Sbarchi, navi quarentena, hotspot, respingimenti. Fa notizia chi mette piede sul suolo europeo proveniente da terre impoverite o al massimo chi fa scattare un allarme nel Mediterraneo. Non certo cosa avviene nelle piazze e periferie di partenza. Silenzio assoluto o quasi sul colpo di stato in Mali del 18 agosto, sulle manifestazioni in Nigeria di ottobre contro la polizia violenta, sulla sorte delle elezioni di Guinea e Costa d’Avorio, sul Sahel in subbuglio tra attacchi jihadisti, virus, fame e cambiamenti climatici.

A dieci anni dalle “primavere arabe” siamo analfabeti delle dinamiche sociali e politiche del Nordafrica: della repressione del dissenso in Algeria, del regime liberticida di al-Sisi in Egitto, dei giornalisti incarcerati in Marocco, della gravissima crisi economica della Tunisia, delle trattative in corso per dare un futuro alla Libia.

Per noi italiani/europei, questi scenari esistono solo se ci toccano il portafoglio: quando intaschiamo vendendo all’Egitto sistemi d’arma da 9 miliardi di euro (la commessa del secolo) o sborsiamo copiosamente alimentando accordi criminali con la guardia costiera libica per trattenere i migranti.

Spesso ignoriamo completamente i drammi degli altri anche sul suolo italiano perché a tutti conviene acquistare al Lidl una scatola di pelati a 15 centesimi. Disinteressandoci del fatto che sono il frutto di lavoro schiavo che coinvolge, nelle nostre campagne, 180mila immigrati senza diritti (lo dice il V° rapporto agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil).

Ma se l’informazione non si apre al mondo degli ultimi, ci pensano i soldi. “Aprirsi al mondo è un’espressione che oggi è stata fatta propria dall’economia e dalla finanza. Si riferisce esclusivamente all’apertura agli interessi stranieri o alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i paesi” sottolinea papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti (Ft 12).

Mentre soldi e beni circolano senza barriere, la notizia alza un muro di fronte a chi non interessa o non ci tocca da vicino o è considerato avere una minore dignità. Mancando parole e valore attorno a persone e popoli impoveriti, le politiche agiscono di conseguenza. Così la fortezza Europa si occupa dei migranti rafforzando frontiere, erigendo muri e programmando respingimenti.

Mentre la pandemia moltiplica paure, senso di tristezza e ripiegamento su di sé, l’unica parola che allarga gli orizzonti, che invita a reagire aprendosi al diverso e che merita di essere interiorizzata e praticata è ancora una volta quella di Francesco. Dopo i sogni di Querida Amazonia, il papa ci sprona a realizzare quello della fratellanza universale nell’enciclica Fratelli tutti (Ft) mosso da uno sguardo che vede nell’altro sempre un fratello, sempre una sorella: “Consegno questa enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole” (Ft 6).


Enciclica Fratelli tutti

Firmata ad Assisi il 3 ottobre scorso da papa Francesco, l’enciclica che ha per tema la fraternità e l’amicizia sociale, è la terza del suo pontificato dopo la Lumen fidei del 2013 e la Laudato si’ del 2015. Ispirata dal viaggio di san Francesco d’Assisi all’incontro con il sultano Malik al-Kamil in Egitto, l’enciclica riprende e sviluppa i grandi temi esposti nel documento sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 con il grande imam di al Azhar Ahmad Al-Tayyeb: l’impegno comune per la giustizia globale, la nonviolenza e la pace, l’uguaglianza dei diritti e dei doveri, la libertà di religione, la fratellanza universale e la convivenza comune, la condanna dei terrorismi, la diffusione della cultura della tolleranza e dell’accettazione dell’altro.