Appena due anni dopo l’ultimo invio in Costa d’Avorio, il 2° reggimento francese di paracadutisti, l’unità aerea d’élite della legione straniera francese, sarà di nuovo ad Abidjan il prossimo settembre. Lo anticipa Africa intelligence.

Si tratta di un’unità molto speciale, strutturata come un reggimento di fanteria leggera e parte integrante della 11ª brigata paracadutisti, la formazione che raccoglie i principali reggimenti aviotrasportati dell’esercito francese. Unità creata come battaglione nell’ottobre del 1948 appositamente per partecipare alla guerra d’Indocina.

In Costa d’Avorio intervenne nell’operazione Licorne che durò dal 2002 al 2015.

Quella che tornerà ad Abidjan a settembre è una compagnia di fanteria di 175 uomini che si unirà alle forze francesi insieme a un’unità di comando e logistica.

Il loro ritorno nel paese arriva prima del previsto (i reggimenti di fanteria sono generalmente schierati in media ogni cinque anni). Ma nella lettura che ne dà Africa intelligence, «tale mossa ha chiari vantaggi». Innanzitutto, questi militari così ben addestrati possono tornare assai utili nell’impiego nel vicino Sahel. I campi di battaglia in Mali, Niger e Burkina Faso sono raggiungibili in poche ore, così come un loro impiego potrebbe essere utile nei paesi dell’Africa occidentale se si presentasse la necessità.

È stato grazie alla loro presenza ad Abidjan che alla fine del 2019 hanno potuto rispondere, dopo un breve preavviso, all’ordine del presidente Emmanuel Macron di intervenire in Niger a seguito di una serie di attacchi jihadisti. Anche se il presidente francese doveva ancora prendere ufficialmente la decisione di rafforzare l’operazione Barkhane, i 220 legionari sono stati in grado di alzarsi rapidamente dalla Costa d’Avorio e dispiegarsi nel deserto nigerino.

Altro vantaggio è che questi militari d’élite non rientrano nel conteggio delle truppe assegnate all’operazione Barkhane, che nell’intenzione di Macron dovrebbe essere prossimamente ridimensionata.

Al summit del G5 Sahel che si è svolto a N’Djamena il 15 e 16 febbraio scorsi il presidente francese aveva rassicurato i presidenti africani che la presenza militare francese nel Sahel verrà rivista ma non immediatamente. Il costo di 1,1 miliardi di euro nel 2020 sta diventando un peso per Parigi. Un peso che supera i benefici. Poi ci sono le polemiche per il costo civile della presenza di così tanti militari stranieri nell’area.

Nonostante otto anni di intervento militare ed economico, gli attacchi jihadisti  si sono moltiplicati, estendendosi dal Mali settentrionale a quello centrale e poi fino al nord del Burkina Faso e del Niger.

La Citizen Coalition for the Sahel, che riunisce una cinquantina di organizzazioni della società civile, difesa dei diritti umani e gruppi di riflessione, ha presentato il 13 aprile il suo primo rapporto, Sahel: what needs to change. Obiettivo: fare il punto sul fallimento della politica antiterrorismo perseguita ormai da otto anni e rimettere la protezione dei civili al centro della strategia. I numeri parlano da soli. Nel Sahel, tra il 2017 e il 2020, gli attacchi contro i civili sono quintuplicati. Più di 2.400 persone sono state uccise in attacchi armati e in operazioni di antiterrorismo  solo  nel 2020. Oltre 2milioni i profughi. In Mali lo scorso anno, le operazioni militari hanno ucciso più civili che gruppi jihadisti. Tuttavia, gli investimenti nella lotta al terrorismo ora ammontano a 2 miliardi di euro all’anno: quattro volte maggiori rispetto agli importi stanziati per gli aiuti umanitari nella regione negli ultimi quattro anni.

Quattro anche le raccomandazioni della coalizione: rimettere la protezione dei civili al centro della risposta alla crisi; risolvere la crisi di governance nei paesi del Sahel, in particolare promuovendo il dialogo, anche con i gruppi armati; rispondere alle emergenze umanitarie quando 15 milioni di persone hanno bisogno di assistenza; lotta contro l’impunità per punire i colpevoli di abusi contro i civili.

Al vertice di N’Djamena di febbraio, Macron aveva chiesto un maggior impegno militare del Ciad, che vanta l’esercito più addestrato, nel G5. E l’allora presidente Déby aveva promesso altri 1.200 uomini da impiegare nell’area. Ora la morte del presidente ciadiano mette in crisi l’offerta. E anche l’operazione G5 scricchiola.