Padre Ezechiele Ramin / Brasile
Il ricordo di un missionario comboniano che ha fatto la scelta per i poveri e gli oppressi. Fino al martirio, il 24 luglio 1985. Un esempio di «Chiesa in uscita».

Fare memoria di padre Ramin, a 30 anni dal suo martirio, è lasciare entrare nella nostra vita la testimonianza profetica di un giovane missionario che è ricordato dai poveri della zona rurale dell’interno della Rondonia come un prete allegro e semplice, a cui piaceva visitare le famiglie e rimanere tra la gente, che andava incontro alle persone con un gesto molto caratteristico: al vederli, apriva le braccia col palmo della mano in alto e andava loro incontro per abbracciarli.

La gioia del vangelo, vissuta nell’impegno per la giustizia e per una vita dignitosa, per i piccoli lavoratori rurali e indigeni fu sempre presente nel cuore e nella vita missionaria di Ezechiele, che vedeva nella sua gente il volto di Cristo.

Ezechiele nasce a Padova nel 1953. Ancora giovane, decide di dedicare la sua vita ai più poveri e bisognosi, come missionario al di là delle frontiere. Questo fu sempre il suo grande ideale: stare sempre dalla parte dei più poveri e abbandonati. Ordinato prete nel 1980, a 30 anni è inviato in missione in Brasile. Nell’aprile del 1983, prima di arrivare in Brasile, condivide con gli amici: «Ancora non so dove andrò, però sono contento di partire. È una cosa più forte di me». Dopo aver fatto un corso di portoghese e della realtà brasiliana nella capitale Brasilia, è assegnato a Cacoal, Rondonia, uno stato che viveva ancora una condizione coloniale.

Quando vi arriva, incontra una Chiesa che cammina col popolo, coinvolta con i poveri e attenta alle questioni sociali. C’erano comunità cristiane consolidate e leader in formazione, capaci di esercitare un ruolo guida nella vita ecclesiale e sociale di quelle piccole comunità, attraverso le Comunità ecclesiali di base (Ceb). Pieno di entusiasmo, entra con facilità nella realtà del popolo della Rondonia.

Ezechiele non tardò molto ad accorgersi del problema dei conflitti per la terra che attraversavano la regione. Si trovò in un contesto di eclatanti disuguaglianze, dovute all’assenza di una riforma agraria, in una realtà i cui i potenti, attraverso l’uso sistematico della violenza, accrescevano i loro latifondi, rubando le terre agli indigeni dopo averli espulsi o uccisi.

All’epoca era cosa molto comune vedere in giro uomini armati. Per alcuni l’omicidio era diventato una professione che rendeva certo di più del lavoro nei campi. I “pistoleiros” erano pagati segretamente dai latifondisti che li sceglievano tra i propri lavoratori rurali. Per questo possiamo dire che i potenti usavano i poveri per uccidere gli stessi poveri. E così accumulavano terre e fattorie.

Colpi di fucile
Questa stato di cose turbava profondamente padre Ezechiele. Non si dava pace nel vedere gli squilibri sociali, la concentrazione dei beni del creato nelle mani di pochi, le ingiustizie, l’uso della violenza e la manipolazione delle leggi por opprimere i piccoli. Di fronte a questo, Ezechiele si collocò coraggiosamente in difesa degli indigeni e dei senza terra che lottavano per il diritto alla terra e a una vita dignitosa. Vivendo in maniera molto concreta l’opzione per i poveri, in varie occasioni trattò pubblicamente questi temi. In uno dei suoi interventi pubblici disse: «Il mio lavoro qui è l’annuncio e la denuncia. Non potrebbe essere altrimenti, considerando la situazione del popolo. Dobbiamo appoggiare i movimenti popolari e le associazioni sindacali. La fede deve camminare assieme alla vita…».

Questa sua franchezza gli valse la stima dei poveri, che lo apprezzavano molto, ma anche l’ostilità di quanti pensavano che un prete non può immischiarsi in questioni sociopolitiche e ambientali e dovrebbe invece limitare il proprio ministero ai sacramenti. Lui tirò dritto per la sua strada e suscitò le ire dei proprietari terrieri e dei potenti.

Presto arrivarono minacce e persecuzioni. Ezechiele però tenne fede alle convinzioni maturate. Come Gesù, offrì a Dio e al popolo la sua vita, e anche la sua morte. Lui stesso lo disse durante una messa: «Non approviamo la violenza, anche se riceviamo violenza. Il padre che vi sta parlando, ha ricevuto minacce di morte. Caro fratello, se la mia vita ti appartiene, anche la mia morte ti apparterrà». E così accadde…

Il 24 luglio 1985, padre Ezechiele Ramin, appena trentaduenne, fu brutalmente assassinato mentre tornava da una missione di pace: si era recato dai senza terra nella azienda agricola Catuva per chiedere loro di desistere dalle proteste perché erano in pericolo di morte. Fu attaccato di sorpresa dai pistoleiros asserviti ai proprietari terrieri e fu raggiunto da molti colpi di fucile. Morì sulla strada, poco lontano dalla sua auto. I mandanti del crimine non furono mai incriminati, come succede frequentemente quando gli accusati sono ricchi e potenti.

Liberazione
Così come tanti altri martiri, padre Ezechiele è diventato semente di nuovi cristiani. La sua vita ci stimola ad assumere una vita cristiana impegnata nella costruzione di un mondo migliore per tutti. La sua offerta per la causa dei piccoli ci spinge a uscire da noi stessi e ad andare incontro agli altri, specialmente di coloro che hanno maggiore bisogno. La sua vita missionaria è esempio per tutta la Chiesa che desidera essere una «Chiesa in uscita», come chiede papa Francesco.

Ezechiele ci lascia la testimonianza di cosa vuole dire essere cristiani: significa sporcarsi le mani per la liberazione dal peccato strutturale, cioè di un mondo con troppe disuguaglianze dove ci sono milioni di persone che sopravvivono a stento, mentre pochi concentrano nelle loro mani la maggior parte della ricchezza. Seguire l’esempio di Ezechiele, ci conduce ad adottare un’altra maniera di vivere, affinché la vita diventi possibile a tutti.

Oggi ci sono varie opere e attività, tanto nel campo sociale che in quello dell’evangelizzazione, che sono nate e si ispirano alla vita di padre Ezechiele. Lui ci lascia un’eredità ancora attuale e urgente affinché come Chiesa arriviamo a impegnarci nella difesa del diritto alla terra, al lavoro, alla casa, come ci ricorda papa Francesco.

Una delle grandi virtù di Ezechiele è quella di aver vissuto in modo concreto l’opzione per i poveri. Dopo il Vaticano II, la Chiesa latinoamericana ha assunto ufficialmente l’opzione per i poveri nelle Conferenze di Medellin (1968) e Puebla (1979), e ratificata posteriormente da quella di Aparecida (2007). In quelle conferenze, l’episcopato latinoamericano fece una autocritica e costatò che la Chiesa «non può rimanere indifferente di fronte alle tremende ingiustizie sociali che esistono in America Latina, che mantengono la maggioranza dei nostri popoli in una dolorosa povertà che in molti casi arriva a essere miseria disumana» (Medellin 14, n° 1).

Si è stabilita cosi, in molti luoghi, una Chiesa che cerca di comprendere la realtà a partire dai poveri, si colloca come loro compagna nella ricerca della giustizia e della liberazione, audace nel denunciare i peccati strutturali che opprimono il popolo e lo conducono alla miseria.

Molti missionari, religiose e religiosi, sacerdoti, laici e leader hanno vissuto e vivono con determinazione l’opzione per i poveri in Brasile e in tutta l’America Latina. Questo impegno ha comportato persecuzioni. Ezechiele non è stato l’unico a essere minacciato e perseguitato. Con lui, sono molti i martiri. Tra questi, abbiamo la figura di monsignor Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador (El Salvador), beatificato il 23 maggio scorso, che ha vissuto una vita profetica di amore e di denuncia delle ingiustizie.

Per questo, Ezechiele è segno e testimone di uno stile di essere Chiesa che sceglie i poveri, fedele fino alla fine, e che si lascia coinvolgere in una evangelizzazione che punta alla trasformazione della società. Anche se questo può costare la vita. Com’è accaduto al Maestro.

Articolo estratto dall’ultimo numero di Nigrizia di luglio-agosto 2015.

Nella foto e nel disegno sopra Padre Ezechiele Ramin.

Esempio missionario

Come giustamente titola il libro, padre Ezechiele ha lottato per difendere il diritto alla terra al fianco dei contadini e degli indios suruí in Rondônia, nel nord ovest del Brasile, contro l’usurpazione dei latifondisti. È doveroso aggiungere però che Ezechiele è anche “martire della fede” perché ciò che lo ha spinto all’impegno sociale non è stata una motivazione politica bensì l’adesione interiore a Gesù Cristo.
Questo aspetto emerge già nella prima parte del libro – l’autore è stato amico di Ezechiele e oggi è il superiore provinciale dei comboniani d’Italia – che ricostruisce il contesto e il crescendo di eventi che portarono all’uccisione di Ezechiele neppure due anni dopo il suo arrivo in Brasile. Ma la sua identificazione con Gesù è ancora più evidente nella seconda parte – La voce di Lele – dove sono riportate omelie e lettere sue, alcune inedite, ad amici e parenti.

Il Venerdì santo, 5 aprile 1985, pochi mesi prima di essere ucciso commentava così nell’omelia ai parrocchiani di Cacoal la passione e morte di Gesù: «Quante cose potremmo dire sopra questa morte! Perché soltanto la morte dovrebbe avere valore redentore? Forse che tutta la vita di Gesù non fu ugualmente liberatrice? … La croce è la solidarietà di Dio, che assume il dolore umano, non per renderlo eterno ma per sopprimerlo. La maniera con cui vuole sopprimerlo non è attraverso la forza né con il dominio, ma per la via dell’amore. Cristo predicò e visse questa nuova dimensione. La paura della morte non lo fece desistere dal suo progetto di amore. L’amore è più forte della morte».
A distanza di tanti anni la testimonianza di padre Ezechiele continua a ispirare giovani di oggi. Nell’ultima sezione del libro – Dicono di Lele – sono raccolte alcune lettere e riflessioni di quanti pur non avendolo conosciuto personalmente hanno letto di lui e si sentono motivati dal suo esempio. Come nel caso di una giovane missionaria comboniana che scrive: «Lele è con me, la sua foto mi accompagna, il suo sguardo mi incoraggia nei momenti più difficili, è diventato per me un intercessore, lo prego perché anche grazie a lui Dio mi doni la saggezza e la fedeltà al sogno che mi ha confidato». (Efrem Tresoldi)

 

Giovanni Munari, “Ezechiele Ramin, Martire della terra”

Emi, 2015, pp. 80, € 7, 00.