Editoriale Nigrizia, ottobre 2012

La scristianizzazione nei paesi di antica tradizione cristiana è un fenomeno che preoccupa la Chiesa. Molti in Occidente, particolarmente le nuove generazioni, non guardano più alla Chiesa quale riferimento spirituale e morale nella loro vita, cosicché un numero crescente di battezzati ha smesso di credere. Non deve trarre in inganno la partecipazione a sacramenti come il battesimo dei neonati, il matrimonio o altri riti di iniziazione cristiana: spesso sono celebrati più per non infrangere abitudini ricevute che per convinzione personale.

Inoltre la crisi religiosa, diffusa nei paesi di antica cristianizzazione, comincia a farsi sentire anche nei paesi emergenti, specialmente nei centri urbani dove lo stile di vita e la mentalità consumistica occidentale stanno prendendo piede.

È sulla questione della crisi religiosa che i vescovi del mondo insieme al papa sono riuniti a Roma (7-28 ottobre) per il Sinodo su La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede. L’attenzione è rivolta soprattutto alla situazione di «coloro che sono stati battezzati ma non sufficientemente evangelizzati e coloro che si sono allontanati dalla Chiesa e dalla pratica della vita religiosa» (Instrumentum laboris, il documento di base per i lavori sinodali).

Il concetto di nuova evangelizzazione, cui dedichiamo il dossier di questo numero, è abbastanza recente. Fu introdotto con forza da papa Giovanni Paolo II che ne fece un motivo chiave nella predicazione e lo esplicitò in parecchi suoi scritti. In sintesi, usando le sue stesse parole, nuova evangelizzazione significa «riaccendere in noi lo slancio delle origini, lasciandoci pervadere dall’ardore della predicazione apostolica seguita alla Pentecoste» (Lettera apostolica Novo millennio ineunte, 40). Papa Benedetto XVI ha riaffermato l’impegno del suo predecessore e nel 2010 ha istituito un apposito dicastero della curia romana, il Pontificio consiglio per la promozione della la nuova evangelizzazione, annunciando la convocazione del sinodo.

È un segno incoraggiante che i vescovi siano riuniti per confrontarsi, discutere e trovare risposte alla attuale crisi religiosa. Ma come affrontare questo tema? Certo la strada da percorrere non è quella di demonizzare il mondo, considerandolo un pericolo per la fede cristiana con le sue derive di secolarismo, materialismo, edonismo e relativismo.

Papa Giovanni XXIII, promotore del Concilio ecumenico Vaticano II, di cui l’11 ottobre si celebra il 50 anniversario dell’apertura, ha invitato la Chiesa a guardare al mondo con empatia, con interesse e con l’intento di ascoltare e capire, scoprendo, nonostante le tante contraddizioni, segnali nuovi e positivi, segni della presenza dello Spirito Santo che soffia ovunque. In questa prospettiva di una Chiesa a servizio del mondo, non in contrapposizione ad esso, acquista senso la ricerca di nuovi metodi e nuove forme espressive per comunicare la fede, auspicata dal documento di base del sinodo.

È necessario poi che la Chiesa avvii una seria e umile autocritica. Le voci profetiche non sono mancate anche in questi ultimi tempi e la loro critica è rivolta ad una Chiesa distante dalle preoccupazioni della gente. Una Chiesa spesso più attenta a non perdere il consenso pubblico che a proporre con semplicità il messaggio di radicale novità del vangelo.

Il cardinale Carlo Maria Martini, a cui certamente non si può rimproverare di aver poco amato la Chiesa, ha pronunciato parole forti nella sua ultima intervista, considerato il suo testamento spirituale: «La nostra Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America… le nostre chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote, e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi». E invoca la conversione della Chiesa chiamata a «riconoscere i propri errori e a percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal papa e dai vescovi». Nelle sue parole si avverte l’urgenza di «liberare la brace nascosta sotto la cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore…», facendoci guidare da persone piene di generosità, di fede, persone entusiaste, fedeli e capaci di osare il nuovo. Insomma la nostra Chiesa – nell’invito di Martini – ha bisogno di scuotersi, di avere coraggio e di non essere prigioniera della paura.

Certamente è tutta la Chiesa chiamata a rinnovarsi, non solo il papa e i vescovi, e la conversione deve iniziare da ciascuno di noi. Ma è giusto aspettarsi che siano i nostri pastori a dare per primi un segnale, a guidarci verso una nuova direzione.

Questo è il messaggio forte che desideriamo sentire dal sinodo, che si aprirà tra pochi giorni, sulla nuova evangelizzazione.