Detenute del carcere femminile di Maputo (Credit: Sant'Egidio)

Questa volta la reazione c’è stata. Non sempre accade in un paese noto per la sua tendenziale passività rispetto agli eventi politici o che comunque toccano un’elite al governo dall’indipendenza, nel 1975.

In questa circostanza – pur con un’opinione pubblica sotto scacco a causa dell’atteggiamento di un esecutivo sempre meno disposto a ricevere critiche – di fronte alle atrocità commesse contro gli ultimi (o, meglio, le ultime) degli ultimi, ossia donne di classe sociale bassa e in stato di reclusione, la reazione c’è stata, ed è stata vigorosa.

A scoperchiare il traffico di giovani carcerate costrette a prostituirsi con facoltosi uomini mozambicani in una pensione a due passi dal carcere femminile di Ndlavela (Maputo), era stata una delle organizzazioni non governative più attive, il Centro di integrità pubblica.

E lunedì 21 giugno, un gruppo di 17 associazioni ha creato una Commissione per formare un Osservatorio delle donne e ha subito presentato una denuncia alla procura generale della repubblica (diretta da una donna, Beatriz Buchili), contro il direttore e tutti i funzionari del carcere.

Dichiarazioni alla stampa della coordinatrice dell’Osservatorio, Quitéria Guiringuane, hanno chiarito quale sia l’aspettativa delle associazioni: fare in modo che questo caso non si chiuda con un nulla di fatto, come è accaduto con le violenze sessuali verso le studentesse della scuola di polizia da parte dei loro istruttori.

La coordinatrice ha inoltre sottolineato come lo stato mozambicano abbia abituato i propri cittadini all’impunità generalizzata, soprattutto quanto si tratta di individui con cariche istituzionali o ben posizionati nella società, come l’indagine del Centro di integrità pubblica fa chiaramente intendere.

C’è infine un aspetto evidenziato da molti, oltre che dal costituendo Osservatorio delle donne. Il ministero della giustizia – che ha sospeso il direttore e i tutti i funzionari del penitenziario femminile – non dovrebbe far parte della commissione d’inchiesta annunciata, visto che si trova a essere parte in causa e, quindi, potrebbe attenuare la portata penale degli atti compiuti.

Il timore infatti è di vedere espellere i presunti colpevoli dalla polizia (o, ancora peggio, che vengano semplicemente trasferiti), senza che si tengano i processi penali a loro carico.

I prossimi giorni saranno decisivi per comprendere fino a che punto il governo sarà in grado di resistere alla pressione della società civile, ormai in aperta rivolta di fronte allo spettacolo fornito dai funzionari del carcere femminile di Maputo.

Si prefigura un braccio di ferro i cui protagonisti principali saranno tutte donne: dalle vittime alle associazioni che stanno portando avanti questa battaglia, fino alla procuratrice generale della repubblica e alla ministra della giustizia.

 

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