In questo periodo di quarantena ci sono luoghi in cui l’isolamento è ancora più duro. Ed è un isolamento affollatissimo. Sono le prigioni, dove si vive in una promiscuità tale che ogni giorno di sopravvivenza è un miracolo. Ma in tempi di pandemia neanche i miracoli bastano più.

Le notizie che filtrano dalle carceri africane – grazie ad attivisti, Ong, ma anche la stampa locale e i prigionieri che riescono a comunicare con l’esterno – sono drammatiche. E parlano di incuria, di violenze, di gironi infernali dove da qualche mese si aggira un altro, invisibile e terrorizzante spettro. Nella paura bisogna condividere bagni luridi e spesso senza acqua, cibo che sarebbe adatto a una porcilaia e nessuna o scarsa assistenza medica.

In tale situazione si intrecciano storie di contagi, di rivolte e di sanatorie. L’ultima ribellione si è verificata qualche giorno fa in Sierra Leone, nella prigione maschile Pademba Road a Freetown. Sono rimaste uccise sette persone, cinque detenuti e due guardie. La struttura ospita molti prigionieri politici, inclusi ex membri di governo. Dopo la conferma di alcuni casi sono state create aree di isolamento e firmata un’ordinanza che sospende tutti i processi pendenti. Per migliaia di prigionieri questo vuol dire carcere a tempo indefinito.

Marocco, Sudafrica, Rd Congo

Una delle situazioni più gravi in termini di diffusione del coronavirus è quella di tre prigioni del Marocco. Almeno 300 casi sono stati rilevati a seguito di un programma di test, ne sono stati fatti 1.700, a prigionieri e secondini. Ai primi di aprile sono stati rilasciati 5.650 detenuti, ma dietro le sbarre delle prigioni marocchine ci sono almeno 80mila persone.

Sono 138, al momento, i casi positivi (ufficiali) tra guardie carcerarie e detenuti, segnalati negli istituti di correzione in Sudafrica che, ricordiamo, rimane il paese del continente con il maggior numero di positivi al Covid-19 (6.336).

Drammatica è la situazione nella Repubblica democratica del Congo, con una media di sovraffollamento pari al 432% secondo Monusco, la forza di pace delle Nazioni Unite. Ma la situazione più tragica si registra nella prigione militare di Ndolo, a Kinshasa, al cui interno sono stati registrati 56 casi. Va ricordato che nella Rd Congo si contano ad oggi 682 casi di cui 652 solo nella capitale.

Zimbabwe e Nigeria

In Zimbabwe sono circa 1.500 i prigionieri rimessi in libertà. L’amnistia è stata concessa dal presidente Emmerson Mnangagwa a tutte le detenute condannate per crimini violenti, ai minori e ai malati terminali. Liberati anche uomini che hanno scontato almeno un quarto della pena detentiva.

In Nigeria un’organizzazione della società civile, Lawyers Alert, ha minacciato il governo di istituire un’azione legale collettiva se non si prenderanno misure adeguate per intervenire sul decongestionamento delle prigioni, elemento di grande rischio per il diffondersi veloce del Covid-19.

La decisione della messa in libertà di un certo numero di prigionieri, secondo l’organizzazione, non starebbe seguendo il criterio del rilascio di detenuti accusati di crimini minori, ma scelte di natura politica. Una prima lista riguarda 2.600 prigionieri ma i membri di Lawyers Alert denunciano l’estrema lentezza dell’implementazione della misura di rilascio.

In Kenya, i detenuti liberati sono stati circa 4.500. L’Uganda, che detiene il record del numero delle carceri – nel paese ce ne sono 259 – sono stati 833 i prigionieri “graziati” dal presidente Yoweri Museveni.

Egitto e Sudan

Record di rimessa in libertà, invece, per l’Egitto. 4mila i detenuti rilasciati in occasione del Sinai Liberation Day (25 aprile), liberazione accordata a patto che il detenuto avesse scontato almeno 15 anni di pena.

Ma il problema delle carceri egiziane rimane la massiccia presenza di prigionieri politici, almeno 60mila. E c’è il rischio che il posto dei 4mila rilasciati sia presto occupato con nuovi arresti. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha prorogato lo stato di emergenza per altri tre mesi e la polizia è molto attiva nel controllare i movimenti di attivisti e dissidenti.

Situazione tutta particolare in Sudan, dove i sostenitori dell’ex dittatore Omar El-Bashir chiedono non solo la sua liberazione ma anche quella di altri detenuti del suo entourage, alcuni dei quali sarebbero risultati positivi al test.

Ma il governo transitorio ha manifestato il timore di una loro fuga in caso di liberazione. Intanto, qualche settimana fa nell’area del Darfur sono stati rilasciati centinaia di prigionieri, mentre a fine aprile il direttore generale delle carceri sud sudanesi ha annunciato la messa in libertà per 1.400 prigionieri.

Camerun e Guinea

Sovraffollamento, cronici problemi igienico-sanitari, incertezza sui tempi del processo: sono questioni annose nel continente. In Africa il Covid-19 «non ha fatto che aggravare situazioni già estremamente disastrose» dice Ilaria Allegrozzi, ricercatrice di Human Rights Watch per l’Africa centrale, che ci racconta cosa sta accadendo in Camerun e Guinea. Nella prigione centrale di Yaoundé sono stati confermati 13 casi, ma i test effettuati sono stati solo 20. Tutto fa pensare che potrebbero essere molti, molti di più.

Una prigione che al momento contiene 5mila detenuti, ma la cui capacità sarebbe di 800, massimo mille persone. Si tratta di «una situazione esplosiva» racconta un avvocato che è riuscito a penetrare nel carcere e ha passato le informazioni alla Ong. «Qui non è possibile l’assistenza medica. I prigionieri sono ammucchiati uno sopra l’altro; è impossibile mantenere una distanza di sicurezza. Questa prigione è un vulcano pronto ad esplodere».

Le condizioni peggiori sono quelle nelle prigioni delle aree anglofone e dell’estremo Nord del Camerun. E anche il rilascio di prigionieri per “liberare spazio” nelle carceri sta prendendo una piega politica. Il presidente Paul Biya – in una delle sue rare apparizioni pubbliche da quando il Covid-19 ha colpito il paese – ha annunciato il rilascio di alcuni prigionieri al fine, appunto, di prevenire la diffusione del virus. Il decreto però non include i detenuti di lingua inglese e i sospetti separatisti anglofoni.

Prigioni già affollatissime, negli ultimi anni si sono ulteriormente riempite di uomini, donne e persino minori. La minaccia di Boko Haram, che ha portato nel 2014 all’emanazione di una legge anti terrorismo, la crisi anglofona e le tensioni separatiste dal governo a maggioranza francofona – a partire dal 2016 – non hanno fatto altro che affollare le carceri.

Non è migliore la situazione in Guinea, dove il 27 marzo il presidente Alpha Condé ha annunciato lo stato di emergenza e, dal 13 aprile, il coprifuoco. La condotta del presidente – che il 22 marzo a dispetto della crisi sanitaria ha permesso le elezioni legislative, da lui vinte, e il referendum costituzionale che gli permetterebbe di stare al potere oltre la fine del suo mandato – è stata fortemente condannata dalle opposizioni.

Detenzione preventiva e politicamente motivata

Dal canto suo Amnesty International si sta battendo per il rilascio dei prigionieri di coscienza e per la revisione dei casi di detenzione preventiva. “In molti paesi dell’Africa sub-sahariana, un’alta percentuale di coloro che sono detenuti sono lì solo per aver esercitato pacificamente i loro diritti” scrive Samira Daoud, direttore di Amnesty International per l’Africa occidentale e centrale.

Solo in Madagascar alla data di giugno 2019 erano detenute 28.045 persone in prigioni che al massimo potevano contenerne 10.360. In moltissimi paesi del continente la detenzione preventiva, punizione in vista di un processo che arriva dopo anni (e in casi estremi potrebbe non esserci mai) è largamente esercitata. Un abuso per liberarsi di oppositori, giornalisti, difensori dei diritti umani. Prima rischiavano di essere dimenticati, ora rischiano la morte per Covid-19.