Corte penale internazionale e Africa
In dicembre la Cpi ha dovuto incassare due sonore sconfitte nei procedimenti contro Kenyatta ed El-Bashir. Il calendario 2015 è ricco di processi. Ma restano solo e sempre loro, gli africani, al centro delle iniziative giudiziarie dell’Aia.

Negli ultimi mesi, ha subito un’accelerazione la crisi che covava e albergava da alcuni anni nella Corte penale internazionale (Cpi). Il 6 novembre, infatti, è stata accusata di aver negato la giustizia, dopo la decisione della procuratrice Fatou Bensouda di non perseguire Israele per i fatti del 31 maggio 2010, quando le sue navi militari avevano attaccato una flottiglia di attivisti pro-palestinesi, conosciuta come la Freedom flotilla per Gaza, trasportante aiuti umanitari e altre merci, e diretta a Gaza. Si contarono nove vittime. La procuratrice ha riconosciuto sì che si trattava di “crimini di guerra”, ma ha giudicato il caso non abbastanza grave.

Una scelta, la sua, seguita poi da due rumorose sconfitte. Il 5 dicembre ha dovuto ritirare le accuse di crimini contro l’umanità al presidente kenyano Uhuru Kenyatta, dopo un ultimatum dei giudici della Cpi, che le hanno dato una settimana di tempo per fornire prove concrete contro di lui. I giudici hanno criticato, inoltre, la qualità delle indagini effettuate dalla procuratrice. Che ha presentato ricorso all’Assemblea generale dei 122 stati membri, sottolineando la mancanza di cooperazione di Nairobi nell’inviare all’Aia i documenti che incriminano Kenyatta. In linea teorica, e secondo i funzionari della Cpi, gli stati-membro potrebbero espellere il Kenya dalla Corte penale o decidere di obbligare Nairobi a collaborare. Ma la sensazione generale dei diplomatici è che questo “affaire” è già durato anche troppo.

Dieci giorni dopo, il 15 dicembre, in una dichiarazione al consiglio di sicurezza, Fatou Bensouda annuncia di voler rinunciare a proseguire nel procedimento contro il presidente sudanese Omar El-Bashir, accusato di crimini di guerra, di crimini contro l’umanità e di genocidio, commessi tra il 2009 e il 2010 in Darfur, area occidentale del Sudan. La procuratrice giustifica la sua scelta con l’atteggiamento del consiglio di sicurezza di non assumere misure coercitive per costringere El-Bashir a comparire all’Aia. Ricorda le accuse di stupri collettivi commessi dai soldati sudanesi su 200 donne e ragazze a fine ottobre, in un villaggio. Accuse che avrebbero dovuto fare reagire il consiglio. Ma El-Bashir, protetto dal veto cinese, ha potuto rivendicare la vittoria contro il tribunale «colonialista» dell’Aia, che finora ha solo accusato africani. Questo caso ha innescato una crisi tra la Corte e il consiglio, dove tre membri permanenti (Stati Uniti, Cina, Russia) non riconoscono la Cpi.

Ma anche i metodi di lavoro della procuratrice sono stati oggetto di forte critica. Un esempio è l’“affaire” Jean-Pierre Bemba, il presidente del Movimento per la liberazione del Congo (Mlc), accusato di aver commesso in Centrafrica crimini di guerra e contro l’umanità tra il 2002 e il 2003.

Bensouda ha aperto un nuovo processo contro di lui, contro il suo avvocato e altre due persone per corruzione di testimoni. Ma a finire nei guai è stata lei stessa, accusata del medesimo reato dal segretario generale del Mic, Alexis Lenga. A peggiorare la situazione c’è pure la critica mossa dall’avvocato inglese di Bemba, Peter Haynes, che ha puntato il dito contro la magistrata per avere, a fini processuali, modificato la sua strategia iniziale che vedeva il defunto presidente centrafricano Ange-Félix Patassé coautore dei crimini, avendo spinto Bemba a inviare le truppe nel paese. Una strategia processuale poi abbandonata da Bensouda.

La lista delle lamentele verso la Corte è ancora lunga. Ad esempio, mentre la Cpi difficilmente risolve i fascicoli già avviati (quello di Bemba si trascina da sei anni), allo stesso tempo si trova in competizione con gli stati sul diritto di giudicare i loro cittadini sottoposti a indagini È il caso di Simone Gbagbo, moglie dell’ex presidente ivoriano Laurent, interrogata dalla magistratura del suo paese nel 2014. In linea di principio, la Cpi non deve sostituirsi alla giustizia degli stati membri. Ma Fatou Bensouda ha ottenuto, il 10 dicembre scorso, che il tribunale dell’Aia respingesse la richiesta di Abidjan di giudicare Simone Gbagbo. Il pretesto addotto è che gli atti dell’inchiesta dei giudici ivoriani non erano sufficienti. 

Resta il dato poi che la Corte è poco produttiva e costa molto: nel 2014 ha avuto un budget di 121,65 milioni di euro (130 nel 2015), di cui 66,26 per l’ufficio di cancelleria, 41,67 per l’ufficio del procuratore e solo 1,93 per il segretariato del fondo fiduciario per le vittime. Dalla sua creazione, nel 2002, ha pronunciato due condanne: quelle ai congolesi Thomas Lubanga e Germain Katanga. C’è stata un’assoluzione (Mathieu Ngudjolo) e diversi procedimenti finiti in nulla come quello al leader delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda, Callixte Mbarushimana. Attualmente ci sono 21 fascicoli ancora pendenti in 9 paesi.

Dodici anni dopo la sua creazione, la Cpi ha istruito solo fascicoli africani e ha condannato solo congolesi. Il campo geografico dei suoi interventi non si estenderà rapidamente. Ha ricevuto denunce anche da altri continenti, ma il loro iter va fortemente a rilento. Al 1° giugno 2013, l’ufficio del pubblico ministero aveva ricevuto 92 comunicazioni relative a crimini commessi in Afghanistan. Ma non si è ancora concluso l’esame preliminare, al termine del quale si deve decidere l’apertura o meno di un’inchiesta.

Nel 2005, il procuratore Luis Moreno Ocampo è stato informato di crimini compiuti in Colombia, potenzialmente rientrabili nelle fattispecie di competenza della Cpi. Ma non è stata aperta alcuna inchiesta. Nel caso dell’Iraq, nel 2006, Moreno aveva deciso di non aprire un’indagine, valutando il grado di gravità del crimine non sufficiente.

La Cpi, nonostante le critiche, avrà un fitto calendario nel 2015. Il 4 febbraio, 90 giorni dopo la decisione di Bensouda di non perseguire Israele per il raid contro la nave Mavi Marmara, battente bandiera delle Comore, scade il termine di impugnazione da parte degli avvocati delle Comore, che a novembre avevano annunciato la loro intenzione di accedere nella Camera preliminare della Corte per far riconsiderare questa decisione.

Il verdetto sul caso Bemba è atteso prima di giugno 2015, mentre il processo contro il suo compatriota Bosco Ntaganda – sempre detenuto all’Aia – si aprirà il 2 giugno. Il 7 luglio inizierà il processo contro Laurent Gbagbo, pure lui detenuto nei Paesi Bassi.

Si prevede che anche nel 2015, continuerà il balletto tra la Libia e la Corte penale internazionale per il diritto di giudicare il figlio del defunto presidente libico Muammar Gheddafi, Seif al-Islam, per la sanguinosa repressione della rivolta del 2011 scoppiata dopo la caduta del regime del padre.

Istituzione controversa, timida quando si tratta di aprire inchieste su cittadini di paesi della Nato, la Cpi ha molto da fare ancora per non apparire come lo strumento per la giustizia dei vincitori.

(Questo articolo è stato estratto dal numero di Nigrizia di febbraio 2015)

Se sei interessato a leggere gli altri articoli del nuovo numero di febbraio di Nigrizia, clicca qui per acquistarlo in formato cartaceo o in digitale.

Nella foto in alto la sede della Cpi all’Aia (Olanda)(Fonte: The-Hague-Photos). Nella foto sopra La procuratrice della Cpi Fatou Bensouda (Fonte: TheZambezian.com)