“Siate una Chiesa missionaria, povera e spoglia dei mezzi di potere”
“Fratello dei poveri e fratello mio!” Così Giovanni Paolo II salutò dom Helder Camara, nel 1986, durante la sua visita in Brasile. Arcivescovo di Recife, definito apostolo delle favelas e profeta del Terzo Mondo, a 10 anni dalla sua morte Camara è ancora un simbolo di quella Chiesa che si batte al fianco dei poveri per la giustizia.

Il 7 febbraio dom Helder Camara avrebbe compiuto 100 anni. Il “prete sovversivo”, o “vescovo rosso”, come veniva chiamato, è invece morto il 27 agosto del 1999.
Ordinato sacerdote nel 1931, divenne vescovo nel 1952, dal 1955 fu Arcivescovo ausiliare di Rio de Janeiro, fino al 1964, quando fu nominato arcivescovo di Olinda e Recife. È qui che cominciò la sua attività al fianco dei poveri: denunciò sistematicamente lo sfruttamento delle classi sociali meno agiate da parte del potere politico, attaccando più volte la dittatura militare che guidava il Brasile, e denunciando l’uso della tortura da parte dei militari. Saldo nella sua battaglia pacifica contro la violenza, lanciò inoltre la lotta alle multinazionali e ai fazendeiros, che stavano riducendo sul lastrico i poveri contadini, e danneggiando l’economia di tutto il Brasile.

Scelse di vivere poveramente, rinunciando a molti privilegi che la sua posizione gli avrebbe permesso, volle essere testimone vero del messaggio di povertà del Vangelo che predicava (“La povertà evangelica non ha nulla a che fare con la miseria, la quale è di per sé un’offesa al popolo”), vivendo a stretto contatto coi poveri, i contadini, i carcerati.

Chiese al governo brasiliano politiche sociali, educazione per tutti (“L’uomo muore per mancanza di pane e conoscenza”), finanziamenti a favore della popolazione e contro gli sprechi dell’industria bellica del regime. Ma la sua lotta contro l’ingiustizia non si limitò al Brasile, sua amata terra natale: Camara non perse occasione per denunciare la sofferenza che ancora oggi accomuna i paesi poveri (“L’umanità rinascerà quando i popoli del terzo mondo uniranno pensiero e azione e si riscatteranno”).
Scampò a numerose sparatorie: le sue dichiarazioni erano troppo scomode. E’ stato un Padre Conciliare, dei più carismatici e propositivi: partecipò alle quattro sessioni del Concilio Ecumenico Vaticano II . Ma anche per i vertici della Chiesa il suo interesse per la politica e le sue continue accuse al centri nevralgici del potere erano eccessivi. “La politica è un capitolo del Vangelo” amava ripetere Camara in risposta, e ancora: “Il silenzio sulla fame è una negligenza imperdonabile”.
Venne attaccato anche dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, quel cardinale Ratzinger che oggi è pontefice, il quale condannò la sua dottrina della liberazione definendola “un’eresia che ha il suo centro nell’America latina”. La replica di Camara fu altrettanto dura: “Se isolassero alcuni frasi di Cristo come fanno con le affermazioni dei teologi della liberazione, sarebbe criticato anche Lui”.
Oggi, a 100 anni dalla sua nascita, la forza ed il coraggio di don Helder Camara continuano ad essere testimoniati nelle sue opere e nei suoi scritti, insegnamenti profetici che la Chiesa ancora fatica a fare propri.
Lettera di dom Helder Camara, da Parole del sud di Frei Betto, Nigrizia febbraio 2009

“Quando aiuto i poveri dicono che sono un santo, quanto chiedo perché sono poveri dicono che sono un comunista”.

“Manda, Signore, il tuo Spirito, perché Lui solo può rinnovare la faccia della terra!
Lui solo potrà cancellare gli egoismi,
condizione indispensabile perché siano superate le strutture ingiuste
che tengono milioni di esseri in schiavitù!

Lui solo potrà aiutarci a costruire un mondo più umano e più cristiano!”

“Se un uomo sogna da solo il suo resta solo un sogno,
ma se molti uomini sognano la stessa cosa, il sogno diventa realtà”

Ho molta fiducia nei piccoli, nei deboli che si uniscono in movimenti nonviolenti, senza aver bisogno di prestigio, sia nei nostri che nei vostri paesi, piccoli gruppi senza potere che si mettono d’accordo per affermare senza odio, senza violenza alcuna, ma anche senza codardia, per affermare che bisogna arrivare a condizioni giuste e umane nelle relazioni tra pesi ricchi e paesi poveri, tra le grandi compagnie ed i nostri paesi…
E Dio che ama gli umili, i deboli, i piccoli; non abbandonerà questo mondo. E’ lui la forza della nostra debolezza!”.
“Partire è anzitutto uscire da sé.
Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nel nostro “io”.
Partire è smetterla di girare in tondo intorno a noi, come se fossimo al centro del mondo e della vita.
Partire è non lasciarsi chiudere negli angusti problemi del piccolo mondo cui apparteniamo: qualunque sia l’importanza di questo nostro mondo l’umanità è più grande ed è essa che dobbiamo servire.
Partire non è divorare chilometri, attraversare i mari, volare a velocità supersoniche.
Partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro.
Aprirci alle idee, comprese quelle contrarie alle nostre, significa avere il fiato di un buon camminatore.
E’ possibile viaggiare da soli. Ma un buon camminatore sa che il grande viaggio è quello della vita ed esso esige dei compagni.
Beato chi si sente eternamente in viaggio e in ogni prossimo vede un compagno desiderato.
Un buon camminatore si preoccupa dei compagni scoraggiati e stanchi.
Intuisce il momento in cui cominciano a disperare. Li prende dove li trova. Li ascolta, con intelligenza e delicatezza, soprattutto con amore, ridà coraggio e gusto per il cammino.
Camminare è andare verso qualche cosa; è prevedere l’arrivo, lo sbarco.
Ma c’è cammino e cammino: partire è mettesi in marcia e aiutare gli altri a cominciare la stessa marcia per costruire un mondo più giusto ed umano”.