Il dibattito sul genocidio rwandese del 1994 (almeno 500mila morti in gran parte di etnia tutsi), sulle cause scatenanti e sulle ricadute nella regione dei Grandi Laghi, è tutt’altro che concluso.

La ricerca storica – e in parte anche le inchieste giornalistiche – dovranno tentare di fornire delle risposte, mentre i protagonisti politici (rwandesi, congolesi, ugandesi, burundesi, francesi) stanno cercando di individuare una versione dei fatti che sia accettabile dai più e che consenta di guardare avanti.

Ma esiste anche la versione delle vittime, che può aiutare a calarsi in quella situazione e a capire. L’autore all’epoca dei fatti aveva dieci anni, un bambino di etnia tutsi investito con la sua famiglia dalla bufera che durò tre mesi. Habimana si è trasferito in Italia nel 2005, ha imboccato il percorso verso il sacerdozio e poi ha fatto altre scelte: oggi vive a Milano con la moglie di etnia hutu e due figli, e insegna religione.

E ha avuto modo di elaborare la bufera. «Entrai in seminario con l’idea che dovevo evitare gli hutu perché ero certo che volessero farmi del male e diffidare anche di quelli che durante il genocidio non avevano commesso crimini perché da un momento all’altro avrebbero potuto rifare quello che fecero i loro parenti.

Con il tempo, grazie agli insegnamenti dei nostri superiori e all’esperienza della vita in comune m cambiai opinione sugli hutu». Nel libro si tocca spesso il tasto della riconciliazione: quella individuale è raggiungibile, quella collettiva è sfuggente.

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