L’Africa sta usando soprattutto le sue forze per combattere il Covid-19. O comunque sta utilizzando gli aiuti all’interno del sistema sanitario esistente, che di certo non è stato riadattato per affrontare l’emergenza. Ma di quali e quante forze dispone? E come sta funzionando la risposta alla pandemia?

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha avvertito: se in Africa le misure prese finora, prima fra tutte il confinamento, dovessero fallire, in questo primo anno di pandemia potrebbero essere infettate dai 29 ai 44 milioni di persone e fino a 190mila potrebbero morire. Se dovesse andare così, il numero dei casi eccederebbe di molto la capacità delle strutture ospedaliere esistenti di farvi fronte.

I numeri

Più drammatici sono i dati forniti dalla Commissione economica per l’Africa (Uneca), secondo la quale anche rispettando le distanze sociali, e facendolo come si deve, quest’anno il continente potrebbe registrare 123 milioni di casi e 300mila vittime. E questo è solo lo scenario migliore.

Tali ipotesi – mentre nella realtà cresce il numero di infettati – metterebbero, ripetiamo, a dura prova le capacità sanitarie del continente. Del resto, è impossibile conoscere il numero esatto dei positivi o degli asintomatici, visto che i test effettuati sono una piccola frazione rispetto a quelli fatti in altri paesi.

Secondo dati elaborati dall’agenzia Reuters sulla base di informazioni fornite dalle autorità sanitarie locali, fino a pochi giorni fa nel continente erano stati condotti poco meno di 700 test per milione di abitanti, contro i 7 milioni di test, equivalenti a 23mila per un milione di persone, eseguiti in Europa. Il 46% di tutti i test in Africa sono stati fatti in due paesi: Ghana e Sudafrica.

Sul modo e sui mezzi a disposizione per affrontare questa emergenza ci sono altri due dati su cui si è scritto molto: i posti letto in terapia intensiva e la disponibilità di ventilatori. I tre paesi più popolosi del continente: Egitto, Nigeria ed Etiopia, dispongono (nel totale) di 1.920 posti in terapia intensiva per 400 milioni di cittadini.

In totale sono 5mila i posti in terapia intensiva in 43 dei 55 paesi africani. Fatti i conti, si tratta di 5 letti per un milione di persone, mentre in Europa i posti letto sono 4mila ogni milione di abitanti.

Ventilatori e ossigeno

Né è rassicurante la questione ventilatori. L’Oms fa sapere che ce ne sono 2mila funzionanti in 41 paesi. Con amara ironia il New York Times fa notare: “Il Sud Sudan, nazione di 11 milioni di abitanti, ha più vicepresidenti (cinque) che ventilatori (quattro)”. Mentre il servizio sanitario nazionale della Repubblica Centrafricana, interpellato dai giornalisti, non sapeva che nel paese ci fossero tre ventilatori messi a disposizione da un’agenzia estera.

Dieci paesi, invece, di ventilatori non ne hanno neanche uno. Tra questi la Somalia, dove tra l’altro c’è un solo centro che tratta i malati Covid, il Martini Hospital, ricordo dell’era coloniale italiana.

E in questa situazione non mancherebbero gli approfittatori, alcuni ventilatori sono arrivati in forma di aiuti, di altri si sta procedendo all’acquisto. Il ministro dell’Informazione liberiano, Eugene Nagbe, ha denunciato incrementi immotivati del prezzo per tale strumentazione, aumenti che sarebbero stati inopinatamente decisi da alcune aziende a contratto firmato per le consegne.

Naturalmente non è solo questione di terapia intensiva e ventilatori, altro supporto fondamentale per le cure dei casi di Covid è l’ossigeno. E anche quello scarseggia. E in Tanzania, ad esempio, i medici possono affidarsi solo, appunto, all’ossigenoterapia e sperare in meglio. Oltretutto ci sono solo 15 posti di terapia intensiva e solo in 7 delle 31 province del paese, come testimonia anche Medici con l’Africa Cuamm.

Una popolazione a rischio raddoppiato, quella della Tanzania, dove il suo presidente, John Magufuli, invece di gestire l’emergenza, ha diffuso l’idea del “sabotaggio imperialista”. Sarebbe l’Occidente ad aver causato la pandemia ed è l’Occidente a diffondere cifre non vere. Per questo ha vietato ai suoi di diffondere i dati sulla diffusione del virus (in cui appunto non crede), sia nel paese che all’estero.

Ong in prima linea: il caso Sierra Leone

Ci sono governi, invece, che fanno tesoro degli aiuti e delle competenze che arrivano dalle varie organizzazioni internazionali e dalle Ong. È il caso della Sierra Leone, dove da tre anni è operativo il 118. Si tratta di un progetto tutto italiano, di cui il presidente Julius Maada Bio va particolarmente fiero, indicandolo, ogni volta che parla con la stampa, come uno dei suoi “flagship program”. Insomma, un fiore all’occhiello.

Il programma si chiama Nems (National emergency medical service) ed è stato messo in piedi dal Cuamm. 81 ambulanze, uno staff di 1.000 persone (personale locale più 6 espatriati) e una media di 2mila pazienti al mese trasportati da tutti gli angoli del paese nei vari ospedali. Si tratta dell’unico servizio di ambulanza in Sierra Leone, servizio che in questi ultimi mesi si è rivelato indispensabile anche per l’emergenza coronavirus.

Quando si viene informati di un caso – spesso segnalato proprio dal ministero della Salute – lo si va a prendere e lo si porta in uno dei tre ospedali disposti per il trattamento del Covid, oppure in uno dei due centri per i pazienti asintomatici. Per le quarantene invece, vengono utilizzati degli hotel, che in realtà cominciano a rivelarsi insufficienti.

Ce lo racconta Riccardo Buson, responsabile operativo del Nems e caso numero 6 di Covid nel paese. «Il mio per fortuna è stato un caso lieve, sono stato ricoverato nell’ospedale militare di Freetown e curato con il paracetamolo».

Buson ci racconta anche che il problema più serio da affrontare nel paese non è solo la carenza di strutture ma il forte stigma che circonda la malattia, un po’ come era accaduto per l’Ebola. «Qualche giorno fa – dice – un nostro autista è stato accoltellato e capita che le nostre ambulanze vengano prese a sassate. La gente pensa che si ammalerà se sale in ambulanza o va in ospedale».

L’emergenza a Mungbere (Rd Congo)

E se nelle capitali o non lontano da queste, ci sono maggiori possibilità di accedere a servizi e ospedali, lo stesso non accade per chi si trova nelle zone rurali, come Gianmaria Corbetta, medico e comboniano che ci risponde dall’ospedale Anoalite di Mungbere, nella diocesi di Wamba, molto più vicino all’Uganda che alla lontanissima (dal lato opposto del paese) Kinshasa.

«L’unico centro per i test PRC – ci dice – si trova nella capitale. Per ora noi applichiamo misure di prevenzione, ma il problema più serio sono gli approvvigionamenti, lo stock di medicinali per curare le altre malattie. Non funzionando i voli interni ci siamo dovuti industriare in altro modo per avere i farmaci che oggi dall’Olanda arrivano ad Entebbe e poi da lì ci arrivano via terra dal confine». Il dottor Corbetta ci ricorda poi un dato importante: «i morti di malaria in Africa sub-sahariana sono molti, molti di più dei casi di Covid nel mondo intero».

In Sud Sudan misure contradditorie

Passando ad un altro paese dove la condizione sanitaria generale è particolarmente critica, il Sud Sudan, pare che i casi positivi riguardino soprattutto personale dell’Onu ed espatriati. La spiegazione ce la fornisce fratel Paolo Rizzetto, comboniano impegnato in un ospedale nella diocesi di Rumbek, a circa 300 chilometri dalla capitale, Juba.

«Ѐ proprio Juba – ci racconta – l’unico posto dove è possibile fare i test. Quindi è possibile che il numero dei casi che riguardano la popolazione locale siano molto più alti. Così come è molto probabile che persone contagiate abbiano avuto modo di viaggiare da un posto all’altro del paese. Dunque la situazione è assai incerta».

Il governo sud sudanese ha istituito una taskforce «che però, nei primi due mesi – continua il comboniano – si è limitata a rafforzare le misure di prevenzione, a limitare il permesso di viaggiare ai singoli, ma anche alle organizzazioni non governative, e a definire il John Garang Centre for Disease Control, nella capitale, il centro di riferimento per la diagnosi e per il rilascio di ‘certificati di buona salute’».

Rizzetto ci ricorda che il governo, da pochi giorni, ha deciso la riapertura dell’aeroporto. «Non so se sia una buona idea – dice – perché questo implica un maggior movimento verso l’interno, zone che erano state in qualche modo preservate e dove le strutture sanitarie non sono preparate per affrontare questa emergenza».

L’esperienza di Emergency in Sudan

In Sudan, invece, l’emergenza deve anche fare i conti con l’inesperienza politica e la transizione che sta interessando il paese dopo la caduta del regime di Omar El-Bashir. Alessandro Salvati, cardiochirurgo, nel paese dal 2009 e dal 2015 coordinatore medico di Emergency, sottolinea proprio questo. «In una settimana sono cambiati due sottosegretari alla Salute», ci dice. «Difficile fare programmazione in un paese in cui l’esecutivo di transizione dovrebbe traghettare verso la democrazia, ma dove tutto, proprio tutto è sotto controllo».

Il Salam Center di Khartoum è l’unico ospedale dove si fanno interventi a cuore aperto e serve un’area abitata da 300 milioni di persone. Una media di 6 interventi al giorno. Ora però, il numero di operazioni si è leggermente ridotto. Il coprifuoco, la paura, la difficoltà di movimento. «Vengono qui anche per altri problemi – continua Salvati – nella speranza di poter avere altre forme di assistenza».

Ma nel frattempo ci sono patologie, come le cardiopatie, appunto, che hanno bisogno di osservazione e follow up post operatorio. Il rischio, come ci fa capire il medico di Emergency «è che quando gli ospedali si renderanno disponibili ad accogliere di nuovo gli altri malati, questi saranno affollatissimi di persone che nel frattempo hanno sviluppato altre patologie o trascurato quelle che avevano».

Situazione confusa anche in Ciad. Pochi test diagnostici finora, e pochi tamponi. Tutti nell’ospedale di Farcha nella capitale N’Djamena. Ospedale, tra l’altro, che in molti settori si presenta ancora come un cantiere con lavori in corso.

Il Mozambico tra giovanissimi malati e Hiv

«Qui in Mozambico – dice invece Giovanna De Meneghi, responsabile paese per il Cuamm – dopo i 75 casi alla Total nella provincia di Capo Delgado e poi a Maputo, ci prepariamo alla fase cruciale, quella della ‘trasmissione comunitaria’, per la quale è davvero difficile rintracciare i primi casi».

E sono casi di bambini piccoli, anche, cosa che preoccupa non poco. Nei pressi di Beira, un bambino di 10 anni che si trovava in un centro di accoglienza post ciclone Idai e un bimbo di 7 mesi in una zona centrale della città. «Questo è uno dei paesi a basso reddito con la più alta disuguaglianza al mondo. Pochi ricchi, ma davvero ricchi, e tantissimi invece che non sanno come mangiare».

Sono quelli, ovviamente, che si ammalano di più, anche di Hiv, tra i più alti tassi in Africa. «Sono persone per le quali i trattamenti non si possono interrompere – dice De Meneghi – e si tratta soprattutto di giovani. L’unico vantaggio è che sanno usare la tecnologia e il follow up lo facciamo per il momento in via informatica».

E proprio qualche giorno fa l’Onu ha fatto sapere che nell’Africa sub-sahariana a causa dell’emergenza Covid potrebbero aumentare i morti di Aids (la stima parla di 500mila morti in più fra il 2020 e il 2021) a causa della difficoltà di accesso ai farmaci antiretrovirali in questo periodo di pandemia.

Gestione degli aiuti opaca

C’è infine un ultimo aspetto da considerare: gli aiuti e i fondi messi a disposizione degli stessi governi. Come si stanno utilizzando? Stanno, per caso, finendo in tasche private? Il sospetto c’è. E proprio dall’Africa viene proposta un’azione di controllo.

Dalla Nigeria, spesso additato come uno dei paesi a più alto indice di corruzione nel continente. È nigeriana, infatti, l’iniziativa Follow the money (Segui i soldi) con sedi anche in Kenya, Gambia, Zimbabwe, Camerun, Malawi, Liberia. In realtà non è nata in occasione del Covid, ma ora pare stia compilando un elenco dei fondi per combattere la pandemia e monitorando come vengono spesi i soldi, chiedendo a donatori e agenzie governative informazioni dettagliate sui piani di spesa. Chissà se queste informazioni verranno mai fornite.