L’editoriale del numero di aprile 2012

L’abbiamo già scritto, a botta calda, sulla nostra pagina Facebook, ai primi di marzo, quando il video è “scoppiato” nella rete (sembra l’abbiano visto in 100 milioni!), per poi essere rilanciato dalle tivù e ripreso dai quotidiani. In redazione sono arrivate molto domande su cosa pensiamo di Kony 2012, un racconto di mezz’ora in cui il regista Jason Russell spiega al figlio di pochi anni la storia di Jacob, bambino soldato ugandese, e le malefatte di Joseph Kony, signore della guerra a capo dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra).

 

Non condividiamo lo stile semplificato e semplicistico di affrontare la vicenda da parte di Invisible Children, l’organizzazione non governativa statunitense titolare del video, che ha voluto così lanciare una campagna che si pone l’obiettivo di far arrestare Kony entro quest’anno e di consegnarlo alla Corte penale internazionale (Cpi), la quale, già nel 2005, lo ha messo sotto accusa per crimini di guerra e contro l’umanità.

 

Tuttavia, se anche un piccolo numero di coloro che hanno cliccato il video si convince ad approfondire il tema e, per questa via, si avvicina alle “cose africane”, ben vengano operazioni come questa. Tenere gli occhi aperti sull’Africa costa un po’ di fatica, prevede un investimento di tempo e comporta una certa capacità di soppesare le fonti di informazione. Non bastano 3 euro di contributo a una ong, un sospiro e una lacrima.

 

Secondo Invisible Children, il video e la campagna servono a stanare Kony, «rendendolo famoso». Di certo, il video lo ha reso più famoso, pur lasciandolo fumoso. Perché la chiave dell’operazione – molto americana – è di individuare i buoni (i bambini rapiti e costretti a diventare soldati) e i cattivi (Kony e i suoi). I buoni vanno salvati e i cattivi puniti. E chi sono i salvatori? Tutti noi che guardiamo il video, perché «insieme possiamo cambiare la situazione».

 

Manca completamente ogni contestualizzazione, come se Kony e i suoi uomini abbiano agito e tutt’ora agiscano sulla luna, e non in Nord Uganda, Sudan (oggi Sud Sudan), Rd Congo e Repubblica Centrafricana. Ma, probabilmente, l’effetto che si vuole ottenere è di illudere i “cliccatori” che possono risolvere il problema con un clic, appunto.

 

E pensare che la stampa specializzata si occupa di Kony da più di vent’anni. È il caso di ricordare che il presidente ugandese Yoweri Museveni, al potere dal 1986 e capo di stato maggiore di uno degli eserciti più potenti dell’Africa Orientale e Centrale, non ha mai combattuto con decisione l’Lra. Gli faceva comodo mantenere insicuro e sotto pressione il Nord Uganda, patria dell’etnia acholi, colpevole di averlo osteggiato nella sua ascesa al potere e di essergli tradizionalmente ostile. Così, Kony ha potuto tormentare quelle regioni per 20 anni, causando oltre 100mila morti, 33mila minori rapiti e arruolati nelle file dell’Lra e 2 milioni di sfollati. Dopo l’11 settembre 2001, Museveni riuscì a convincere Washington a inserire l’Lra nella lista dei movimenti terroristici, ottenendo così milioni di dollari e ingenti quantitativi di armi per combattere quel pericolo. Ma le armi gli servirono non per catturare Kony e liberare i bambini soldato (nella guerra civile 1981-1986 nel famigerato Triangolo di Loweero, costata 400mila vittime, egli stesso si era servito di bambini soldato come carne da macello da scagliare contro le forze governative), ma per imbarcarsi, dal 1997 al 2003, in una dura guerra contro l’Rd Congo a fianco dell’alleato Rwanda, beccandosi dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aia un’accusa simile a quella emessa dalla Cpi contro Kony: «crimini contro popolazioni civili». E dire che, in quegli anni, l’amministrazione Clinton ancora presentava Museveni al mondo come «uno della nuova schiera di leader africani democratici e illuminati».

 

Di sfuggita, non è fuori luogo rimarcare che nell’agosto del 2006 il governo ugandese ha firmato una tregua con Kony, il quale, secondo recentissime dichiarazioni dei leader di Kampala, sarebbe un problema risolto.

 

Il prossimo novembre Barack Obama si gioca la rielezione. Il presidente Usa ha appoggiato platealmente l’iniziativa di Invisible Children. Domanda: per caso, non è che le recenti operazioni Usa nell’area dove si muove Kony servano anche a mettere una ciliegina sulla torta elettorale del presidente? Già nel 2009, forze ugandesi, congolesi e sudanesi, spalleggiate da unità speciali Usa, hanno condotto una campagna militare contro Kony, senza risolvere nulla. Ma l’impegno americano in quelle regioni non è concluso: forze speciali Usa sono presenti nella Repubblica Centrafricana e in Sud Sudan. Lo scorso dicembre, altri 100 militari americani sono stati inviati in Uganda per aiutare le autorità del paese a scovare il capo dell’Lra. Succederà qualcosa prima del 6 novembre?

 

Con buona pace degli amici di Invisible Children, le cose – in Uganda e altrove – sono un tantino più complicate di come le raccontano loro. E l’icona Kony non può far mettere tra parentesi il fatto che ai paesi più influenti (Usa e Cina in primis) interessano le risorse dell’Africa più che i bambini soldato.

 


 



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