Razzismo sanitario: ora c'è una commissione per combatterlo
Salute Stati Uniti
Dalla ricerca alla distribuzione dei vaccini: la lunga strada verso l'eguaglianza in ambito sanitario avrà rappresentanti a livello globale
Razzismo sanitario: ora c’è una commissione per combatterlo
07 Dicembre 2022
Articolo di Redazione
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Credit: Unsplash

Quando si parla di razzismo, il pensiero non va automaticamente alla sanità. Eppure, è uno degli esempi più sistematici e istituzionalizzati di discriminazione ancora presente a livello globale.

Adesso, l’O’Neill Institute for National and Global Health Law di Washington ha deciso di creare una commissione che per tre anni avrà il compito di identificare, studiare e sradicare la piaga del razzismo in ambito medico e sanitario, sia negli Usa che a livello globale.

A presiedere la commissione, Tlaleng Mofokeng, sudafricana, medico e relatrice speciale per le Nazioni Unite sul diritto alla salute presso O’Neill Institute. A sostenere questa battaglia anche David Williams, professore di sanità pubblica presso ad Harvard, che ha definito come un problema globale le differenze etniche sulla salute.

Razzismo sanitario: cos’è?

Il Covid-19 ha reso più evidente questo fenomeno. Quando sono stati prodotti i vaccini, i paesi africani sono finiti in coda. Anziché prevedere un piano equo di distribuzione globale, la priorità è andata ai cosiddetti paesi ricchi, che potevano permettersi di pagare i costi esorbitanti previsti. A maggio 2021, soltanto l’1% delle dosi somministrate a livello globale era andato a beneficio dell’Africa, a fronte dei suoi 1,2 miliardi di abitanti.

Storia già vista con le cure per l’Aids, e si sta ripresentando ora con il vaiolo delle scimmie. Delle 31 milioni di dosi di vaccino promesse dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nessuna, almeno fino a maggio dello scorso anno, era arrivata in Africa, anche se i casi della malattia, soprattutto nell’Africa subsahariana, sono in aumento da anni.

Un problema strutturale

Ma la questione è ancora più endemica. Non si tratta solo di pari opportunità, non garantite, di accesso alle cure. La discriminazione si verifica già nel campo stesso della ricerca.

Nella maggior parte dei casi, gli studi in ambito medico vengono condotti prendendo a modello persone – spesso di sesso maschile – bianche. Questo fa sì che i risultati delle analisi o delle cure sulle persone nere a volte siano diversi da quelli che dovrebbero essere.

Lo spiega in modo chiaro e semplice uno studio pubblicato lo scorso febbraio dall’Università di Padova: per poter stimare il livello di salute dei reni, per esempio, è necessario sapere che le persone nere manifestano tendenzialmente livelli più alti di alcune sostanze che, come la creatinina, vengono prese in esame.

Annullare la percezione delle diversità etniche non è che un’altra faccia del razzismo, dal momento che le diversità esistono e non prenderle in considerazione significa soltanto imporre un solo modello su tutti gli altri.

Di tutto questo dovrà occuparsi la Commisione O’Neil, che punta a fare significativi passi avanti già nel corso di questo triennio. (AB)

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