Somalia. Il 20 marzo 1994 l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
Inchieste della magistratura, commissioni parlamentari, premi giornalistici, libri, film…Il doppio omicidio di Ilaria e Miran non ha ancora una verità accertata, ma la memoria dei due è tenuta viva dai colleghi, dagli amici ma soprattutto dai genitori dell’inviata del Tg3.

20 marzo 1994 – 20 marzo 2009. 15 anni senza verità e giustizia. Questa frase è stata stampata dal Premio Giornalistico Televisivo Ilaria Alpi sugli oltre 10 mila bandi di concorso, spediti ad altrettanti giornalisti italiani e stranieri. Una frase che vuole ricordare colleghi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin che dopo ben quindici anni, quello dei due inviati uccisi in Somalia è ancora un caso aperto.

Tutto ha inizio il 20 marzo 1994. «Somalia: uccisi due giornalisti italiani a Mogadiscio – Mogadiscio, 20 marzo – La giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo operatore, del quale non si conosce ancora il nome, sono stati uccisi oggi pomeriggio a Mogadiscio nord, in circostanze non ancora chiarite. Lo ha reso noto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore che vive a Mogadiscio da dieci anni».

Il caso Alpi-Hovatin comincia così, con queste poche righe battute alle 14.43 dall’agenzia Ansa sui terminali dei quotidiani e delle televisioni italiane. E con questa terribile vicenda comincia anche la battaglia solitaria, ma incessante, alla ricerca della verità, dei genitori di Ilaria Alpi, Luciana e Giorgio.

E sono loro le uniche persone che in queste 15 anni si sono battute per la verità e la giustizia. E è a loro che Giorgio Napolitano il 10 ottobre 2008 ha consegnato la Medaglia d’oro al merito per Ilaria.

Tutti gli altri, che si sono impegnati per non dimenticare quello che era accaduto quel 20 marzo, a partire dall’associazione intitolata a Ilaria e il Premio omonimo, i libri, i reportage, il film, gli spettacoli teatrali, le vie, le scuole, le biblioteche intitolate hanno sempre avuto un solo punto di riferimento: i genitori di Ilaria.

Il loro esempio, è stato per tutti il motore per lottare per cercare la verità.

Se da quindici anni, per esempio, esiste un premio di giornalismo televisivo che fa il punto sullo stato dell’inchiesta giornalistica in Italia e all’estero lo si deve in gran parte a Giorgio e Luciana, che hanno sempre ricordato quanto Ilaria facesse con passione il suo mestiere. E questo esempio, il giornalismo serio e approfondito di Ilaria è diventato l’intento primario del premio stesso.

«Ricevere il Premio è un grande onore», ha dichiarato l’ultimo vincitore nella sezione internazionale 2008, il giornalista francese Gwenlaouen Le Gouil. «Il Premio dimostra come ci sia ancora posto per tutti coloro che decidono di esercitare questo mestiere contro corrente. Purtroppo, oggi, il giornalismo d’inchiesta è spesso negato, anche nei paesi occidentali che si dicono democratici».

Lati oscuri

Ilaria lavorava per il Tg3 e l’operatore che l’accompagnava, Miran Hrovatin, era un esperto cameraman triestino. Quel marzo del ‘94 erano in Somalia al seguito dell’operazione militare Onu Restor Hope e stavano lavorando a un’inchiesta. In un taccuino ritrovato Ilaria scrive: «1400 miliardi di lire: dov’ è finita questa impressionante quantità di denaro?». Una frase che rivela che la giornalista stava investigando sull’uso degli aiuti della cooperazione italiana in Somalia.

Solo dopo quasi un decennio dalla morte di Ilaria e Miran, il 31 luglio 2003 viene istituita con deliberazione della Camera dei deputati la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Commissione che si insedierà il 21 gennaio 2004, presieduta da Carlo Taormina. E ancora una volta hanno pesato sulla decisione di istituirla le continue battaglie di Giorgio e Luciana Alpi e i numerosi reportage,anche con libri di testimonianza, realizzati da giornalisti televisivi e di carta stampata.

Da questa attenta pubblicistica emerge che Ilaria e Miran seguivano la pista di traffici illegali, dalle armi ai rifiuti tossici, che coinvolgeranno il settore governativo della cooperazione e rami dei servizi segreti.

Eppure, da anni e anni, questa verità, prima ancora di essere negata, continua a essere ostacolata in tutti i modi. E la Commissione presieduta da Taormina non aiuta.

Infatti, due anni e un mese dopo la sua nascita, i lavori della Commissione si chiuderanno regalando un’amara sconfitta. Nel rapporto di maggioranza si afferma che la morte dei due giornalisti è legata a una coincidenza. Non è esecuzione: Carlo Taormina il 7 febbraio 2007 dichiara: «I due giornalisti nulla mai hanno saputo e in Somalia passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente».

Una conclusione non accettata dai gruppi di minoranza della Commissione che presenteranno, a loro volta, altre due relazioni.

Il 3 giugno 2006, l’associazione Ilaria Alpi scrive al presidente del Consiglio Romano Prodi, affinché il Governo si attivi per fare piena luce sulla morte dei due giornalisti. Prodi riceve Giorgio e Luciana Alpi, assumendosi un “serio impegno” con i genitori della giornalista, per valutare le modalità e la base per riavviare un ragionamento sulle circostanze della morte di Ilaria e di Miran. Ed è solo l’anno dopo, il 25 giugno 2007, che la Commissione Esteri del Senato valuta la costituzione di una nuova Commissione d’inchiesta alla luce di elementi probatori nuovi. Ma la doccia fredda arriva il 10 luglio, quando il pubblico ministero Franco Ionta, titolare del caso presso la Procura di Roma, chiede l’archiviazione. «L’impossibilità di identificare i responsabili degli omicidi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin al di fuori di Hashi Omar Hassan, il miliziano somalo condannato a 26 anni di reclusione per il duplice omicidio avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994», è la motivazione sostenuta dal pm. E smentita il 3 dicembre successivo dal gip Emanuele Cersosimo, chiamato a decidere sulla richiesta di archiviazione avanzata da Ionta: «Omicidio su commissione. Il movente? Far tacere i due reporter sulle loro scoperte sui traffici di armi e rifiuti», le motivazioni.

Mentre il caso è ora nelle mani di un nuovo pm, Giancarlo Amato, l’11 settembre scorso è arrivata una notizia che mette ancora una volta in cattiva luce il lavoro della Commissione presieduta da Taormina: la Toyota acquisita nel 2006 dalla Commissione parlamentare potrebbe non avere nulla a che fare con l’auto dove furono uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. A questa conclusione è giunta la consulenza ordinata dalla procura di Roma, secondo cui un profilo di dna, estrapolato da due campioni di sangue rilevato su quella vettura e comparato con il codice genetico dei genitori della giornalista non è compatibile con quello di Ilaria.

Questo risultato tecnico, comunque, dà ancora una volta ragione ai genitori di Ilaria che da almeno due anni chiedevano il prelievo del loro dna ai fini degli accertamenti sulle macchie di sangue rinvenute sulla Toyota.

Due genitori che dopo 15 anni sono ancora alla ricerca della verità e della giustizia.