti riviste dedicate all’arte e alle prospettive critiche post-coloniali, che ha fornito e continua a fornire un contributo essenziale nella definizione delle politiche culturali britanniche e non, aprendo spiragli e spazi di espressione a creativi provenienti da tutto il mondo e delineando nuove prospettive critiche internazionali. Araeen si è soffermato sulla necessità di riconoscere attraverso una più attenda analisi storica i contributi essenziali che gli immigrati provenienti dall’Asia e dall’Africa hanno apportato alla cultura mediterranea ed europea, auspicando un’apertura centrifuga del nostro sapere.

 

 

Le traveggole di Naipaul

Ma l’attenzione sul continente africano al festival è stata di certo catalizzata dall’incontro con V. S. Naipaul, Premio Nobel e nome illustre dell’edizione di quest’anno. La sua scrittura è maturata in un contesto diasporico allargato e transnazionale, in continuo movimento tra i Caribi della nascita, l’Africa e l’India delle origini e la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’adozione. L’opera che tanto scalpore ha già suscitato a livello internazionale, e che anche al festival non ha mancato di far emergere il carattere burbero e irascibile a oltranza del suo autore, è La maschera dell’Africa (Adelphi 2010). L’Africa qui descritta risulta un mondo primitivo e violento, fatto di riti magici, sacrifici e stregoneria. Il libro non indigna solo per la descrizione, ad esempio, di come i gatti vengano barbaramente uccisi e mangiati in varie regioni del continente, ma per passi come quello in cui Winnie Mandela accuserebbe il marito di aver tradito il suo paese, «accettando una libertà basata su compromessi e concessioni» (accusa smentita dalla stessa signora Mandela, che nega addirittura di aver mai incontrato lo scrittore e sua moglie). A sua discolpa, e come unica risposta alla sua interlocutrice prima del diverbio tra i due che avrebbe di lì a poco portato all’interruzione dell’incontro stesso, Naipaul ha detto di aver semplicemente voluto descrivere l’Africa così come lui l’ha vista nel suo ultimo viaggio, compiuto proprio allo scopo di parlare di un continente di cui pochi altri parlano, di risalire alle origini delle credenze religiose che lo animano e comprendere le cause reali della sua attuale arretratezza e miseria. «Ma è innegabile», ha proseguito Naipaul, con più di una punta di polemica, «che la cultura orale, che piace così tanto alla sinistra, è totalmente insufficiente in un’epoca alfabetizzata, e che il continente non può giocare nessun ruolo a livello mondiale e non ha nulla da offrire dal punto di vista intellettuale».

 

Al di là delle intenzioni reali o supposte che sottostanno all’opera di Naipaul – e del diritto di esprimere il suo personale, per quanto contestabile, punto di vista – speriamo che l’episodio non focalizzi l’attenzione e la curiosità dei lettori solo sul suo libro, come per ora i mass media hanno contribuito a fare, ma lasci invece spazio alle altre voci, più nuove e forse più sincere, che il festival ha dato modo di conoscere e che, anziché chiudersi su arroccate posizioni, fioriscono nel dialogo e nello scambio interculturale.

 

Chris Abani: “Dentro l’anima della guerra”

Il suo ultimo romanzo, Canzone per la notte, descrive una guerra civile africana non meglio definita che, per alcuni accenni alla cultura igbo, cui lei appartiene, rimanda alla guerra del Biafra, mostrando una continuità con le opere dei suoi progenitori letterari (Wole Soyinka, Chinua Achebe e Ken Saro-Wiwa), ma anche una grande discontinuità. Cosa c’è di nuovo negli scrittori nigeriani della sua generazione?

«Il testo si riferisce principalmente alla guerra del Biafra, ma non solo. Sono nato in Nigeria all’inizio di quella guerra. La mia famiglia è stata sfollata all’interno del paese per oltre due anni, e questo ha condizionato tutta la mia esistenza. Quando ho iniziato a formulare l’idea di questo romanzo, ho realizzato che, dal 1966 ad oggi, altre guerre altrettanto sanguinose hanno sconvolto paesi limitrofi dell’Africa Occidentale, come Liberia, Angola, Sierra Leone. Perciò, la mia narrazione tenta di alludere a tutte queste realtà, anche se poi avevo bisogno di concretezza e veridicità storica e ho calato i miei protagonisti nella realtà che conoscevo meglio, quella igbo.

Quelle di Achebe, Soyinka e Saro-Wiwa sono narrazioni fondamentali che ovviamente tutti noi delle generazioni successive (Chimamanda Ngozi Adichie, Uzodinma Ideala, ecc.) ben conosciamo e su cui abbiamo formato i nostri primi passi. Ma le loro erano più narrazioni storiche e politiche. Loro in quella guerra erano coinvolti. Soyinka, ad esempio, militò attivamente affinché si concludesse. E hanno pagato caro il prezzo delle loro idee politiche. Per noi, invece, è diverso. Avendo già dei modelli che descrivono in maniera realistica quella guerra, possiamo prenderci delle licenze artistiche, astrarci dal contingente e dal dato storico, per dedicarci più all’aspetto psicologico e umano universale».

 

 

Cheick Tidiane Gaye: “Ho sposato l’italiano”

È possibile recuperare suoni, colori e voci del continente africano e del suo paese natale attraverso la lingua italiana e restituirli a un pubblico che, nel migliore dei casi, ne ha sentito parlare a distanza, se non è addirittura reso ostile da pregiudizi e insensate fobie di “alterità” e “contaminazione”? Perché ha scelto di esprimere la sua arte in italiano e non in francese, sua lingua natia assieme al wolof, e apparentemente così musicale?

«Trovo la lingua italiana molto più musicale del francese e mi viene molto naturale esprimermi in italiano. Anzi, l’italiano è la lingua in cui i versi mi sgorgano proprio spontaneamente e con cui cerco di descri- Cheick Tidiane Gaye: “Ho sposato l’italiano” vere le bellezze della mia terra lontana, ma sempre rifacendomi ai miei modelli ispiratori, che sono il griot, da un lato, Senghor e la Negritudine dall’altro. Lavorando in Italia alla Extrabanca (prima banca europea pensata principalmente per gli extracomunitari), l’italiano è diventato, per forza di cose, il ponte con tutti gli immigrati che si presentano al mio sportello, l’unica lingua in cui tutti noi possiamo comunicare e rivendicare i nostri diritti, ma anche esprimere le nostre idee e la nostra arte.

E poi mi piace molto la vostra poesia. Mi piacciono moltissimo Giacomo Leopardi e Alda Merini. Il mio matrimonio con la lingua italiana si è rivelato un’unione felice e non credo che chiederò la separazione!».

 




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