Arte africana / Esposizione
Fino al 30 agosto, il Museo delle culture di Milano propone la mostra “Africa. La terra degli spiriti”. Opere dell’Africa subsahariana che, pervase da un sentimento spirituale-religioso, continuano a parlare anche alla nostra cultura.

Si è aperta in questi giorni la mostra “Africa. La terra degli spiriti”, prima grande esposizione sull’Africa subsahariana a Milano, che insieme a “Mondi” segna il debutto del Museo delle Culture della città (via Tortona, area ex Ansaldo). Curata da Ezio Bassani, Lorenz Homberger, Gigi Pezzoli e Claudia Zevi, la mostra – che resterà aperta fino al 30 agosto – è un’occasione unica non solo per gli appassionati d’arte africana o di antropologia culturale, ma anche (se non soprattutto) per coloro che vedono nella conoscenza dell’altro la sola propedeutica possibile per rimediare ai mali che la contemporaneità ci presenta.

Ricca sia per la quantità (270) che per la qualità delle opere (nella foto: Coppia di gemelli, Ere ibedji – atelier yoruba di Igbuke a Oyo, Nigeria, inizio del XX° secolo), l’esposizione si articola in modo originale: comprende più sezioni dedicate a temi specifici e ha innanzitutto il merito di ricordarci che le culture da sempre traggono linfa l’una dall’altra. Così si spiega la scelta di dare inizio al percorso con un pannello recante un estratto da L’art nègre e le avanguardie del ’900 di Paul Guillaume, in cui si legge che l’arte africana ha avuto nei confronti di quella europea una funzione quasi salvifica, in quanto la sua scoperta ha fornito alla modernità la spinta per ritrovare quella vitalità estetica che essa aveva perduto.

Affermazione che trova riscontro in molte delle opere della prima sezione, dove il visitatore può prendere atto di come gli artisti della popolazione dan della Costa d’Avorio o quelli della popolazione suku del Congo abbiano ispirato (diciamo pure anticipato) movimenti quali il surrealismo e il cubismo, attraverso sculture come cucchiai a forma di persona, teste composte da cilindri, coni e piramidi, o ancora figure in cui l’effettiva sproporzione delle parti anatomiche raggiunge un equilibrio imprevisto.

Seguono altre stanze in cui si possono ammirare placche raffiguranti personaggi di rango, oggettistica minuta (una sorta di galleria sul “design africano”), ma anche armi, strumenti musicali, statue di antenati, feticci, poggiatesta. Di grande interesse la sezione sul potere, dedicata alla figura del re, mediatore in terra di quell’ordine spirituale-religioso a cui la stanza contigua è dedicata, e che consente di familiarizzare con gli oggetti divinatori a partire dai quali i vari culti hanno luogo, palesando il sentimento del sacro che tanto profondamente permea la cultura africana.

La mostra termina con la sezione sulle maschere, i riti d’iniziazione e le feste rituali: qui, grazie a manufatti e documenti audiovisivi, prendono forma in modo esemplare le coordinate di una cultura dove l’ordine dell’apparenza, a noi così familiare sul piano epistemologico, viene eliso da pratiche il cui senso è rendere palpabile la dialettica tra essere e non-essere, tra universo degli antenati e mondo dei vivi. Nel corso dell’itinerario è inoltre possibile avvalersi del commento puntuale di Claudia Zevi, le cui brevi “pennellate” fanno luce ora sulla storia e le caratteristiche dei singoli reperti, ora sugli aspetti più significativi della cosmologia africana.

Tanti i paesi rappresentati (Mali, Congo, Nigeria, Gabon, Angola e altri), tante le popolazioni (hemba, dogon, chamba, tellem…); ma soprattutto tanti gli ambiti della vita africana su cui la mostra si sofferma, consentendo in tal modo – e per così dire “naturalmente” – di toccare con mano quel che Lévi-Strauss definiva uno dei dogmi dell’antropologia: l’impossibilità di dissociare, nell’ambito di un discorso sulle culture, la dimensione materiale da quella spirituale.