Il postulato di Paul Kagame, presidente del Rwanda, ma prima di tutto capo militare e leader del Fronte patriottico rwandese (Fpr), si fonda sul fatto, tutto da dimostrare, che a partire dal genocidio del 1994 si sia creato nel paese dei Grandi Laghi uno spartiacque: da una parte i carnefici di etnia hutu, dall’altra le vittime di etnia tutsi. Per Kagame la storia del genocidio che costò la vita ad almeno 500mila persone, in gran parte tutsi, è scritta una volta per tutte.

E non può deflettere da questa posizione, se non vuole vedere intaccato il suo granitico potere che dura ormai da un quarto di secolo. Chiunque chiede agibilità politica nel suo regno viene quindi messo all’angolo, tacitato e, se proprio non basta, fatto fuori. Se poi qualche giornalista intende ficcare il naso nelle vicende accadute prima e dopo il genocidio in Rwanda, Uganda e nordest della Repubblica democratica del Congo, e capire il ruolo giocato dall’Fpr, ecco pronta la sentenza definitiva: negazionista!

E invece la giornalista indipendente canadese, con trascorsi a Radio France Internationale e all’Agence France-Presse, autrice di questa inchiesta – pubblicata nel 2018 in inglese, In Praise of Blood, e ora tradotta in francese – non contesta affatto che il genocidio (aprile-luglio 1994) sia avvenuto, che sia stato pilotato dagli apparati dello stato allora in mano agli hutu e che sia stato eseguito dalle milizie hutu Interahamwe.

Lo scopo dell’inchiesta – che si basa anche su testimonianze di uomini vicini a Kagame all’epoca dei fatti e che fornisce un’ampia documentazione a sostegno – è dimostrare che Kagame e l’Fpr avevano un disegno in mente fin da quando iniziarono, nel 1990, a compiere azioni militari in Rwanda rientrando dall’Uganda, paese dove si erano rifugiati molti tutsi dopo la rivoluzione hutu del 1959.

Secondo Judi Rever, «hanno provocato e alimentato il genocidio, in modo da impadronirsi del potere e mantenerlo a lungo. Hanno potenziato la violenza infiltrando gli Interahamwe a Kigali, a Butare e a Ruhengeri, esortando i miliziani a uccidere i tutsi. I commando dell’Fpr hanno infiltrato anche i partiti politici hutu allo scopo di seminare divisione e ingenerare odio razziale».

E qui si coglie che i confini tra carnefice e vittima non sono poi così netti. Altre opacità emergono circa le imprese che l’Fpr ha compiuto dopo il genocidio, andando a sterminare migliaia di hutu che si erano rifugiati nella Rd Congo. Significativo anche il passaggio in cui si racconta come nel 2003 la magistrata svizzera Carla Del Ponte fu sloggiata, per volere del Consiglio di sicurezza Onu (su spinta degli Usa), dal ruolo di procuratore capo del Tribunale internazionale per il Rwanda. Motivo? Aveva intenzione di incriminare i capi dell’Fpr per le uccisioni di civili hutu.

In molte pagine del libro è messo a fuoco il funzionamento della Direzione dei servizi segreti militari (Dmi) dell’Fpr, la sua ferocia e la sua capacità di tenere sotto controllo il territorio. Modalità di azione non nuove a chi ha avuto modo di vedere come si muovono questi apparati nel Rwanda di oggi.

Dunque, tolti coloro che in Europa (e anche in Italia) hanno beatificato Kagame e lo considerano pure un pacificatore dell’Africa dei Grandi Laghi, queste pagine spingono a dare meno per scontate certe verità storiche e a guardare l’attuale gruppo dirigente rwandese perlomeno con circospezione. Una pista: tenete d’occhio quello che avviene nelle regioni dell’Ituri, del Nord e Sud Kivu (Rd Congo), vedrete che non poche strade conducono a Kigali.