Come convertito al cristianesimo, una delle sfide che sento più forti oggi è come fare per adattarmi all’esclusione quasi totale delle donne dall’esercizio della leadership ecclesiale e del ministero sacramentale nel cattolicesimo romano. Essendo cresciuto nella religione tradizionale africana, questa restrizione istituzionale, basata sul genere, evoca in me un mix di sorpresa, disagio e repulsione.

Il mio primo ricordo dell’esercizio della leadership e delle funzioni ministeriali negli spazi di culto e nei rituali mi parla di inclusione. Nelle famiglie e nelle comunità, donne e uomini esercitavano quasi in egual misura la direzione e le funzioni ministeriali come intermediari con il divino, addetti ai sacrifici, sacerdoti della terra, terapeuti a base di erbe… Queste esperienze contrastano nettamente con la pratica del cattolicesimo romano.

Nelle teste dei primi missionari il cristianesimo era considerato la religione superiore e irraggiungibile quanto a profondità storica, raffinatezza spirituale e intelligenza teologica rispetto alle pratiche religiose degli africani, ritenuti pagani e idolatri. Senza calcar la mano sulla veemenza e violenza con cui la missione cristiana ha affermato l’esclusione di genere nella leadership, nei rituali e nei ministeri, tale convinzione e atteggiamento non possono essere giustificati.

Il cristianesimo ha qualcosa da imparare dalla religione africana. Anche le culture africane conservano pratiche patriarcali e androcentriche che sfiorano la misoginia, ma diversi elementi di inclusione di genere nei rituali e nelle pratiche religiose sono mantenuti. In effetti, numerose Chiese pentecostali e nuovi movimenti religiosi si sono appropriati di queste usanze e hanno accentuato questi elementi di genere per promuovere l’esercizio della leadership e dei ministeri femminili.

Altri invece, ancora oggi, sono favorevoli all’esclusione di genere fondandosi su passaggi della Scrittura; facendo leva, per esempio, sulla non inclusione delle donne tra i dodici discepoli. Una lettura parziale e selettiva. Nonostante il pregiudizio evidente in molte narrazioni scritturali, diverse donne si presentano come icone di leadership e competenza ministeriale.

Alcuni nomi biblici: Sara, Rachele, Mariam, Giuditta, Esther, Maria, Marta, Maria Maddalena. Purtroppo, ma non sorprende, molte donne sono senza nome e spesso ci riferiamo semplicemente a loro con descrizioni insipide: “la donna al pozzo”, “la donna siro-fenicia” o “la donna che unse Gesù”. Erano tutte donne che hanno arricchito le loro comunità con i loro doni di sapienza esigente, coraggio compassionevole e fede apostolica.

Sulla base di un più ampio approfondimento della Scrittura e delle lezioni tratte dalle religioni tradizionali africane, è possibile trovare uno spazio più inclusivo per l’esercizio della leadership e del ministero della donna nella Chiesa.

Piuttosto che diventare una competizione di ingegno tra due religioni, appropriarsi delle migliori pratiche delle religioni africane e abbracciare la rivelazione della Scrittura rappresenterebbe una conversione alla verità fondamentale dell’inalienabile dignità e uguaglianza di tutte le donne e di tutti gli uomini creati a immagine e somiglianza di Dio.


Ministeri femminili

Sin dalle origini le donne rivestono, nelle comunità cristiane, una partecipazione molto attiva nell’insegnamento, nella liturgia e nella missione. Ma uno statuto dei ministeri femminili non è mai stato nettamente definito. Ha assunto forme diverse secondo i tempi e i contesti geografici. Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Querida Amazonia (QA) invita le Chiese locali a fare passi in avanti nel riconoscimento di funzioni e servizi ecclesiali femminili. Con la possibilità per le donne di avere un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità (QA 103)