Italia-Africa
Lettera aperta di Pax Christi Italia ai vescovi dell’Africa. Un ringraziamento e una riflessione sul messaggio finale del Sinodo africano, celebrato a Roma in ottobre, che spinge a lavorare per il disarmo, per l’economia di giustizia, per i diritti delle persone e dei popoli, per il dialogo tra culture e religioni differenti.

 

Caro mons. Mosengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa (Rd Congo) e co-presidente di Pax Christi International, cari vescovi africani, fratelli in Cristo, apostoli del Vangelo di riconciliazione, giustizia e pace,

 

intendiamo ringraziarvi con grande affetto per il  Sinodo che avete celebrato l’ottobre scorso e  per il suo messaggio finale “Alzati Africa”. Già in marzo il papa in Angola ha definito il vostro territorio «continente della speranza», pochi giorni fa l’ha chiamato “polmone spirituale dell’umanità”. Alla fine del vostro incontro, Benedetto XVI ha indicato l’esigenza di un nuovo modello di sviluppo, ha spinto i credenti a operare come «comunità di persone riconciliate, operatrici di giustizia e di pace», a  coniugare sempre l’evangelizzazione e la promozione umana secondo la Populorum progressio di Paolo VI e la sua enciclica sociale Caritas in veritate.

 

Avete affrontato gli immensi problemi della miseria estrema, delle ingiustizie, del saccheggio di risorse, dello scempio ambientale, delle malattie e del non accesso ai farmaci, del traffico di persone, dei migranti e degli sfollati, del fanatismo e delle guerre da noi dimenticate, dei bambini soldato, del commercio delle armi alimentato dai paesi del nostro Occidente, «le cui politiche, azioni e omissioni contribuiscono a causare o aggravare la difficile situazione dell’Africa» (Messaggio finale, 11).

 

Ci ha colpito la vostra denuncia profetica dei «crimini contro l’umanità» causati  dai «grandi poteri di questo mondo» e dalle «società multinazionali» che «devono cessare la devastazione criminale dell’ambiente per il loro ingordo sfruttamento delle risorse naturali»(33).  Pochissimi se ne sono accorti (l’informazione, anche quella democratica, pensa ad altro), ma avete smascherato «l’incidenza di interessi stranieri e la vergognosa e tragica collusione dei leader locali: politici che tradiscono e svendono le loro nazioni, uomini d’affari corrotti che sono in collusione con multinazionali rapaci, commercianti e trafficanti di armi africani, che fanno fortuna con il commercio di piccole armi che causano grande distruzione di vite umane, e agenti locali di alcune organizzazioni internazionali che vengono pagati per diffondere letali ideologie in cui essi stessi non credono» (36,37).        

 

Ci fa pensare il richiamo alla nostra responsabilità, visto che tante tragedie sono dovute a «decisioni e azioni di persone che non hanno alcuna considerazione per il bene comune e ciò spesso per tragica complicità e cospirazione criminale tra responsabili locali e interessi stranieri» (5, 11) che diffondono «rifiuti tossici spirituali» o nuove forme di colonialismo velenose per culture, religioni e stili di vita.

 

Da tempo alcuni di voi hanno chiesto alle Conferenze episcopali  dei paesi produttori di armi di fare pressione sui governi per un embargo totale degli armamenti in Africa, per il rispetto della dignità umana dei migranti, per il superamento  di ogni ingiustizia.

 

Ci ha anche impressionato lo spirito fiducioso con cui, nonostante tutto, guardate al bene in azione, al risveglio delle energie personali  sociali, al dialogo ecumenico e interreligioso (40-41), al ruolo delle donne («spina dorsale della nostra chiesa locale», 25), all’azione di una società civile democratica ampia e varia, all’esperienza nonviolenta di alcune istituzioni africane volte alla riconciliazione. Su questo avete fatto scuola. La nonviolenza moderna, infatti, è nata nel 1906 in Sud Africa dove, sulla scia di Gandhi e di Luthuli, sono fiorite le testimonianze di Nelson Mandela e Desmond Tutu per il quale, come dice il titolo di un suo libro, non c’è futuro senza perdono.

 

 

Animati dalla vostra speranza, diventa per noi spontaneo gridare “Alzati, popolo della pace!”.

In piedi per il disarmo, per l’economia di giustizia, per i diritti delle persone e dei popoli, per il dialogo tra culture e religioni differenti!. “Un esercito di formiche organizzate può abbattere un elefante”, dice un proverbio africano. Per questo, siamo con voi con le nostre campagne a favore dei diritti umani in Sudan e della pace tra palestinesi e israeliani (“Ponti non muri”), con le delegazioni in Iraq e in Centro America, con la rete di comunità attiva in vista del prossimo incontro ecumenico mondiale di Kingston, con seminari sulla nonviolenza come unica via per la soluzione dei conflitti, con lo sviluppo operativo del messaggio pontificio per la Giornata mondiale della pace (del prossimo 1 gennaio) dedicata alla cura del creato, con incontri e iniziative per il disarmo nucleare e per la smilitarizzazione dei territori, per la riconversione della finanza armata, dell’economia e della politica (lo chiamiamo “sogno di Isaia” verso la pace di Cristo). È con voi anche la Tavola della pace (di cui facciamo parte) che ha promosso recentemente il meeting internazionale di Ancona, “L’Europa con l’Africa”, al fine di precisare gli impegni degli enti locali italiani per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite.

 

Condividiamo il vostro appello a rilanciare in ogni diocesi le Commissioni giustizia e pace (19),- in Italia sono pochissime-,  a irrobustire l’ascolto della Parola di Dio, a realizzare la Dottrina Sociale della Chiesa (9, 22). Sentiamo con voi «il dovere di esser strumento di pace e riconciliazione, secondo il cuore di Cristo, che è la nostra pace e riconciliazione» (8 e 15).

 

Il vostro grido “Alzati Africa” si collega all’esortazione del vescovo Tonino Bello, profeta della pace, attento a promuovere convivialità con i popoli del Mediterraneo che sta diventando un cimitero di respinti e di esclusi. Alziamoci, popolo della pace!. Siamo responsabili della memoria di tanti testimoni, martiri e santi. In passato, Antonio e Tertulliano, Cipriano e Origene, Atanasio e Agostino. Più vicino a noi, Daniele Comboni e Giuseppina Bakhita,  Albert Schweitzer e Charles de Foucauld, Mahmoud M. Taha e Thomas Sankara, i vescovi Christopher Munzihirwa e Pietro Colombo (uccisi in Congo e in Somalia), Ilaria Alpi e Miriam Hrovatin, Graziella Fumagalli e Annalena Tonelli, Maria Bonino e Leonella Sgorbiati, i monaci uccisi in Algeria nel 1996 e i cristiani assassinati nel Sudan meridionale pochi giorni  fa, e tanti volti crocifissi che portano con loro un frutto di resurrezione. Giorni fa, come Pax Christi International abbiamo premiato la testimonianza di Justine Masika Bihamba, donna semplice e straordinaria che in umile silenzio ha servito le donne congolesi ferite dalla violenza. La sua figura si collega a quella della tutsi Jacqueline Mukansonera, della hutu Yolande Mikagasana e di chi si prende cura della vita calpestata e offesa.

 

Alziamoci popolo della pace! Facciamo parte di un grande popolo in cammino! Se durante il Sinodo qualcuno ha ricordato l’ “Africa crocifissa” di Léopold Sédar Senghor, uomo politico avviato alla santità, noi utilizziamo le “parole clandestine” di Elisa Kidané, la suora comboniana che canta «la madre Africa ostinata custode dell’umanità», sempre pronta a camminare «macinando miglia, ingoiando polvere, caricando pesi e coltivando sogni, inventando futuro».

 

Un abbraccio fraterno pieno di gratitudine, di preghiera e di volontà d’azione. Che il Dio della riconciliazione, della giustizia e della pace benedica e accompagni sempre il vostro e il nostro cammino.

 

Pax Christi Italia