L’Algeria ufficiale e la stampa algerina hanno reagito positivamente, la scorsa settimana, al riconoscimento del presidente francese Emmanuel Macron dell’assassinio da parte dell’esercito francese di Ali Boumendjel.

Dirigente nazionalista del Fronte di liberazione nazionale e avvocato, era stato sequestrato e detenuto segretamente dall’esercito francese durante la battaglia di Algeri (1957). Dopo 43 giorni, il 23 marzo 1957 ne era stato annunciato il “suicidio”, cui nessuno aveva mai creduto. Vent’anni fa il generale Paul Aussaresses aveva confessato nelle sue memorie di aver dato l’ordine di “suicidarlo”. Boumnedjel fu così gettato dalla finestra del 6° piano di un edificio nel quartiere di El Biar a Algeri.

Nel comunicato ufficiale dell’Eliseo, Macron rende omaggio alla battaglia che Malika Boumendjel, deceduta lo scorso anno a 101 anni,  aveva condotto durante tutta la vita per conoscere la verità su suo marito Ali, suo padre Belkacem Amrani, suo fratello Andé Amrani e il loro amico Selhi Mohand, tutti scomparsi nel corso del 1957. Come gesto di riconoscimento di questi tragici episodi, Macron ha ricevuto all’Eliseo i nipoti di Ali Boumnedjel «per dire loro ciò che Malika Boumendjel avrebbe voluto ascoltare: Ali Boumendjel non si è suicidato. È stato torturato e poi assassinato».

Con l’occasione, il presidente francese si è impegnato a incoraggiare la raccolta di testimonianze e continuare la ricerca della verità da parte degli storici con l’apertura degli archivi coloniali e sulla guerra d’Algeria. Non è la prima volta che Macron riconosce fatti legati alla lotta di liberazione algerina e alla colonizzazione.

Era già successo nel settembre 2018 a proposito della scomparsa di Maurice Audin, il giovane matematico e militante comunista, anche lui inghiottito nel nulla nell’aprile 1957 durante la battaglia di Algeri, o con la consegna, nel giugno dello scorso anno, di crani di resistenti alla colonizzazione, decapitati nell’800.

Il riconoscimento dell’assassinio di Ali Boumendjel va inserito nel contesto del rapporto che lo storico francese nato in Algeria, Benjamin Stora, ha presentato all’Eliseo il 21 gennaio scorso e che ha suscitato, soprattutto in Algeria, un vivace dibattito. Il Rapporto sulle questioni memoriali relative alla colonizzazione e alla guerra d’Algeria era stato commissionato a Stora da Macron nel luglio scorso. Il rapporto tenta un difficile equilibrio tra memorie di fatti estremamente conflittuali, dolorosi e sanguinosi, vissuti da diverse comunità e che le hanno lacerate fin al proprio interno.

Stora avanza una ventina di raccomandazioni molto diverse tra loro che vanno da commissioni di studio, a iniziative rievocative e simboliche, alla costituzione di “passarelle” ideali tra le diverse comunità implicate nella colonizzazione e nella guerra, a riconoscimenti di responsabilità. E tra questi quella dell’assassinio di Ali Boumendjel.

Un malaugurato commento, uscito da uno degli uffici dell’Eliseo al momento della consegna del rapporto, che precisa che la Francia “riconosce ma non chiede scusa”, aveva immediatamente scatenato una vivace reazione da parte algerina.

Diverse le accuse rivolte al rapporto, come quello di mettere sullo stesso piano coloni e colonizzati che equivarrebbe a negare la colonizzazione stessa, per il solo fatto che Stora evoca anche i drammi vissuti dai coloni o dagli harki, gli algerini arruolati nell’esercito francese e considerati come traditori in patria. È accusato inoltre di minimizzare i crimini commessi durante l’occupazione coloniale, e di tentare di dare alla memoria una semplice valenza simbolica.

Tutto ciò ha riproposto le richieste della parte algerina, come quella di considerare crimini contro l’umanità, e per questo imprescrittibili, gli episodi più cruenti della colonizzazione, o la necessità che la Francia chieda scusa per questi crimini, e l’apertura effettiva degli archivi della colonizzazione sottratti in larga parte all’indagine degli storici, malgrado le reiterate promesse di renderli disponibili ai ricercatori.

In Francia sono stati soprattutto gli harki, a reclamare la loro parte di verità. Condannati come traditori dai nazionalisti algerini e costretti a riparare in Francia dopo l’indipendenza, ma dimenticati dalle autorità francesi, chiedono, per reciprocità, che i crimini commessi nei loro confronti dai nazionalisti siano riconosciuti dall’Algeria. Come si vede, la rievocazione delle memorie si intreccia con il fondo irrisolto delle relazioni tra le comunità.

Nelle more tra la consegna del rapporto e la pubblica ammissione di Macron per l’assassinio di Boumendjel, è stato soprattutto Benjamin Stora a farne le spese. In questi giorni l’apparizione del rapporto nelle librerie ha fatto ripartire la discussione che era rimasta in parte monopolizzata dalla tragica vicenda di Ali Boumendjel.

La battaglia delle memorie si intreccia con quella della politica. Per il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune significa distrarre l’attenzione dalle difficoltà del paese, tanto da indurre lo stesso presidente a sciogliere la Camera ed indire elezioni anticipate, proprio nel momento in cui il movimento di protesta popolare e nonviolenta dell’Hirak sembra riprendere dopo un anno di autosospensione a causa della pandemia. Ieri, in occasione dell’8 marzo, si è visto nelle strade del centro di Algeri e in altre città una sorta di Hirak femminile.

Per Macron lo stillicidio dei riconoscimenti simbolici strizza l’occhio alla più numerosa comunità di origine straniera in Francia, quella algerina. Non a caso Macron, in piena campagna elettorale che nel maggio 2017 lo doveva portare alla presidenza, era andato nel febbraio di quell’anno ad Algeri per denunciare la colonizzazione come crimine contro l’umanità.

La prossima campagna elettorale si svolgerà all’inizio del 2022, e sul fondo c’è il 60° anniversario degli Accordi di Evian (19 marzo 1962) che segnarono la successiva fine della guerra d’Algeria. È probabile che Macron si riservi qualche colpo spettacolare per sostenere la sua candidatura.

Di fronte alle difficoltà di avere accesso ai documenti degli archivi storici conservati dalla Francia, e all’improbabile, per il momento, riconciliazione tra le memorie, la società civile algerina si organizza per cercare la verità. L’iniziativa 1000 autres (mille altri) è partita nel 2018 da due storici algerini e dall’associazione Maurice Audin, dopo che il caso del giovane militante era ritornato alla ribalta internazionale.

Hanno così lanciato un appello ai testimoni dei tragici avvenimenti del 1957 e della guerra d’Algeria; finora sono state raccolte alcune centinaia di testimonianze e si è cominciato a tessere una rete di memorie e di documenti rimasti a lungo isolati e per lo più ignorati. Il giornale arabofono El Chaab ha messo online sui suoi social un video in cui per la prima vota si mostra un’immagine inedita di un giovane Zighoud Youcef, eroe della lotta di liberazione nazionale, e un altro video sul percorso di Larbi Ben M’hidi uno dei maggiori dirigenti della rivoluzione algerina. Le memorie si muovono con altri tempi rispetto alla politica.

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