LE AFRICHE IN ITALIA – DOSSIER APRILE 2018

I migranti africani della diaspora sono rappresentati come una minaccia o come vittime da salvare. Sono invece persone che hanno una capacità di azione creativa e propositiva in grado di promuovere mutamenti e sviluppo.

Fino a tempi recenti, quando si pronunciava il temine diaspora ci si riferiva storicamente a un fenomeno di dispersione nel mondo di pochi popoli: innanzitutto, di quello ebraico. Al giorno d’oggi, invece, in un mondo sempre più globalizzato e in cui le reti e le azioni transnazionali (da un paese all’altro del mondo) assumono sempre più importanza, il concetto di diaspora è entrato nel linguaggio comune a designare l’insieme di migranti di un determinato continente o paese. La “diaspora africana” rappresenta oggi, così, la comunità immigrata africana nel mondo, oppure, nel nostro caso, in Italia.

Non è certo facile parlare di una realtà così vasta e variegata. Ma un filo rosso emerge con forza: l’idea di considerare gli immigrati africani nel nostro paese come soggetti, persone e cittadini a tutti gli effetti, e non, come succede nell’immaginario comune, come coloro che sbarcano in Sicilia dai gommoni. Soggetti che certamente ricevono dal nostro territorio, ma che, allo stesso tempo, offrono anche un contributo alla nostra società, a prescindere dai documenti che detengono.

Oggi, il soggetto della diaspora africana in Italia è spesso rappresentato da colui che, immigrato da tempo, è pienamente attore nella vita sociale, economica e politica italiana. Un soggetto che continua a trovare troppo poco spazio nei media mainstream e nelle retoriche propagandistiche politiche.

L’approccio mediatico e politico rappresenta i migranti (in particolare africani) in due modi: come una minaccia e/o un pericolo per la società, utilizzando la lente della criminalizzazione; oppure come una vittima da salvare, in un’ottica di paternalistico assistenzialismo. Rara, invece, è la rappresentazione del migrante come soggetto dotato di capacità di azione, creativa e propositiva, in grado di muoversi nella nostra società, di intessere relazioni e costituire un attore di cambiamento e sviluppo.

In alcuni paesi europei si sta sviluppando un approccio diverso: la migrazione porta sviluppo nei paesi di origine e in quello di approdo. Da noi questa idea fa più fatica a imporsi, anche perché non ci sono politiche adeguate. Nel Rapporto 2009 sullo Sviluppo umano del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), intitolato Superare le barriere: mobilità umane e sviluppo, si afferma come i migranti sviluppino l’attività economica e diano più di quanto ricevano non solo ai paesi di origine (si pensi al trasferimento di materiali e competenze, ma anche al fatto che le rimesse economiche superano spesso la cifra degli aiuti allo sviluppo), ma anche al paese ospitante. Nel rapporto, infatti, si dimostra come l’immigrazione aumenti il lavoro nelle comunità di accoglienza, migliori il tasso di investimento nelle imprese, sia portatrice di innovazione da un lato e dall’altro non disturbi il mercato del lavoro locale.

Nel documento si suggerisce, quindi, che per sfruttare questi esiti benefici dei flussi migratori si debbano ampliare i canali di ingresso attualmente esistenti; debbano essere rimosse le restrizioni agli spostamenti; implementate le azioni per la difesa dei diritti fondamentali dei migranti; garantito l’accesso all’educazione e alle cure sanitarie, e fortemente contrastate le tendenze xenofobe e discriminatorie. 

L’associazionismo della diaspora africana rappresenta oggi in Italia una opportunità per i migranti per contare nella nostra società, assumendo un ruolo nello spazio pubblico e mirando a divenire interlocutori delle nostre istituzioni.

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