Migrazioni Pace e Diritti
La Mappa dei Centri d’Italia di Openpolis e ActionAid
Accoglienza: un’occasione persa
Nei tre anni di calo di sbarchi e numero di persone in accoglienza, presi in esame dal report, si poteva cogliere l’occasione per rivedere un sistema inefficace e non lesivo della dignità e dei diritti delle persone. Ma, nonostante l’emergenza non vi sia, lo sguardo istituzionale continua a essere legato al medesimo approccio: securitario ed emergenziale
15 Febbraio 2022
Articolo di Jessica Cugini
Tempo di lettura 4 minuti

Openpolis e ActionAid pubblicano un nuovo report sul sistema cosiddetto di accoglienza in Italia. Continua così il loro progetto di monitoraggio iniziato nel novembre 2018 e diventato un importante strumento per chi si volesse rendere conto di quali siano i numeri reali delle persone richiedenti asilo e rifugiate nel nostro paese, come siano distribuite sul territorio le strutture, quanti posti abbiano i centri, chi sono i gestori e a quali costi vengono amministrati.

Un report come sempre di analisi, accompagnato, per la prima volta, da una dettagliata piattaforma online che si propone come sistema integrato di informazioni utili, che colmano i vuoti istituzionali. L’ultimo lavoro della fondazione indipendente e della organizzazione internazionale, Centri d’Italia. Mappa dell’accoglienza racconta in modo efficace la realtà già a partire dal titolo: “L’emergenza che non c’è”.

E lo fa sottolineando come, proprio l’inesistenza di un’emergenza si debba raccontare come un’occasione persa per rivedere un sistema che, da anni, si mostra non solo inadeguato, ma lesivo dei diritti di coloro che raggiungono l’Italia. Nel momento in cui, nei tre anni presi in esame dal report (2018/2020), si è visto diminuire non solo i numeri degli arrivi, ma anche quelli di coloro che venivano rinchiusi nei Centri d’accoglienza straordinaria (Cas), si poteva cogliere l’opportunità di cambiare un sistema definito “straordinario” e che invece risulta essere quella più diffuso, ordinario, di prassi.

Una considerazione, questa del report, avvallata dai numeri i numeri: nei Cas vengono “accolti” 7 migranti su 10. E questo nonostante le persone rifugiate e richiedenti asilo nel 2020 rappresentassero solo lo 0,13% della popolazione italiana. Un numero così basso da poter essere gestito con sistema differenti di micro-accoglienza e integrazione, da tempo considerati virtuosi, ma quasi completamente falciati dalle politiche governative che continuano a privilegiare le maxi strutture contenitive.

Cas sempre più grandi, accoglienza sempre più piccola

Entrando nel dettaglio dei numeri del report, si scopre che, tra il 2018 e il 2020, sono diminuiti sia i Cas attivi sul territorio nazionale (un meno 25,1%), sia i posti complessivamente disponibili: un meno 40,8% che diventa -46,85% nel sistema di accoglienza diffusa Sprar/Siproimi. Una percentuale che, per le piccole strutture, equivale a quasi 22mila posti in meno, e che è di complicata lettura.

Alla voce capienze infatti si aggiungono le “capienze aggiuntive”, che, diversamente da quel che si può immaginare in tempo di Covid e distanziamenti, non vedono diminuire le persone ospitanti ma crescere i numeri dei posti a disposizione. Soprattutto in strutture già capienti, come a Villa Sikania nell’agrigentino, dove si passa da una capienza stimata di 150 a una effettiva di 250 posti; o al Centro Mattei di Bologna, da 200 a 240.

A fine 2020 in tutta Italia, secondo i numeri diffusi dalla piattaforma, erano presenti 4.556 Cas e 4.570 strutture Sprar/Siproimi. Numeri a ribasso, che sottolineano come, a soffrire di più della chiusura siano state soprattutto le strutture di piccole dimensioni. Realtà che si erano trovate in difficoltà all’indomani del primo decreto Salvini, che di fatto tagliava in maniera drastica i fondi a tutte le attività e i servizi di vera accoglienza, facendo crescere la marginalità sociale di chi vi alloggiava e rendendo i Centri dei meri dormitori.

Tra il 2018 e il 2020, la spesa media pro-capite al giorno per migrante è passata da 34,98 a 25,64 euro. Un taglio che ha spazzato via il 27% delle piccole realtà e che invece ha finito per incrementare la crescita delle megastrutture, atte al mero contenimento delle persone richiedenti. Queste, se mediamente nel 2018 “ospitavano” 98 persone, nel 2020 ne contengono in media 110.

Con l’aumento dei posti delle macro-strutture si è centralizzata l’accoglienza nelle grandi città. Le 16 città italiane più popolose (con più di 200mila abitanti) concentrano il 18,2% delle persone richiedenti e rifugiate presenti sul territorio nazionale. Una percentuale che, nel 2018, si fermava al 14,2%. Basti pensare che i centri di accoglienza più grandi si trovano a Roma e Milano; in quest’ultima, la capienza media dei centri è dieci volte superiore alla media nazionale.

 

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