Da Nigrizia di ottobre 2010: 67a Mostra del cinema
La rassegna non ha dato grande spazio all’Africa. E l’unico film in competizione ha fatto molto discutere.

Seminuda, legata a una catena, costretta a farsi palpeggiare le sue forme abbondanti, la Venere approdata alla mostra del Cinena di Venezia (1-11 settembre) non è stata un’apparizione seducente. Gli spettatori hanno vissuto 160 minuti di disagio profondo, di fronte a una storia vera ma disumana, estrema e al tempo stesso statica, ripetitiva, di forzato e colpevolizzante voyeurismo. Penso che proprio questo si proponesse con la sua Vénus noire Abdellatif Kechiche, regista francese di origine tunisina, giunto al suo quarto lungometraggio, vincitore nel 2007 del premio della giuria con il suo riuscitissimo Cous Cous e, nel 2000, del Leone d’oro con Tutta colpa di Voltaire.


Coprodotto da Lucky Red e MK2, (nelle sale italiane dal gennaio prossimo), scritto con Ghalya Lacroix (già sceneggiatrice e montatrice di La schivata, film d’esordio di Abdellatif), Venere nera è la storia di una donna africana di etnia khoikhoi, Saartjie Baartman (ma il suo vero nome era Sawtche), interpretata dall’esordiente afro-cubana francofona Yahima Torres. La sua storia, tuttavia, non era nuova per il cinema: l’aveva già raccontata Zola Maseko, in due documentari (The Life and Times of Sarah Baartman, 1998; The Return of Sarah Baartman, 2002).

 

Nata schiava in Sudafrica nel 1789 (anno della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo), nel 1810, con la promessa di una carriera artistica, la giovane donna fu portata come fenomeno da baraccone dal suo padrone, il boero Hedrick Caezar, in un tour dell’orrore nelle maggiori capitali europee ed esposta come soggetto da studiare nei congressi. Soprannominata “la Venere ottentotta”, fu vittima di una certa moda d’inizio Ottocento, quando si esibivano come trofei le conquiste del colonialismo che potevano destare interesse per il loro esotismo, dalle zanne di elefante agli esseri umani.

 

Dapprima data in pasto al pubblico come “scherzo di natura” per il suo enorme sedere e l’eccezionale sviluppo delle sue labbra vaginali, fu poi utilizzata come attrazione in music hall e finì i suoi giorni da prostituta, morendo a soli 26 anni per sifilide e polmonite. Ma la sua vicenda tragica continuò anche dopo la morte, poiché il suo cervello e i suoi genitali rimasero esposti al Museo dell’Uomo di Parigi per oltre un secolo e mezzo, anche per avvalorare l’inferiorità biologica di alcune razze umane. Nel 1817, all’Accademia reale di medicina, l’anatomista Georges Cuvier, applaudito dai suoi eminenti colleghi, di fronte al calco del corpo di Saartjie, aveva dichiarato: «Non ho mai visto testa umana più simile a quella di una scimmia». Solo grazie a Nelson Mandela, dopo una trattativa durata otto anni, si riuscì a dare una degna sepoltura ai suoi resti in Sudafrica, dove per molti rappresenta un’icona.

 

Saartjie è un personaggio complesso, di un’abissale solitudine, schiava sottomessa come un animale, ma al tempo stesso donna libera con una sua spiccata personalità, che dimostra nello stile dei suoi abiti, nel fumare il sigaro, nell’accumulare ostinatamente i suoi risparmi per poter tornare un giorno in patria, nel recitare con una certa padronanza il ruolo di selvaggia, mostrandosi come gli altri la vogliono vedere. Per raccontarci la sua tragica parabola, emblematico caso di sfruttamento umano, razziale e culturale, il regista Kechiche sceglie di non approfondire il carattere della protagonista, esaltando invece la vittima, concentrandosi, con una macchina da presa mobilissima e ravvicinata e con un’estenuante ripetitività, sul suo corpo esposto all’umiliazione di sguardi beceri o saccenti, comunque sempre profondamente razzisti. Io spettatore, però, avrei voluto un’immagine meno opaca di Saartjie: l’avrei voluta meno vittima e più protagonista. Mi sarebbe piaciuto poter scandagliare più a fondo il suo animo, i suoi pensieri, i suoi desideri. Insomma: conoscere più la donna che il fenomeno da baraccone.

 

Ed è un peccato che a emergere su tutto sia proprio la rabbia (seppur più che giustificata) del regista, che, con un chiaro riferimento a ciò che accade in Francia (sono piuttosto espliciti i riferimenti alla politica attuale di Sarkozy), ha detto: «Dopo la morte di Saartjie, non hanno rispettato la sua volontà e l’hanno violentata. Questo mi porta a interrogarmi su ciò che siamo, e ciò che sono, al riparo del gruppo. Vénus Noire vuole riflettere sulla responsabilità collettiva».

 

Il ministro Mara Carfagna ha consegnato al film Vénus Noire il Premio “Pari opportunità”, motivandolo come «simbolo di tutte le oppressioni che cerchiamo di combattere».

 




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