Catechisti in Angola (file immagine per gentile concessione: Missionários de Nossa Senhora de La Salette - Angola - Vatican News)

Quel far risuonare nelle periferie del mondo il cuore del vangelo, messaggio che ancora affascina diverse popolazioni che lo ascoltano per la prima volta o che dischiudono finalmente orecchie e cuori alla sua novità, trova in Africa protagonisti preparati e appassionati, nonostante tantissimi limiti, per la sua diffusione.

Se Papa Francesco sente l’urgenza di presentare oggi la Lettera Apostolica in forma di “Motu proprio” Antiquum ministerium (antico ministero), che introduce tra i servizi (ministeri nel linguaggio ecclesiale) riconosciuti quello del catechista è per dare piena dignità a un impegno fondamentale per l’iniziazione cristiana e per l’accompagnamento delle comunità cristiane nel mondo che non può essere né improvvisato né trascurato.

Nelle Afriche infatti il processo di evangelizzazione si è svolto storicamente dando particolare attenzione alla formazione dei catechisti che sono diventati dei veri leader delle comunità cristiane anche pagando prezzi molto alti, primo tra tutti quello del martirio, in situazioni di conflitto e di crisi politiche. Tra loro tanti uomini, e ahimé, poche donne, intrepidi camminatori tra savane, foreste e deserti, in viaggio con la Bibbia, un piccolo documento sulla catechesi e semmai un quaderno nello zaino.

Testimoni coraggiosi di Gesù di Nazaret, in aree urbane e rurali, tra mille fragilità e difficoltà, i catechisti hanno tenuto viva la fiamma del vangelo e dato continuità alla vita delle comunità cristiane isolate e raggiunte a fatica da preti, religiosi e religiose e altri laici, responsabili dei servizi pastorali di parrocchie e diocesi.

Per la formazione approfondita di questi catechisti, in diversi angoli del continente africano, sono stati costruiti dei centri appositi dove questi giovani studiano, lavorano, celebrano e vivono in comunità durante un periodo prolungato che li prepara al ritorno nelle comunità cristiane per esserne guide, testimoni e servitori.

Nigrizia ha raggiunto telefonicamente per l’occasione padre Torquato Paolucci, missionario comboniano e direttore, dal 2003 al 2010 del Centro catechistico “Lodonga” della Diocesi di Arua, nello Stato del West Nile al nord ovest dell’Uganda, vicino al confine con la Repubblica democratica del Congo e il Sud Sudan.

Coppie dei catechisti in formazione nel centro di Silambi della parrocchia “Sainte Trinité ” di Moissala in Ciad (Credit: Nigrizia)

Nella tua esperienza missionaria perché ti sei speso così a lungo per formare i catechisti? In che modo si svolgeva questa formazione e con quali contenuti?

Chi ha vissuto in Africa, nelle nostre missioni, conosce molto bene il ruolo centrale del catechista nelle comunità cristiane perché hanno la conoscenza della gente, della cultura, della storia e poi sono quelli che in realtà sono vicini alla popolazione e conoscono benissimo i loro problemi e le loro speranze. Sono parte di loro e rappresentano il cuore del servizio missionario. Si tratta ormai di un’esperienza collaudata in Uganda e in tante altre chiese africane.

La formazione dei catechisti è molto importante perché dove abbiamo bravi catechisti abbiamo comunità cristiane vive. Agli inizi dell’evangelizzazione anche qui in Uganda si affidava questo compito a persone considerate di fiducia, anima della preghiera, della carità, della visita ai malati, ma poi si è sentita l’esigenza che fossero più preparati, prima di tutto a livello spirituale, il che è fondamentale visto che devono testimoniare e trasmettere la fede. Se non ci credono loro non ci crede nessuno.

Quindi nel nostro centro di formazione dei catechisti “Lodonga”, fondato da padre Renzo Salvano, si cura innanzitutto la preparazione spirituale e poi lo studio, la lettura, la celebrazione. Si fa tanta scuola e diversi corsi di teologia di base: Bibbia, storia della Chiesa, omiletica, liturgia. Ma anche tecniche per lavorare nella pratica nelle comunità cristiane.

Come il metodo Lumko, per unire la Parola alla fede, o i gruppi biblici. Organizziamo dei team work (equipe) specifici nelle parrocchie dove, in accordo con il parroco, passiamo con una ventina di catechisti di casa in casa per parlare alla gente. Così i catechisti imparano un metodo di lavoro. Usufruiscono anche di una biblioteca col oltre 5mila libri e sussidi.

Nel Centro avevate un equipe di coordinamento?

Si. Coordinavo un gruppo di lavoro in cui erano inseriti anche padre Mario Casella, originario di Malcesine, nel veronese, e uomo di grande spiritualità, due catechisti ugandesi anziani e di grande esperienza, e un sacerdote diocesano. Eravamo un bel team affiatato. Oltre alla struttura per i catechisti abbiamo anche un centro di spiritualità della Diocesi di Arua dove i cristiani delle parrocchie vicine possono trascorrere un periodo di ritiro e di preghiera.

Nel centro per catechisti abbiamo accolto anche molti sudsudanesi per seguire i corsi e, nei miei sette anni di lavoro, abbiamo preparato oltre 500 leader a cui, alla fine del periodo previsto, viene consegnata la Bibbia e il Catechismo della Chiesa cattolica con una cerimonia particolare, perché siano inviati nelle loro comunità come catechisti e responsabili di equipe di catechesi a livello di settore, oppure di intere aree della parrocchia o incaricati delle scuole, dei giovani, dei poveri e dei malati.

Catechisti in formazione nel centro di Silambi della Parrocchia “Sainte Trinité ” di Moissala in Ciad (Credit: Nigrizia)

Chi sono questi catechisti?  E come nascono?

La scelta delle persone da formare è fondamentale. Tutta gente sposata, sfortunatamente pochissime donne che devono restare a casa per occuparsi delle terre e dei figli, perché i corsi duravano due anni. Come nasce un catechista? Il catechista scelto è un giovane che generalmente già sa fare qualcosa nella comunità, per esempio va a trovare i malati a nome della comunità. Tra questi giovani individuiamo i candidati per il centro.

C’è una commissione in ogni parrocchia che si occupava della catechesi e noi andiamo ad incontrarli e a conoscere la famiglia per capire il retroterra e se ci sono delle particolari difficoltà da affrontare per intraprendere un percorso così impegnativo.

Alcune delle loro famiglie hanno sette o otto figli! Vogliamo coinvolgere le famiglie in questa scelta, soprattutto la moglie. E qui ho fatto delle esperienze bellissime. Ricordo quella volta in cui una donna con molti figli mi disse: «Se Dio chiama mio marito per questa vocazione allora deve partire. Chi sono io per dire di no? Anch’io devo fare un sacrificio». Come se non ne facesse già abbastanza.

Il marito dopo tre trimestri di formazione torna a casa un mese per lavorare nei campi e stare con la famiglia, poi ritorna alla sua preparazione che sente come una vera vocazione. Per questo svolgono il servizio in pura gratuità, senza un salario, anche se qualcuno interpreta a volte il ruolo anche in termini di prestigio nei confronti della comunità. Ѐ la comunità cristiana stessa, con il nostro aiuto, che sostiene economicamente la loro formazione.

Nel centro vengono anche altri cristiani dalle parrocchie per percorsi di approfondimento?

Con i catechisti si fa un censimento dei battezzati che hanno abbandonato le comunità cristiane per i più diversi motivi, tra cui la poligamia o la superstizione. Nella nostra Diocesi, quando un cristiano per oltre 5 anni anni non riceve più i sacramenti deve rifare il percorso di catecumenato per l’iniziazione cristiana.

Allora alcuni vengono al centro per ricominciare un cammino di ritorno al Signore. Un’esperienza davvero bellissima. Ricordo il rito del loro rientro nelle comunità durante la festa di Pasqua. Una gioia incredibile dove si tocca con mano una fede che diventa vita.

Nel centro siete riusciti ad approfondire alcuni aspetti di inculturazione della fede?

Nella liturgia si, anche se sono molto tradizionalisti, attraverso il canto e la danza. Tutto il corpo vive la liturgia. La vicinanza con il popolo congolese ci ha aiutato nel percorso di cercare una nostra forma di celebrazione valorizzando i tanti aspetti culturali che arricchiscono questa gente. Si è fatta strada l’idea dell’eucarestia e di un sostegno economico ai poveri, ai ciechi.

Noi missionari raddoppiamo quello che la gente mette in comune ma insistiamo che gli aiuti vadano a chi ha davvero bisogno e non alle loro famiglie o parenti. Anche questa è inculturazione: il vangelo che penetra una cultura, ne valorizza le potenzialità e ne corregge le distorsioni che non liberano l’umano che è in noi.

Quali sono le maggiori sfide che avete trovato e i migliori frutti raccolti?

Tra le sfide sicuramente quella dell’alcool che distrugge i catechisti e il loro servizio. Appena riescono scappano fuori dal centro per fiondarsi sulla birra tradizionale. Quando la domenica pomeriggio ci riuniamo per fare una verifica della settimana, questo e altri problemi escono allo scoperto, come il cercare di approfittare dei beni del centro per sé e non per la comunità.

Ma ci sono anche i frutti bellissimi che si intuiscono e che poi si toccano con mano al loro ritorno nelle comunità: la maggioranza si impegna veramente nella preparazione e le comunità crescono molto grazie a loro e anche i membri si sentono più motivati a collaborare economicamente alla vita della comunità (galline, banane, uova, fagioli, qualche soldo) e come manodopera nella costruzione delle cappelle in muratura.

Le comunità costruiscono tutto e noi missionari completiamo con il tetto. Un giorno ho visto una donna, affetta da poliomelite, che andava a raccogliere acqua zoppicando vistosamente e le ho detto: «Mamma perché fai questo lavoro?» Lei mi ha risposto: «Padre, questa è anche la mia cappella. Il nostro catechista si è sacrificato per noi partecipando al corso e anch’io devo fare la mia parte».

 

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