«“Pazienza figlie mie! Munyal! Questo è l’unico valore del matrimonio e della vita. Questo è l’autentico valore della nostra religione, dei nostri costumi del nostro pulaaku. Fate che sia parte della vostra vita futura». È l’attacco del romanzo. Basta leggere qualche pagina per inanellare domande. Se la pazienza è una porta in faccia, come può essere una virtù? Se rispettare la tradizione significa essere giocate come pedine su di uno scacchiere dove ogni mossa è già stata decisa, che fine fanno le inclinazioni e i desideri individuali?

Se la possibilità di prendere decisioni si declina solo al maschile e anche il matrimonio deve essere articolato secondo le convenienze dei capi famiglia e le alleanze famigliari, quanto è angusto il perimetro entro cui una donna può provare a essere un soggetto? Se si trattasse di un saggio sui diritti delle donne un lettore occidentale si darebbe risposte rapide e passerebbe oltre.

La bravura dell’autrice – originaria del Camerun, famiglia musulmana, madre egiziana e padre fulani – è di saper raccontare, con un tratto incalzante, come nelle famiglie maturano certe decisioni e come reagiscono nell’intimo le soggettività negate.

Il romanzo, ambientato in Camerun dà la parola a tre donne – Ramla, Hindou, Safira – e si snoda su tre piani narrativi che si intrecciano. Ramla fa parte di una famiglia benestante e rappresenta la figura femminile che, fin da bambina, ha rifiutato il ruolo deciso da altri e coltivato una relazione, prima d’amicizia e poi sentimentale, con un suo coetaneo, Aminou: «Mentre le mie sorelle rinunciavano agli studi appena possibile, non si sognavano nemmeno di disobbedire a mio padre e accettavano di sposare uomini scelti per loro vuoi da lui vuoi dagli zii – perché erano più interessate agli aspetti materiali del matrimonio, ai regali o all’arredo – io mi ostinavo ad andare a scuola. E spiegavo alle donne della mia famiglia la mia ambizione di diventare farmacista…».

Ma il padre, un commerciante, le impone di lasciare gli studi dopo il diploma e di sposare a 17 anni un uomo d’affari sulla cinquantina. Ramla sembra piegarsi, poi pare quasi voglia accontentarsi e invece sta solo cercando una via d’uscita. Hindou è coetanea e cugina di Ramla. È consapevole che la decisone del padre di darla in sposa al violento cugino Moubarak può essere devastante, ma ha molte meno difese di Ramla. La prima notte di nozze è uno stupro che non si può chiamare con il suo nome.

Piano piano cerca di trovare un suo spazio nella monotonia della regole e delle abitudini familiari, ma si sente soffocare: «Non sono pazza! Se mi spoglio, è per respirare meglio l’ossigeno della terra. È per sentire meglio il profumo dei fiori e il respiro dell’aria fresca sulla pelle nuda. Troppi strati di tessuto mi hanno soffocato dalla testa ai piedi, dai piedi alla testa. No, non sono pazza. Perché mi impedite di respirare? Perché mi impedite di vivere?».

Safira è la prima moglie, la dada-saaré, di Alhadji Issa, l’uomo d’affari che ha sposato Ramla. Ha trentacinque anni, per venti è stata l’unica moglie ed è perfettamente a suo agio nelle dinamiche familiari scolpite nella tradizione. Tuttavia ora si sente insidiata dall’avvenenza e dalla cultura della co-sposa e va in crisi. Non significa però che si arrenda, anche perché conosce tutti i segreti della vita matrimoniale e non esita a fare ricorso a stregonerie e sortilegi per riappropriarsi del suo ruolo. Meritato il premio Goncourt des Lycéens 2020.

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