C’è un sistema economico-finanziario che crea povertà. E ci sono alcuni personaggi straricchi – frutto di questo sistema e della logica capitalistica e privatistica – che da almeno una ventina d’anni propongono la filantropia come criterio per «rendere questo mondo un luogo migliore».

E in questo modo hanno invaso il variegato campo della solidarietà e soprattutto indebolito la visione politica di coloro (e non sono pochi: organizzazioni non governative, mondo missionario, associazioni, sindacati, agenzie Onu), che affermano, dati alla mano, che per sconfiggere la povertà occorrono politiche strutturali e non mielose campagne filantropiche che al massimo curano qualche sintomo ma non intaccano la malattia.

Per esempio: basterebbe ridurre davvero le spese militari e arginare il business predatorio per cambiare direzione. I loro nomi sono Bill Gates, John Rockefeller, Bill Clinton, Mark Zuckerberg, per citarne alcuni. L’autrice, giornalista ed esperta di cooperazione internazionale, argomenta che il filantrocapitalismo intacca le basi stesse della democrazia e in queste pagine spiega come e perché.

Vandana Shiva, attivista e ambientalista indiana, afferma che il libro «è una bussola per guidare le nostre strategie collettive (…); ci serve per identificare le forme di resistenza all’affermazione dell’Impero che si espande per controllare l’agricoltura, il cibo, la salute, i nostri corpi, le nostre menti, i nostri modelli di vita e le nostre democrazie».

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