Non c’è praticamente paese toccato dal coronavirus dove i governi non stiano facendo ricorso alle forze armate. Ha cominciato naturalmente la Cina, e tutti gli altri paesi seguono. Pattugliamenti, controlli normalmente effettuati dalle forze dell’ordine affidati a militari, mobilitati veicoli e aerei militari di ogni tipo per i trasporti e la logistica, oltre a personale sanitario e ospedali da campo. Non c’è bisogno di andare tanto lontano, l’Italia è un campionario di tutto ciò, ma del resto così fan tutti.

Ora tutto giustifica la presenza militare sulle strade

I governi giustificano: “siamo in emergenza, la situazione è eccezionale” soprattutto “siamo in guerra” e le metafore belliche straripano ovunque. La gente si guarda attorno un po’ inquieta, ma di fronte alle necessità è tentata di dire: “meno male che ci sono anche loro”.  Qualcuno comincia a chiedersi che cosa accadrà dopo, visto che è  convinzione generale  che niente sarà come prima, dopo una prova del genere.

In Italia e in Europa, dove ci sono istituzioni formalmente democratiche, la preoccupazione, comunque legittima, è stemperata dalla presenza di una società civile attenta e attiva. Ma dove questa non c’è o è ridotta ai minimi termini, la domanda diventa cruciale. L’Africa è il continente dove la società civile è più fragile, spesso praticamente inesistente a causa di regimi autoritari e della sistematica negazione delle libertà civili. Un rapido sguardo attraverso il continente alimenta più che mai una ragionevole inquietudine.

In Marocco, da domenica 22 marzo, i blindati hanno cominciato a pattugliare città come la capitale Rabat, Marrakech e i principali centri del paese. La decisione è stata presa dopo che nella notte tra sabato e domenica c’erano state manifestazioni di gruppi di persone che sfidavano i divieti al grido di “Allah è grande”. Dall’altro capo del continente, in Sudafrica da lunedì 23 è in vigore il confinamento obbligatorio, e per farlo rispettare il presidente Cyril Ramaphosa ha deciso di mobilitare  l’esercito per ogni evenienza.

Nell’Africa occidentale, i presidenti della Costa d’Avorio e del Senegal hanno decretato lo stato di emergenza e il copri fuoco notturno  rispettivamente dalle 21 alle 5 e dalle 20 alle 6. Il presidente senegalese Macky Sall ha ordinato all’esercito di tenersi pronto per far rispettare su tutto il territorio le misure prese, intanto le forze dell’ordine sono intervenute pesantemente contro le persone che non rispettano il coprifuoco.

In Tunisia il presidente Kaïs Saïed ha progressivamente incrementato la presenza dell’esercito nelle strade, una misura non consueta in un paese che, anche ai tempi della dittatura di Ben Ali, aveva tenuto l’esercito lontano dalle tensioni politiche e aveva affidata la repressione alla polizia.

Nessuna tregua alla guerra in Libia. Militari anche in Guinea Conakry e Bissau

Chi invece non ha dovuto aspettare il coronavirus per vedere eserciti e bande armate in azione questa è la Libia. Nemmeno una tregua, per far fronte all’epidemia è stata osservata e le truppe del generale Khalifa Haftar hanno attaccato questa settimana Tripoli.

Ma i militari per le strade si sono visti anche domenica scorsa, 22 marzo, in Guinea in occasione delle elezioni legislative e del referendum costituzionale fortemente contestato ma che il presidente Alpha Condé ha voluto a tutti i costi, anche perché il referendum gli consentirà di presentarsi una terza volta. Ancor prima del virus, la repressione ha così lasciato almeno una quindicina di morti.

In precedenza è stata la Guinea Bissau a mettere i militari per strada a inizio mese per far fronte alla crisi politica che investe il paese dopo le elezioni presidenziali di dicembre scorso. Si potrà dire che in fondo l’esercito per strada è una realtà ricorrente nella stragrande maggioranza dei paesi africani. Le conseguenze sulle libertà e i diritti umani sono note. La domanda che gli africani si pongono è che cosa riserverà loro il futuro.