L’incontro Cuamm a Padova
L’Europa e gli Stati uniti dovrebbero iniziare a collaborare con la Cina – paese che ha rimesso l’Africa al centro della cooperazione internazionale – per evitare di trasformare il continente nero in un campo di battaglia. Secondo Prodi, tale auspicabile collaborazione impone, tuttavia, dei cambiamenti nella politica africana degli Usa e dei paesi europei che, finora, agiscono nel continente in modo disperso, seguendo ancora vecchie logiche.

La crescente presenza della Cina in Africa ha rimesso il continente nero al centro della politica estera internazionale, imponendo all’Europa e agli Stati Uniti due scenari: “trasformare l’Africa in un campo di battaglia, a spesa degli africani, oppure cooperare con la Cina per consentire la rinascita africana”.

 

L’analisi è di Romano Prodi – delegato Onu per le operazioni di peacekeeping in Africa – che è stato ospite d’onore dell’incontro “Africa tra Europa e Cina: quale cooperazione internazionale oggi”, promosso dall’Ong Medici con l’Africa Cuamm, incontro svoltosi sabato 12 febbraio a Padova.

 

Analizzando le parole di Prodi, sembra che l’auspicabile nuova collaborazione tra Europa, Stati Uniti e Cina per la “rinascita africana”, richieda delle condizioni preliminari. Una di queste consiste nella necessità, per il “blocco occidentale”, di concepire nuove politiche di cooperazione internazionale, diverse da quelle che hanno finora caratterizzato il loro intervento nel continente nero.

 

Oggi la Cina si muove in Africa in modo capillare e innovativo. Il gigante asiatico ha, infatti, costruito rapporti con cinquanta dei cinquantatré Stati del continente, ha ricordato l’attuale professore alla Ceibs di Shanghai. Inoltre, la Cina è il primo paese al mondo ad aver istituito una formula di cooperazione che mette insieme l’esportazione di merci, capitali, tecnologia e lavoro.

 

Di fronte a quest’ultimo scenario – ha rilevato ancora Prodi -, i paesi membri dell’Unione Europea continuano, purtroppo, ad agire nel continente in modo disperso, cioè senza un coordinamento delle loro politiche estere. L’Europa, insomma, segue ancora logiche condizionate da vecchi rapporti coloniali che dividono il continente in diverse aree d’influenza: britanniche, francesi o portoghesi.

 

Nemmeno gli Stati Uniti si salvano da quello che Prodi considera un “errore strategico” nell’approccio “occidentale” alla cooperazione con l’Africa. Infatti, nonostante il rinnovamento della sua classe dirigente, il paese di Obama guarda ancora all’Africa secondo logiche che rispondono alle necessità di sicurezza militare ed energetica. Gli Usa puntano ancora l’attenzione su paesi situati sia sul golfo di Guinea – area che attualmente fornisce il 15% delle importazioni petrolifere statunitensi -, sia sulla sponda orientale del continente, in particolare nel Corno d’Africa, dove crescono gruppi armati legati ad al-Qaeda.

 

In questo contesto, però anche l’Africa deve fare la sua parte, diventando essa stessa attore del proprio sviluppo. Per il professore, la priorità numero uno resta la “creazione di un mercato africano”. Una méta questa, che richiede il superamento della situazione attuale in cui gli scambi inter-africani rappresentano solo il 10% dell’intero commercio del continente con l’estero.

 

Tale obiettivo richiede, inoltre, lo sviluppo di una nuova classe dirigente, capace – sostiene ancora l’ex premier italiano – di organizzare economicamente il continente nero, mettendolo, quindi, nelle condizioni di rapportarsi, in modo efficace ed efficiente, con gli altri attori della cooperazione internazionale, in un mondo sempre più multipolare.