Costa d’Avorio / Il processo
È iniziato il tanto atteso processo all’ex presidente ivoriano, Laurent Gbagbo, di fronte alla Corte penale internazionale per i crimini commessi nel biennio 2010-2011 durante la crisi post elettorale in cui morirono 3000 persone. Obiettivo dei giudici: fare chiarezza per riconciliare il paese. Ma è lo stesso organo di giustizia sopranazionale ad essere accusato di "doppiopesismo" dai leader del continente.

Venerdì scorso si è aperto alla Corte penale internazionale dell’Aia (Cpi), il processo per crimini contro l’umanità dell’ex presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo, e del suo ex ministro della gioventù, Charles Blé Goudé, che, durante la crisi postelettorale in cui morirono 3000 persone nel biennio 2010 – 2011, era alla testa della milizia dei famigerati jeunes patriotes (giovani patrioti). Sul capo dei due uomini ci sono quattro gravi capi di imputazione: omicidio, atti inumani e tentato omicidio, stupro e persecuzione.

Un avvenimento molto atteso dagli ivoriani, come testimoniato dalla partecipazione con la quale la popolazione ha seguito in diretta televisiva tutti i primi appuntamenti del procedimento, durante il quale l’ex presidente, che ha dominato il paese nello scorso decennio, si è dichiarato non colpevole dei crimini contro l’umanità a lui imputatigli.
La Costa d’Avorio ultimamente appare più solida dopo la rielezione (stavolta pacifica) di Alassane Ouattara alla fine dello scorso ottobre e la formazione del nuovo governo guidato dall’economista Daniel Kablan Duncan. E sembra pronta per rilanciare il proprio ruolo di leader economico regionale.
Nonostante ciò sono in molti a ritenere che il paese non sia ancora riconciliato. La figura di Gbagbo continua a far discutere e ad accendere gli animi anche dopo 5 anni. Da un lato i suoi oppositori che fanno leva sulle migliaia di vittime della crisi del 2010-11, dall’altra i sostenitori che lo considerano vittima di un complotto ordito dall’ex potenza coloniale francese. La società rimane dunque molto polarizzata. I sostenitori di Gbagbo sono più numerosi di quanto si creda.

Le accuse
Tutto nasce dalla tumultuosa uscita di scena di Gbagbo, che dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2010 a vantaggio dell’attuale presidente Ouattara, si era rifiutato di riconoscere i risultati (Vedi box) e di consegnare il potere al suo successore. Una decisione che aveva trascinato il paese in una spirale di violenza e sull’orlo di una guerra civile evitata, di fatto, solo dall’intervento delle forze speciali francesi al fianco delle truppe schieratesi con Ouattara e dalla conseguente cattura di Gbagbo nel palazzo presidenziale di Abidjan il 2 aprile 2011.
Il procuratore della Cpi, la signora Fatou Bensouda, non ci è andata leggera venerdì quando ha accusato l’ex presidente e il suo sottoposto di aver pianificato, organizzato e coordinato «un piano comune» per conservare il potere «con tutti i mezzi, compreso il crimine» quando hanno capito che la presidenza stava per sfuggirgli di mano.
Il processo non si prospetta breve, potrebbero volerci anni.  Il pubblico ministero intende infatti chiamare al banco dei testimoni 138 persone e presentare un dossier composto da 10mila “corpi del reato”, tra cui centinaia di ore di video. Ci si concentrerà su cinque eventi in particolare: la repressione di un corteo in marcia verso la sede della Radio televisione ivoriana (Rti); quella di una manifestazione di protesta nel quartiere di Abobo; una serie di crimini commessi nel distretto di Yopougon.

Difesa: “Laurent vittima della Françafrique”
Lunedì è toccato alla difesa dell’ex presidente prendere la parola. Tutti capi d’accusa sono stati negati, il presidente Ouattara è stato accusato di aver preso il potere «con la forza» e il tutto è avvenuto grazie all’appoggio della Francia. Evidentemente una versione della crisi postelettorale agli antipodi rispetto a quella dell’accusa del procuratore Bensouda.
L’avvocato della difesa, Emnmanuel Altit, ha tranquillamente dichiarato rivolgendosi alla corte: «Giudici internazionali e indipendenti devono poter dire no e condannare le manovre di interessi economici e politici potenti». Evidente riferimento agli interessi francesi e non solo. E ha concluso: «Proclamando la verità, restituirete la sua storia alla Costa d’Avorio, riconsegnando dignità agli ivoriani e porrete finalmente le fondamenta di una vera riconciliazione». Gbagbo è quindi «democratico», «uomo di pace» e soprattutto vittima della Françafrique.
Per i difensori di Gbagbo infatti, le forze francesi hanno voluto “punire” l’ex presidente per essersi opposto all’ingerenza dell’ex potenza coloniale. Secondo loro Gbagbo aveva pensato di rimettere in discussione il sistema del franco Cfa, condannandosi così alla destituzione.
Parigi è stata accusata, dagli avvocati di difesa, di aver dato una mano, benché nascosta, alla preparazione di mercenari accorsi in aiuto di Ouattara dal Burkina Faso nel 2010 e di aver armato le forze pro-Ouattara nonostante l’embargo imposto dalle Nazioni Unite.
Anche gli avvocati dell’ex ministro della Giustizia Charles Blé Goudé, per lungo tempo in esilio in Ghana prima della consegna alla Cpi avvenuta solo nel 2014, hanno preso parola martedì adottando la stessa linea difensiva. È stato descritto come un «uomo di pace» e non come colui che «incitava a prendere di mira i sostenitori di Ouattara». Lo stesso Goudé prendendo la parola ha negato le accuse e affermato che lui e i jeunes patriotes hanno «scelto la via democratica» e «Gbagbo non li ha mai spinti a commettere crimini».

Ma Ouattara e i suoi?
Un elemento che sicuramente non favorisce la riconciliazione fra gli ivoriani pro e quelli contro Gbagbo è sicuramente il fatto che fino ad oggi la Cpi non ha ancora messo sotto accusa alcun sostenitore di Ouattara. Come mai? Fatou Bensouda, ha detto che un’inchiesta sarebbe in corso anche per sostenitori dell’attuale leader ivoriano, ma non sembra bastare. La corte infatti è stata accusata, sia in Costa d’Avorio che fuori, di portare avanti “la giustizia dei vincitori” finendo con l’essere delegittimata.
In realtà sono in molti a dire che questa impunità è frutto di una strategia messa in atto da Ouattara. Il leader ivoriano si è mostrato collaborativo con la Cpi per quanto riguardava l’inchiesta sul suo avversario in modo da allontanarlo, ma allo stesso tempo ha impedito di procedere contro i suoi, affermando che le autorità ivoriane sono perfettamente in grado di giudicare gli attori della crisi nei propri tribunali. Peccato che fino ad ora l’unica ad essere processata e condannata in Costa d’Avorio sia stata la moglie dell’ex presidente, Simone Gbagbo, condannata a 20 anni di carcere il 10 marzo scorso.

Una mappa con in evidenza i più importanti casi di personaggi africani inquisiti dalla Cpi. (Fonte: Afp)

Anche la Cpi è sotto esame
L’apertura di questo processo ha anche rinfocolato attriti tra la Cpi e i leader africani che accusano da tempo l’organo di giustizia di “doppiopesismo” e di indagare esclusivamente sui crimini commessi in Africa.
Quello nei confronti di Gbagbo, vale la pena sottolinearlo, è anche il primo processo della Corte a un ex capo di stato. Anche il sudanese Omar al Bashir e il kenyano Uhuru Kenyatta sono stati accusati dall’Aia in passato, ma entrambi sono riusciti a cavarsela anche con il sostegno di partner internazionali africani (il primo sfuggendo all’arresto, anche di recente in occasione di un summit a Johannesburg in Sudafrica, il secondo vedendo cadere le accuse contro la sua persona).
Per questo il caso Gbagbo ha acquisto una grande rilevanza. Non per niente, due giorni dopo l’inizio del procedimento, al termine del 26° summit dell’Unione africana ad Addis Abeba (Etiopia) è stata adottata una proposta (sponsorizzata da Kenyatta) che ha aperto la strada per l’eventuale uscita in blocco degli stati africani dallo Statuto di Roma che istituì l’organo nel 1998.
A far capire che stavolta i paesi africani fanno sul serio bastano le parole del suo neopresidente, il ciadiano Idriss Déby (eletto proprio domenica): «Violazioni gravi dei diritti umani avvengono anche fuori del continente africano. Perché gli autori non vengono processati?».
L’intero continente africano potrebbe finire così molto lontano dalla tutela dei diritti umani perdendo l’unica arma a disposizione della comunità internazionale per perseguire criminali di guerra, genocidi e dittatori spietati.

Nel processo a Gbagbo non si gioca solo la partita della riconciliazione ivoriana, ma anche la forza e la credibilità della Cpi che viene messa sotto pressione dal continente. Una missione non facile.

In alto l’ex presidente Laurente Gbagbo durante il primo giorno di Udienza di fronte alla Cpi all’Aia. (Fonte: Afp)

Sopra l’ex ministro della Giustizia Charles Blé Goudé, anche lui imputato di fronte alla Cpi assieme a Gbagbo.

 

I fatti di allora

Nelle elezioni presidenziali tenutesi in Costa d’Avorio alla fine del 2010, dopo aver vinto al primo turno, Gbagbo era risultato sconfitto al ballottaggio contro Alassane Ouattara (45,9% contro il 54,1% del suo avversario. Con l’appoggio del Consiglio costituzionale, organismo strettamente legato alla presidenza, era stato ratificato un altro risultato con il quale, per l’annullamento di 7 sezioni elettorali del nord, corrispondenti al 13% degli aventi diritto al voto, Gbagbo era stato dichiarato vincente con il 51,45% dei consensi. La comunità internazionale aveva però pressoché unanimemente riconosciuto la legittimità dell’elezione di Ouattara, contestando le resistenze di Gbagbo che, non cedendo alle rivendicazioni interne né alle pressioni esterne, aveva determinato il riaprirsi del conflitto all’interno del paese.

Nella notte tra l’11 e il 12 aprile 2011, Gbagbo era stato catturato assieme alla moglie Simone con l’intervento delle forze speciali francesi “La Licorne” (intervenute su mandato Onu a seguito della risoluzione 1975 votata quasi all’unanimità) nella sua residenza-bunker ad Abidjan, dalle forze di opposizione del presidente eletto Alassane Ouattara. È stato poi consegnato alla Cpi.