Da Nigrizia di dicembre: Carcere per i principali indagati
L’ex ministro degli interni francese, tra i condannati nel processo, conclusosi a fine ottobre, per la vendita di armi all’Angola negli anni ’90 – in guerra civile e sotto embargo Onu – per un valore di quasi 800 milioni di dollari, chiama in causa i vertici della politica di Parigi. Una vicenda che puzza di petrolio e che non è ancora stata del tutto chiarita.

Martedì 27 ottobre il tribunale di Parigi ha deciso: sei anni di carcere a Pierre Falcone, l’uomo d’affari titolare di ben tre nazionalità (francese, angolana, brasiliana), che è la figura principale del processo incentrato su un traffico d’armi, provenienti dall’Europa dell’est e dirette in Angola, quando nel paese africano era in corso una guerra civile (vedi box a pagina 13). Il tribunale ha del tutto ignorato l’immunità reclamata dall’accusato in quanto in possesso di passaporto diplomatico come rappresentante dell’Angola presso l’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura.

 

Anche il socio di Falcone, Arcadi Gaydamak, miliardario israeliano di origine russa, è stato condannato alla stessa pena, ma è latitante, a differenza dell’amico, che è stato arrestato al termine dell’udienza.

 

La vicenda ha fatto qualche danno anche nella classe politica francese. L’ex ministro degli interni, Charles Pasqua, 82 anni, è stato condannato a un anno di carcere, più due anni con il beneficio della condizionale. Al suo amico politico Jean-Charles Marchiani, ex prefetto del dipartimento del Var, è stata comminata una pena di tre anni di prigione, di cui 21 mesi con la condizionale. Il figlio del defunto presidente François Mitterrand, Jean-Christophe, che ha ricevuto 2,6 milioni di dollari di commissioni, si è visto infliggere una pena di due anni, con la condizionale, e un’ammenda di 375mila euro. Infine, lo scrittore Paul-Loup Sullitzer è stato condannato a 15 mesi, con la condizionale. Jacques Attali, già consigliere di Mitterrand e oggi di Nicolas Sarkozy, è stato assolto.

 

Ma queste condanne non chiudono necessariamente l’affaire. Infatti, Charles Pasqua ha detto a chiare lettere che altre personalità dovevano assumersi le loro responsabilità. Il giorno della condanna, mentre annunciava al telegiornale di France 2 che sarebbe ricorso in appello, Pasqua ha spiegato che erano al corrente del traffico d’armi gli ex presidenti Mitterrand e Jacques Chirac, l’ex primo ministro Edouard Balladur e l’ex ministro degli esteri Alain Juppé. Da parte sua, Jean-Christophe Mitterrand ha dichiarato che non avrebbe fatto appello, apparentemente sollevato dal fatto che il tribunale lo abbia condannato per ricettazione di beni sociali (ha incassato denaro per aver indirizzato gli intermediari in favore di Pierre Falcone) e non per traffico d’armi.

 

Complessivamente, in questo processo le persone sotto accusa erano 42: alcune per aver beneficiato delle tangenti del tandem Falcone-Gaydamak, altre per aver partecipato all’organizzazione del traffico d’armi.

 

Sarkozy pompiere

Il potere attualmente in campo a Parigi può aver fiutato che l’affaire avrebbe potuto infangare un numero più ampio di personaggi pubblici e anche alterare le buone relazioni con l’Angola, una delle principali “province” della multinazionale petrolifera Total? Può darsi. In ogni caso, nel corso dei mesi che hanno preceduto il processo, il presidente Sarkozy e il suo ministro delle difesa, Hervé Morin, hanno tentato di convincere la giustizia a mantenere sotto traccia l’intera vicenda.

 

È per questo che, nel maggio 2008, Nicolas Sarkozy si è recato a Luanda per dissipare «le incomprensioni del passato», accompagnato da numerosi capitani d’industria francesi. Tra questi figuravano quelli della multinazionale Areva (che ha espresso il proprio interesse per lo sfruttamento dei giacimenti d’uranio nell’enclave di Cabinda), della Total, della Société Générale, della Castel (settore birra) e della società Thales che, nell’occasione, ha firmato un contratto di 140 milioni di euro per la fornitura di sistemi di telecomunicazione civili e militari al governo angolano.

 

Nel luglio dello scorso anno, Hervé Morin aveva dichiarato che, dal suo punto di vista, l’esistenza di un traffico non era reale sul piano giuridico, poiché le armi in questione non erano transitate sul territorio francese. La società d’intermediazione, la Zts Osos, ha la sua sede in Slovacchia. Anche lo stato angolano difende questo punto di vista…

 

Ma questa volontà di Nicolas Sarkozy di voltar pagina potrebbe essere ostacolata. Perché Charles Pasqua, che non vuole cadere da solo, reclama che all’intera vicenda sia tolto il segreto, introdotto per ragioni di difesa e di sicurezza nazionale. In questa sua richiesta è paradossalmente sostenuto dall’opposizione socialista e dal leader centrista François Bayrou.

 

Nella sua logica, Pasqua ritiene di aver servito lo stato francese. Quando, all’epoca dei fatti, il presidente angolano, José Eduardo dos Santos, aveva chiesto a Parigi di aiutarlo ad acquistare armi, la Francia avrebbe ufficialmente rifiutato, ma, in pratica, avrebbe lasciato fare. Questo lascia intendere il Courrier International nella sua edizione del 29 ottobre 2009. A questo punto, appare piuttosto improbabile che il presidente Sarkozy, che, in quanto capo dell’esercito, può rispondere alla domanda di Pasqua, possa togliere il segreto. Così facendo, darebbe l’avvallo a un percorso che potrebbe dimostrare l’implicazione dei vertici dello stato nella violazione dell’embargo Onu, in vigore negli anni ’90, sulle armi all’Angola.

 

Dal canto suo, il governo angolano, in una dichiarazione ufficiale, si è detto «stupefatto» dalla sentenza del tribunale le di Parigi, che condanna «dei cittadini francesi che, opportunamente, aiutarono il paese a garantire la difesa dello stato e del processo democratico di fronte a una sovversione armata, condannata dalla comunità internazionale».

 

Processo ingiusto

Inoltre, Luanda smentisce di essere stata oggetto di un embargo internazionale che vietava al «governo legittimo» di acquistare armi. D’altra parte, i firmatari del contratto non sono stati perseguiti. E la dichiarazione parla anche di un processo «squilibrato e ingiusto», che è sembrato quasi un regolamento di conti, perché «certi angolani, che furono appoggiati dai servizi speciali francesi, avevano fallito nel loro desiderio di conquistare il potere con le armi».

 

Il pessimo umore del governo angolano si spiega con il fatto che il processo – secondo l’avvocato Françis Teitgen, che difende gli interessi di Luanda – ha compiuto un’ingerenza in questioni rilevanti della «sovranità nazionale angolana».

 

Ma ci sarebbero anche altre ragioni. Come il fatto che i contratti dell’Angolagate potrebbero essere all’origine di 54 milioni di dollari di transazioni di cui avrebbero beneficiato numerose alte personalità angolane.

 

Il quotidiano portoghese Publico, in un articolo dell’ottobre 2008, afferma di essere in possesso di una lista di bonifici bancari in favore del capo dello stato Eduardo Dos Santos, dell’ambasciatore dell’Angola a Parigi, Elisio de Figueiredo, e di numerosi responsabili militari, tra cui l’ex capo dell’informazione, il generale Fernando Miala, oggi in disgrazia, uno di quei «certi angolani» indicati nel comunicato.

 

Il processo si è, dunque, concluso. Ma è riuscito a rivelare fino in fondo i contorni della vicenda? Certamente no. Secondo il quotidiano Publico, ci sarebbero banche portoghesi implicate in 50 dei 70 bonifici dell’Angolagate. Il giornale cita il Banco Comercial Português, la Caixa Geral de Depósitos e anche le filiali portoghesi dello spagnolo Banco Bilbao Vizcaya e della britannica Barclays.

 

 

Luanda e le armi dall’Europa dell’est

Angolagate designa il traffico di armi, arrivate dall’Europa dell’est, che hanno consentito al presidente José Eduardo dos Santos di vincere contro i suoi avversari dell’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola (Unita), nel corso della guerra civile angolana, che si è conclusa nell’aprile del 2002 con la sconfitta dei ribelli dell’Unita.

 

Le armi non sono transitate dalla Francia, ma i contratti sono stati siglati in Francia e il traffico è stato finanziato dall’istituto Bnp-Paribas.

 

Il giudice che ha istruito il processo ha valutato che la giustizia francese fosse competente in ragione dell’implicazione di un cittadino francese, Pierre Falcone, e delle sua impresa, pure francese, la Brenco. Inoltre, queste consegne di armi sono avvenute senza l’autorizzazione del ministero della difesa, come esige la legislazione francese.

 

È su questa base che, il 25 gennaio del 2001, il ministro delle difesa dell’epoca, Alain Richard, aveva depositato una denuncia per violazione della legge francese sul commercio delle armi. Falcone e il suo socio Arcadi Gaydamak sono stati, per di più, condannati per aver nascosto al fisco francese le entrate ottenute dalla vendita delle armi. E l’accusa ha rimarcato che queste vendite sono state effettuate in violazione dell’embargo delle Nazioni Unite, che è rimasto in vigore dal 1993 al 1998.

 

L’insieme delle transazioni ammonta a 793 milioni di dollari. I soldi sono serviti per acquistare carri armati, obici, elicotteri e navi da guerra. I protagonisti dell’Angolagate si sarebbero divisi metà di questa cifra. Da ricordare, infine, che i due principali accusati negano che il materiale venduto comprendesse 170mila mine antiuomo. Si tratta di un argomento sensibile, in quanto più di 70mila persone hanno subito amputazioni a causa delle mine.

 


 


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