Somalia / Terrorismo
Il movimento terroristico somalo si regge anche esportando illegalmente ingenti quantità di carbone di legna. Maggiori acquirenti: Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Lo rivela uno studio dei servizi di sicurezza britannici.

I profitti ricavati dall’esportazione illegale di carbone continuano a rappresentare una delle principali fonti di sostegno economico per Al-Shaabab. Il bando all’importazione di questo prodotto proveniente dalla Somalia, imposto dalle Nazioni Unite nel 2012, non sembra, dunque, aver sortito gli effetti desiderati, visto che il traffico continua a garantire al movimento jihadista circa 50 milioni di dollari all’anno. In testa all’elenco degli acquirenti ci sono gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita (che hanno addirittura incrementato l’importazione negli ultimi anni), seguiti da Egitto, Libano, Yemen, Kuwait e Oman.

Dal 1991, anno della caduta del dittatore Siad Barre, la produzione di carbone è aumentata di oltre il 150% ed oggi la Somalia ne produce ogni anno più di 1,2 milioni di tonnellate. La conseguenza è stata una riduzione del 20% della superfice delle foreste e il dimezzamento delle risorse idriche. Se la produzione di carbone continuerà ai ritmi attuali – avvertono le organizzazioni per la tutela ambientale – le crisi umanitarie si succederanno con sempre maggior frequenza.

Ma a preoccupare è anche il fatto che il commercio non abbia subìto ripercussioni, nonostante il divieto di acquisto e nonostante i due maggiori porti di esportazione, Chisimaio e Barawe, siano stati sottratti al dominio di Al-Shabaab, rispettivamente nel 2012 e nel 2014, dalle forze dell’Amisom (contingente dell’Unione africana che sostiene il governo somalo). Uno studio delle Nazioni Unite rivela, infatti, che Chisimaio continua ad essere utilizzato come hub per l’export illegale di carbone, mentre non ci sono dati che confermano se anche da Barawe i carichi diretti ad est continuino a partire.

Al-Shabaab controlla comunque ancora due ampie zone del sud est del paese, territori vitali per la produzione del carbone. I finanziamenti, inoltre, arrivano anche dalle “tasse” raccolte ai checkpoints: circa 8 milioni di dollari all’anno per ogni posto di blocco.

Alta efficienza

Uno studio pubblicato nel dicembre 2014 dal Royal United Services Institute for Defence and Security Studies (Rusi) evidenzia che «anche se militarmente i jihadisti somali possono subire perdite, mantengono però un’organizzazione altamente efficente ed espansiva nella raccolta di fondi, in particolare se confrontata a quella, limitata e disorganizzata, del governo federale. Per sostenersi, Al-Shabaab ha sviluppato un sistema di tassazione, pagamenti e raccolta di finanziamenti altamente efficente, basato sul controllo finanziario e sulla sorveglianza dei flussi di cassa che coinvolge fonti interne ed esterne. Il risultato – sostiene ancora lo studio del think-tank britannico – è un sistema che sembra essere finanziariamente competente e meno corrotto rispetto a quello delle autorità centrali e locali a cui si oppone».

Un sistema per il quale il commercio illegale di carbone rappresenta la prima fonte di entrate. Grazie a quegli oltre 50 milioni di dollari raccolti ogni anno con il commercio di “oro nero”, il movimento è in grado di finanziare anche le azioni terroristiche all’estero – e in Kenya in particolare – come il massacro di 148 studenti all’università di Garissa, o il più recente attacco ad un convoglio di forze di polizia, avvenuto il 26 maggio nella stessa cittadina (due jihadisti uccisi e cinque poliziotti feriti). Il giorno prima i vertici dell’esercito avevano annunciato l’uccisione di sette membri di Al-Shabaab in Somalia.

Mentre il 27 maggio è stato lo stesso portavoce del movimento, Ali Mohamud Rage, ad annunciare la morte, per malattia, del settantatreenne Hassan Abillahi Hersi Turki (conosciuto come Hassan Turki), uno dei leader di Al-Shabaab, figura già legata ad Al-Qaida e alle Corti Islamiche, ricercato dagli Stati Uniti per il ruolo giocato nell’organizzare gli attentati terroristici alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam, nel 1998. La morte di Turki, dopo quella di Ali Godane (altro leader qaidista ucciso da un drone statunitense lo scorso anno) e del capo dei servizi segreti, Abdishakur Tahlil (eliminato allo stesso modo a febbraio) potrebbe però anche portare ad una svolta nel movimento, già diviso tra l’ala tradizionale, legata ad Al-Qaida, e quella favorevole a una affiliazione con l’Isil (Islamic State of Iraq and the Levant).

Sopra sacchi di carboni pronti per essere venduti nei mercati locali.