Sahel: geopolitiche di una crisi - Nigrizia
Libri
Edoardo Baldaro
Sahel: geopolitiche di una crisi
Carocci, 2022, pp.158, € 18,00
16 Gennaio 2023
Articolo di Rocco Bellantone
Tempo di lettura 3 minuti

È il luglio del 2012 quando Laurent Fabius, allora ministro degli affari esteri francese, sdogana il termine “Sahelistan”, designando un’area di instabilità pronta a espandersi dalle rive del lago Ciad fino al deserto algerino, dalle coste mauritane fino alla Libia. La mappatura delle criticità che attraversano questa regione dai confini fluttuanti, contrassegnata da vecchie e nuove sigle jihadiste e nomi di operazioni di sicurezza e controterrorismo condotte da paesi esteri (Francia in primis) e organismi internazionali, viene costantemente delineata e aggiornata in molte pubblicazioni.

Porsi dietro questa mappa, per provare a spiegare perché oggi è così disegnata, è un compito di cui si fa carico il libro Sahel: geopolitiche di una crisi di Edoardo Baldaro, ricercatore del Repi (Recherche et Études en Politique Internationale) dell’Université Libre de Bruxelles.

Due gli snodi principali in questo saggio di sole 140 pagine. Nell’affrontare il primo è necessario fare un tuffo all’indietro nella storia. L’autore segnala che dello «spazio sahelosahariano come un muro, luogo di separazione tra la civiltà mediterranea e le ‘barbarie’ dell’Africa posta a sud del deserto del Sahara» si hanno già tracce nelle Storie di Erodoto.

Dall’età greco-romana la linea tracciata da Erodoto avrebbe infatti orientato il modo in cui gli attori esterni si sarebbero relazionati con questa regione: «dalla visione araba della porta di ingresso al Bilad al-Sudan – letteralmente “la terra degli uomini neri” – passando per la concezione dell’Africa come una terra “senza storia” immaginata da Hegel, per giungere fino alla segregazionista politique des races realizzata dal colonizzatore francese».

In questo percorso attecchiscono, in particolare, due distinzioni ancora oggi radicate: da un lato quella tra un’Africa settentrionale “bianca e civilizzata” e un’Africa “nera e selvaggia” dal Sahel in giù; dall’altro quella tra un “Islam bianco, arabo, ritenuto intollerante e dogmatico”, se non altro per la resistenza alla dominazione coloniale come sottolineato dall’autore, e un “Islam nero” che avrebbe invece «fornito le basi per un catechismo quietista adattato alle esigenze coloniali».

Il secondo snodo rimanda, invece, al concetto di “regionalismo ombra”. In una dimensione colma di interferenze e minacce esterne, le élite governative saheliane hanno sviluppato e istituzionalizzato nuove forme di cooperazione per rafforzarsi a vicenda e guadagnarsi così la sopravvivenza. L’organismo regionale che negli ultimi anni ha incarnato al meglio questo schema è stato il G5 Sahel, formato nel 2014 da Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad.

“In un’area in cui storicamente numerosi sono stati i colpi di Stato militari, e dove il potere è solitamente esercitato attraverso schemi di redistribuzione neopatrimoniali – spiega in proposito l’autore – garantirsi il controllo del bilancio statale e della distribuzione degli aiuti internazionali» è stata l’azione alla base di questo organismo, costituito ufficialmente per contrastare i gruppi armati jihadisti locali, ma di fatto pensato per tenere a bada le opposizioni interne e, soprattutto, impedire l’insorgere di malumori e fughe in avanti all’interno degli eserciti.

Un piano a oggi riuscito a metà se si guarda alla relativa stabilità di Mauritania, Niger e Ciad, ma fallito per l’altra. Nel Mali, terra dove ebbe inizio la coniazione del termine “Sahelistan”, e in Burkina Faso, rovesciamenti dei governi e golpe militari non si sono mai fermati.

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