Ciad / Processo all'ex-dittatore
La prima udienza del processo contro l'ex-dittatore del ciad, Hissene Habré, sospesa ieri pomeriggio e fissata a questa mattina, è stata ulteriormente rinviata al 7 settembre. L'imputato si rifiuta di farsi giudicare da una Corte che considera illegittima. Delusione fra le vittime, ma il giudizio sul despota è solo rimandato.

Esce dalla sala scortato dai gendarmi alzando indice e medio in segno di vittoria, tra qualche applauso dei suoi. La sua prima udienza, sospesa ieri pomeriggio e fissata a questa mattina, è stata ulteriormente rinviata al 7 settembre. Sono circa le 11 al Palazzo di Giustizia di Dakar. Prima che scompaia di nuovo, i presenti nell’aula, i giornalisti, i semplici cittadini e le vittime del suo regime, hanno potuto finalmente scorgerne per qualche istante lo sguardo, tra quegli occhi di sfida, avvolti dal consueto turbante bianco. L’ex presidente del Ciad (1982-90) Hissene Habré, il cosiddetto “leone del deserto”, accusato di crimini contro l’umanità, tortura e crimini di guerra, resiste; ma la tenacia delle sue vittime e degli attivisti dei diritti umani che si sono battuti per quindici anni per vederlo davanti a un tribunale risulta più forte.

Difesa d’ufficio
È per osservare la legge del codice penale nazionale e del diritto internazionale che il presidente della Corte di Assise delle Camere Straordinarie Africane (Cae – Chambres Extraordinaires Africaines), tribunale creato a Dakar nel 2013 per giudicare i crimini commessi dall’ex dittatore ciadiano Hissene Habrè, sospende l’udienza questa mattina per una ventina di minuti per nominare tre avvocati di ufficio per la Difesa di Hissene Habré, dopo avergli chiesto come prima cosa in apertura del processo se i suoi avvocati fossero presenti, e averne ricevuto l’imperterrito e consueto silenzio.
«La legge ci obbliga a salvaguardare l’interesse dell’accusato indipendentemente dalla sua volontà, noi vogliamo un processo imparziale ed equo dove le regole delle procedure della legge siano rispettate», afferma il magistrato. Per questo le Cae decidono di lasciare ai nuovi avvocati un periodo di 45 giorni per studiare il dossier.

La sospensione di ieri
La strategia di difesa di Hissene Habrè, era sempre stata quella di rifiutarsi di presentarsi alle udienze e di non rispondere, non riconoscendo la legittimità del tribunale e denunciando un complotto occidentale e internazionale contro di lui. «È tutta una farsa, ci sono dei traditori qui, dei servitori dell’imperialismo, dei politici marci del Senegal!» aveva gridato proprio ieri mattina infatti, all’apertura ufficiale del processo, quando è apparso, per una manciata di minuti, davanti alle Corte delle Cae.
Nel pomeriggio, durante quella che doveva essere la prima udienza, il presidente delle Cae ha riportato in aula le dichiarazioni dell’accusato: «Queste Camere sono illegittime e illegali. Coloro che giudicano non sono dei giudici, ma semplici funzionari che eseguono una missione politica. Sono stato imprigionato illegalmente (…). Non ho niente da rispondere a un comitato amministrativo la cui esistenza e accuse sono illegittime». Da qui, la decisione del giudice di sospendere l’udienza e di fissarla a questa mattina, disponendo che Habrè fosse portato di forza davanti alla barra degli imputati.

Indagini su Habré
Arrestato nel luglio 2013 a Dakar, dove viveva dopo essere fuggito dal suo paese con più di 28 milioni di dollari rubati al tesoro ciadiano in seguito al rovesciamento del suo regime (1982-90) da parte dell’attuale presidente Idriss Deby, Hissene Habrè è il primo dittatore africano a essere processato nel suo stesso continente.
Le inchieste condotte dalle Cae, primo tribunale internazionale africano della Storia, sono durate circa un anno e mezzo. Grazie ad un accordo di cooperazione giudiziaria siglato tra Dakar e N’Djamena nel maggio 2013, le indagini delle Cae si sono svolte anche in Ciad, dove sono stati ascoltati innumerevoli testimoni e vittime, e dove si sono potuti esaminare gli archivi della polizia politica Dds (Direction de la documentation et de la securité), diretta dallo stesso Habré e autrice della maggior parte dei massacri e delle torture. Preziose informazioni sono state ottenute anche attraverso la consultazione dei dati raccolti dall’organizzazione Human Rights Watch e delle inchieste condotte dal Belgio e dal Ciad: secondo la Commissione Nazionale ciadiana istituita nel 1992 per quantificare e documentare le atrocità del regime di Habrè, circa 40.000 sarebbero state le persone brutalmente torturate e assassinate.

Reazioni delle vittime
Anche se oggi tra le vittime domina un sentimento di delusione per il rinvio del processo, la loro commozione, si celava ieri a stento: «Oggi è un giorno storico, e ci auguriamo che giustizia sia resa per tutti quelli che hanno sofferto l’orrore del regime di Habrè. Siamo soddisfatti del lavoro che è stato fatto, la giornata di oggi è il coronamento di tutti i nostri sacrifici e delle nostre lunghe attese», ha affermato Clement Abaifouta, presidente dell’Associazione delle vittime dei crimini di guerra del regime di Hissène Habré (Avcrhh). «Questo processo ha uno scopo pedagogico, affinché i dirigenti dei nostri paesi sappiano che non sono diversi dai cittadini, che questo sia loro di lezione. Quello che mi dispiace è che il processo si svolga lontano dal Ciad, e che il popolo ciadiano non possa dunque seguirlo realmente», gli fa eco Souleymane Guengueng.
Tra gli ex prigionieri nelle carceri di Habré, era presente ieri in aula anche un senegalese, unico sopravvissuto: «per anni non ho saputo perché sono stato imprigionato e perché ho subito quello che ho subito. Ringrazio Dio oggi di essere vivo dopo i nove mesi passati nelle prigioni di Hissene Habrè, a differenza dell’altro senegalese, Demba Gaye, che è morto in carcere. In quanto senegalese, sono soddisfatto che lo si giudichi proprio qui in Senegal».
Anche gli avvocati delle vittime hanno applaudito ieri al trionfo della giustizia. Jacqueline Moudeïna, coordinatrice del collettivo degli avvocati della parte civile, ha sempre sostenuto la lotte delle vittime del regime di Habré, mettendo a repentaglio la propria vita: «Oggi inizia un processo storico per il Ciad, che gli permetterà di analizzare una delle piaghe più oscure della sua storia, di girare pagina, di consentire ai suoi figli di riconciliarsi e alle vittime di avere una corretta indennizzazione».

La durata del processo prevista è di tre mesi, durante i quali saranno trasportati e ascoltati a Dakar 100 testimoni. Hissene Habré rischia dai 30 anni di carcere ai lavori forzati a vita.

Nella foto in alto il momento in cui l’ex presidente del Ciad (1982-90) Hissene Habré è stato allontanato dall’aula dopo aver denunciato l’illegittimità del processo ieri durante l’apertura ufficiale del processo che lo vede imputato a Dakar in Senegal. (Fonte: Afp Photo / Seyllou)

Sopra alcune delle vittime presenti in aula ieri a Dakar.