Emergenza migranti
Dall’inizio di luglio una media di 400 migranti, provenienti per lo più dall’Africa sub-sahariana, sono bloccati a Como. Tra loro molti minori non accompagnati. In molti tentano di passare la frontiera con la Svizzera, ma quasi tutti vengono respinti. Da oltre sei settimane vivono accampati nel parco della stazione ferroviaria, assistiti dai volontari di Caritas. La prefettura tra poco li trasferirà in un nuovo campo della Croce rossa, con il rischio di cronicizzare la loro presenza.

Da alcuni giorni nel parco della stazione S. Giovanni di Como sono comparse alcune decine di piccole tende da campeggio, un tentativo di rendere la notte un po’ meno umida, alle centinaia di migranti che, da settimane, vivono accampati nella città di confine tra Italia e Svizzera, nuovo punto caldo della crisi dei migranti. Si tratta principalmente di giovani, moltissimi minori, provenienti da Eritrea ed Etiopia, ma anche somali, gambiani e altri originari di paesi dell’Africa occidentale. Tutti bloccati al confine nel tentativo di proseguire il loro viaggio verso il nord Europa: Germania e Inghilterra le destinazioni maggiormente evocate.

Non è facile dare un numero preciso delle presenze perché continui sono i tentativi di oltrepassare la frontiera e i conseguenti respingimenti verso l’Italia, così come – da settimane – continua il trasferimento dei migranti verso strutture in altre zone d’Italia con i pullman organizzati dalla prefettura di Como. Non vi sono mai state comunicazioni ufficiali circa la destinazione di questi viaggi ma, come hanno confermato alcuni migranti poi tornati a Como, la maggior parte è stata dirottata verso l’hotspot di Taranto, all’estremità opposta della penisola.

“Nell’ultima settimana abbiamo servito una media di oltre 400 persone per sera con picchi di 530 e un minimo di 280”, racconta Flavio Bogani, referente della mensa di S. Eusebio, attivata in città dalla Caritas locale e gestita grazie alla disponibilità di centinaia di volontari di diversa estrazione politica e religiosa. “E’ forse questo – continua Bogani – il lato più bello di tutta questa vicenda”.

Volendo trovare una data di inizio di questo nuovo flusso, dobbiamo tornare ai primi di luglio, più precisamente a mercoledì 6, quando un giovane migrante eritreo è stato sorpreso mentre cercava di passare il confine all’interno di una valigia. Da allora è stato un susseguirsi di tentativi di passaggio e di successivi respingimenti. Il confine di Chiasso è controllato come mai era stato negli scorsi anni: il numero di agenti è stato incrementato, capillare il controllo dei treni e anche dell’intero territorio mediante l’utilizzo di pattuglie mobili e droni. Nonostante questo c’è chi riesce comunque a passare. Pochi per la verità, ma quanto basta per spingere le persone a rimanere per giorni sul prato della stazione e a subire i continui respingimenti differiti.

“Ora siamo bloccati in stazione da oltre 6 settimane”, hanno scritto gli stessi migranti in una lettera consegnata il 19 agosto scorso al prefetto di Como, Bruno Corda. “Le persone hanno addosso molta pressione, frustrazione e disappunto. Sempre più persone ne soffrono: una donna ha perso il suo bambino, un’altra ha avuto un attacco epilettico, il numero di persone con problemi di salute cresce di giorno in giorno. Questa dolorosa situazione ci spinge a compiere azioni disperate, ma non siamo cattive persone, siamo semplicemente migranti”.

Nella lettera vengono denunciati anche i trattamenti umilianti a cui sarebbero sottoposti dalle autorità svizzere, come l’obbligo di spogliarsi e le sistematiche ispezioni anche delle parti intime. Pratiche che si ripetono ad ogni tentativo.

A preoccupare è soprattutto il trattamento riservato ai minori non accompagnati. Amnesty International ha denunciato i respingimenti di diversi minori che erano intenzionati a fare richiesta di asilo politico in Svizzera, in contrasto con le stesse norme europee.

Molto potrebbe cambiare nelle prossime settimane quanto è attesa l’apertura di un campo che verrà gestito dalla Croce rossa (Cri) in un’area di 2.500 metri quadri messi a disposizione dal Comune di Como, non lontano da San Giovanni.  Un campo simile a quello attivato nel mese di luglio a Ventimiglia nei pressi del parco Roja.

“Verranno montati cinquanta moduli abitativi, ovviamente dotati di servizi igienici – ha spiegato il prefetto Bruno Corda – ci sarà anche un ambulatorio presidiato dalla Cri. Agli ospiti sarà dato un certo margine di tempo per valutare la possibilità di inoltrare domanda di accoglienza, l’obiettivo è far sì che rientrino nel circuito legale dell’accoglienza». Dalla Prefettura fanno sapere però che l’identificazione con le impronte digitali sarà un pre-requisito obbligatorio per potervi accedere e questo, ovviamente, farà scattare nei confronti dei migranti il regolamento di Dublino che prevede la presa in carico della propria domanda di asilo nel primo Paese di arrivo, mettendo di fatto fine al loro viaggio. Non è chiaro dunque, se e quanti accetteranno di entrare nel nuovo campo, ma è altrettanto evidente che, una volta aperto, la Prefettura non tollererà più la presenza di un accampamento informale nei giardini della stazione, con il rischio di un vero e proprio sgombero.

“Grazie all’aiuto di molti volontari, al momento, per quanto riguarda cibo, acqua e docce la situazione è sopportabile – concludono nella loro lettera i migranti -. Ma se il nostro problema principale – la chiusura del confine – non cambia, diventerà presto insostenibile. Non vogliamo essere spostati in un luogo nascosto, dove ci si possa dimenticare di noi e dei nostri problemi”.