Se si eccettuano sparuti gruppuscoli di estrema destra e l’idiozia domenicale di qualche curva degli stadi calcistici (spesso si tratta delle stesse persone in versione feriale e festiva) nessuno si manifesta pubblicamente in maniera sguaiatamente razzista.

Il razzismo di tutti i giorni mostra una fenomenologia subdola, si insinua tra le battute degli amici, parlotta a mo’ di vecchia zia, si fa vivo a singhiozzo in qualche fraseggio politico per poi tornare sottotraccia. Tende a non farsi identificare, meglio ancora dimenticare, e forse per questo è sottovalutato.

L’autore, antropologo culturale all’Università di Genova, lo definisce «un comportamento umano dalla natura proteiforme e ambigua» e lo analizza mettendolo sempre in relazione con il concetto di identità. Ci accompagna in un doveroso ripasso delle forme storiche di razzismo. L’invenzione delle razze, così titola il primo capitolo, porta il 5 agosto 1938 al Manifesto della razza, firmato da dieci scienziati italiani, che causò la perdita di diritti da parte dei cittadini italiani di origine e/o religione ebraica.

Nel 1848 Alexis de Tocqueville, dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, rileva che “in quasi tutti gli stati in cui la schiavitù è stata abolita si sono concessi ai negri i diritti elettorali, ma se uno di loro si presenta per votare rischia la vita”. Chiosa Aime: «L’identità razziale del “negro” è stata inventata e imposta agli schiavi dagli schiavisti e poi usata per escludere la loro progenie dalla cittadinanza attiva». T

ornando in Europa, gli zingari, arrivati dall’India nel XV secolo, vengono via via «demonizzati per la loro “scurezza”, la tendenza a vivere ai margini della società, il rifiuto di integrarsi pienamente».

Nel secondo capitolo, entra pienamente in campo l’antropologo «per comprendere il confine, incerto e mobile, che spesso separa quelle che possono essere considerate forme autentiche di razzismo da altri tipi di avversione verso l’altro». Oggi l’esclusione – e siamo sul terreno, quello del terzo capitolo, in cui si incrociano razzismo, identità e politica – si fonda su una discriminante di carattere etnico-culturale.

Con l’etnodifferenzialismo proposto dalla nuova destra identitaria si riconosce la differenza più che l’inferiorità dell’altro. Tradotto sul piano politico significa che «gli Altri, i “diversi”, vanno allontanati, espulsi, deve essere loro impedito l’accesso a ogni costo, costruendo muri materiali e non. La distinzione diventa allora negazione dei diritti».

La generazione identitaria, argomenta Aime, sostiene di difendere la cultura e la tradizione europee, senza peraltro mai definirle. Per esempio, vuole difendere la tradizione delle leggi razziali del fascismo o quella degli italiani che aiutarono gli ebrei a difendessi dal nazifascismo?