Tra i modelli a cui si è ispirato papa Francesco nella recente enciclica Fratelli tutti c’è proprio lui, Charles de Foucauld. In conclusione alla lettera enciclica scrive: «Esprimeva la sua aspirazione a sentire qualunque essere umano come un fratello… Voleva essere, in definitiva, “il fratello universale”» (287).

Innamorato di Gesù, Charles desiderò imitare il Maestro – il Beneamato (come amava chiamarlo) – nella sua vita nascosta di Nazareth, vivendo poveramente e identificandosi con gli ultimi, nella testimonianza silenziosa del vangelo. Si definì «monaco missionario», e giunse a stabilire il suo eremo nel deserto nel sud dell’Algeria tra la popolazione tuareg di fede islamica. La scelta radicale di donazione a Dio e di fare conoscere Gesù a coloro che ancora non lo conoscono è stata il frutto di un travagliato cammino di conversione.

Terminata la scuola militare con il grado di sottotenente ufficiale di cavalleria, Charles abbandona l’idea di perseguire la carriera delle armi, diventata una noia per lui. Entra in una crisi esistenziale. Si allontana dalla fede cristiana in cui era cresciuto e conduce «una vita senza scopo», come ammetterà più tardi.

Appassionato di viaggi e avventure, compie da solo una spedizione nel sud del Marocco dove raccoglierà con precisione e meticolosità dati sulla geografia del luogo e sui suoi abitanti. Ne uscirà un corposo volume Ricognizione in Marocco, pubblicato anni dopo dalla prestigiosa Società di geografia di Parigi.

Ha una breve relazione sentimentale con una compagna, al termine della quale deciderà di accantonare il progetto di matrimonio. A ventotto anni, mentre non sa ancora come orientare la propria vita, sente la necessità di studiare la religione cattolica, sospinto anche dalla cugina Marie de Bondy a cui è legato da profonda amicizia e con cui manterrà sempre uno stretto rapporto epistolare, considerandola come sua “madre spirituale”.

Riprende ad andare in chiesa ove vi passa lunghe ore, ripetendo la stessa preghiera: «Mio Dio se esistete fate che vi conosca». Intraprende il cammino di conversione aiutato dall’abbé Henri Huvelin, che adotta quale guida spirituale. Non più interessato a cercare le prove dell’esistenza di Dio, Charles fa esperienza della bontà infinita di Dio. Quasi contemporaneamente alla riscoperta della fede nasce in lui il desiderio della consacrazione religiosa e inizia a percepire «la castità come una dolcezza e un bisogno del cuore».

Povertà e dedizione ai fratelli

A Nazareth dove si reca in pellegrinaggio nel 1889 resta sconvolto e affascinato dalla figura dell’operaio Gesù e decide di seguirlo, mosso dalla convinzione «che l’amore ha per primo effetto l’imitazione». Attratto dalla vita monastica si fa trappista e nel 1890 è accolto nel priorato di Notre-Dame du Sacré-Coeur in Siria.

Lì vuole condurre una vita di povertà per imitare il più possibile Gesù di Nazareth, ma la vita nel monastero non gli pare sufficientemente povera. Lamenta, ad esempio, l’introduzione di burro e olio nella dieta dei monaci: «Un po’ meno di mortificazione, vuol dire qualcosa in meno donato al buon Dio; un po’ più di spesa, vuol dire un po’ meno donato ai poveri…», scriverà alla cugina Marie.

Insoddisfatto, dopo sette anni lascia la trappa e per tre anni vivrà come domestico nel convento delle Clarisse a Nazareth e a Gerusalemme. Intanto va maturando in lui il desiderio di testimoniare il vangelo come prete in paesi di missione dove sogna di fondare tanti eremi dedicati al Sacro Cuore.

Ordinato sacerdote nel 1901, fratel Charles di Gesù, così chiederà di farsi chiamare, decide di svolgere la sua missione in Africa tra le popolazioni musulmane. Si trasferisce in Algeria dove stabilirà il suo eremo nel deserto a Tamanrasset, avamposto meridionale dei territori occupati dalla Francia, tra la popolazione tuareg.

Fin dagli inizi della sua presenza in Algeria, fratel Charles ha chiaramente in mente che la sua missione non è quella di convertire, piuttosto quella di compiere un lavoro preparatorio alla evangelizzazione. «Senza predicare, bensì imparando la lingua della gente, conversando con loro, stabilendo rapporti di amicizia». Convinto del fatto che «la parola è molto, ma l’esempio, l’amore, la preghiera sono mille volte di più».

Insistentemente nelle lettere a parenti e amici – ne scriverà tantissime – ribadisce che il suo intento è di fraternizzare, fare crollare muri di pregiudizi e avere relazioni affettuose con i tuareg. «Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani, ebrei e idolatri a guardarmi come il loro fratello, il fratello universale…».

Per lui «gli uomini non sono più soltanto i nostri fratelli, essi sono Gesù stesso». La sua vita interiore è alimentata dall’assidua preghiera e dal rapporto di amicizia con Gesù: «non soffro di solitudine, la trovo molto dolce, ho il Sacramento dell’eucaristia, il migliore degli amici, al quale parlare giorno e notte».

Studio della lingua

All’eremo Charles accoglie i poveri, assiste i malati con medicinali che si fa arrivare da parenti e amici in Francia, ma soprattutto dedica molte ore al giorno allo studio della lingua tuareg (il tamahaq) con l’aiuto di un interprete locale. Dopo una prima traduzione dei vangeli si dedica alla traduzione del libro dei Proverbi che fanno eco a una saggezza universale.

Mette per iscritto 190 poesie tuareg. Si immerge nell’opera linguistica principale: la realizzazione del dizionario francese-tuareg e tuareg-francese. Arriverà a completarlo solo nel 1915, un anno prima della sua morte: sarà un’opera monumentale di 2.028 pagine. Il fine di tanta fatica è di offrire uno strumento importante a chi dopo di lui sarà chiamato a evangelizzare la popolazione del deserto algerino.

Conduce una vita ascetica molto dura. Alle ore di preghiera ne aggiunge molte altre di lavoro, particolarmente in ambito linguistico. La poverissima dieta giornaliera consiste in una poltiglia di amido di grano pestato con un po’ di burro, del purè di datteri e del pane senza lievito. Un regime di vita che ha un impatto negativo sulle sue condizioni di salute: accusa un permanente stato di debolezza fisica, male di testa fino a quando si ammalerà di scorbuto.

Fratel Charles desidera fortemente di condividere la missione con un compagno, anche per garantire la continuità dell’opera. A tale scopo prepara il Regolamento dei piccoli fratelli del Sacro Cuore di Gesù e in seguito il Regolamento delle piccole sorelle del Sacro Cuore di Gesù. Compirà tre viaggi in Francia alla ricerca di qualche sacerdote disposto a vivere con lui l’esperienza eremitica nel deserto, ma non vedrà mai soddisfatto il suo desiderio.

Auspica anche il coinvolgimento dei laici nell’opera di evangelizzazione delle colonie ed elabora gli statuti dell’Unione dei fratelli e delle sorelle del Sacro Cuore di Gesù al fine di «suscitare vocazioni di laici che accettino di installarsi presso i tuareg» e condurli alla conversione.

Per fratel Charles la missione non si limita alla testimonianza personale, ha infatti uno scopo più ampio ed è quello di «civilizzare materialmente, intellettualmente, moralmente i tuareg…» tramite l’istruzione scolastica, l’esempio del lavoro, l’insegnamento dei principi elementari della morale naturale, le tecniche dell’agricoltura e dell’allevamento, il commercio e l’industria. Forse tra secoli – sostiene – la popolazione locale arriverà ad accogliere la fede cristiana.

Immerso nella cultura tuareg

In linea con la mentalità del suo tempo, considera la civiltà occidentale superiore a quella “arretrata” dei popoli dell’Africa ed è convinto che la Francia «ha verso le colonie i doveri dei genitori verso i propri figli». In Algeria, fratel Charles diventa di fatto anche il cappellano dei soldati francesi e con ufficiali, ex compagni di studi della scuola militare, mantiene un rapporto di amicizia e collaborazione. Per le sue approfondite conoscenze della lingua, della cultura, nonché della sua familiarità con influenti capi dei tuareg, è il referente principale per ufficiali e amministratori coloniali.

Ai suoi occhi la colonizzazione francese deve essere esemplare, in grado di manifestare la superiorità della civiltà occidentale fondata sui principi cristiani. A ragione di ciò, si indigna apertamente di fronte a immoralità e ad abusi di potere commessi da militari francesi, comportamenti che giudica indegni di rappresentanti della potenza coloniale.

Nel 1912 avverte, quasi un presagio di avvenimenti prossimi, che «se trattiamo questi popoli non come figli ma come materia di sfruttamento, l’unione (della colonia alla Francia, ndr) che gli avremo dato si ritorcerà contro di noi e ci getteranno in mare alla prima difficoltà europea».

Nel settembre 1914 scoppia la guerra tra Francia e Germania con immediate ripercussioni nei territori coloniali. Cresce la ribellione antifrancese guidata dal movimento dei Senussi, provenienti dalla Libia, che si accingono a penetrare nel sud dell’Algeria. Predicatori radicali islamici profetizzano la venuta del Mahdi che instaurerà il suo regno, spazzando via ogni traccia di paganesimo cristiano.

Per conquistare le tribù tuareg alla causa della rivolta antifrancese, i Senussi prendono di mira quegli europei che hanno maggiore influenza sulla popolazione. Progettano quindi di catturare il marabutto cristiano e portarlo fuori dal paese, in modo tale che cessi la sua influenza sulla popolazione locale sottomessa alle autorità francesi.

Il 1° dicembre 1916, con un inganno, i rivoltosi inducono fratel Charles ad aprire la porta dell’eremo – che nel frattempo aveva ricostruito come un vero e proprio un fortino per offrire rifugio alla gente in caso di attacchi armati. Legato mani e piedi, fratel Charles è sorvegliato da un quindicenne armato di fucile mentre i rapitori saccheggiano il fortino.

Ma il piano del sequestro salta all’arrivo di due meharisti, soldati algerini arruolati nell’esercito francese, che lanciano l’allarme. Terrorizzato, il giovane a guardia di fratel Charles gli spara alla testa un colpo mortale. La sua morte sembra adempiere quanto lui stesso aveva predetto pochi anni prima: «Come il grano nel Vangelo, devo marcire nella terra del Sahara per preparare la futura messe. Tale è la mia vocazione».


Dalla conversione alla beatificazione

Charles nasce il 15 settembre 1858 a Strasburgo in Alsazia, nel nordest della Francia in una famiglia cattolica di solide radici cristiane, i visconti De Foucauld. Rimasto orfano di entrambi i genitori all’età di 6 anni, Charles sarà cresciuto dai nonni materni insieme alla sorella Mimi di due anni più giovane di lui.

Studia alla scuola militare e ottiene il grado di sottotenente di cavalleria. 1886, intraprende il cammino di conversione. 1890, entra nel monastero di Notre-Dame du Sacré-Coeur in Siria per diventare monaco trappista. Dopo 7 anni lascia la trappa e decide di vivere da eremita.

Nel 1901, è ordinato sacerdote e sceglie di andare missionario tra i tuareg nel deserto algerino. 1° dicembre 1916 è ucciso durante un fallito tentativo di rapimento. Il 13 novembre 2005 Charles de Foucauld è proclamato beato da papa Benedetto XVI. Il 27 maggio 2020 la Santa Sede ha attribuito alla sua intercessione un miracolo che consentirà la sua canonizzazione.

 

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