Rapporto Unicef sulle Mgf
Le mutilazione genitale femminile è una pratica ancora molto diffusa nel mondo e soprattutto nel continente africano. Sono almeno 200 milioni le donne e bambine che le hanno subite in 30 paesi di Asia e Africa. Alcune nazioni africane stanno facendo passi avanti, ma l'eliminazione di questo sopruso resta lontana.

Nel mondo, attualmente, almeno 200 milioni di donne di ogni età sono state sottoposte alla mutilazione genitale femminile (mgf) in 30 diversi paesi del mondo. Oltre la metà di loro vive in tre paesi: Indonesia, Etiopia ed Egitto. Il paese asiatico registra il record negativo, con più di 60 milioni di donne mutilate. I dati provengono da un rapporto dell’Unicef – Female genital mutilation/cutting: a global concern – pubblicato il 6 febbraio scorso, Giornata internazionale Onu per la tolleranza zero alle mgf.

Nonostante la concentrazione in questi tre paesi, questa pratica è ormai diffusa in varie parti del mondo – tra cui anche Europa, Australia, Nord e Sud America -, anche se l’Africa rimane il bacino maggiore. Il 44% delle donne sottoposte ad amputazione genitale, ha un’età che va da poche settimane a 14 anni e si concentra in Gambia (56%), Mauritania (54%) e Indonesia, dove circa la metà delle ragazzine sotto gli 11 anni ha subito la mgf. Sempre secondo i dati forniti dal rapporto, i paesi in cui è prevalente in donne tra i 15 e i 49 anni sono, invece, Somalia (98%), Guinea (97%) e Djibuti (93%).

Segnali positivi si registrano, invece, in nazioni che hanno cominciato a lottare contro questa consuetudine: negli ultimi 30 anni la mgf su ragazze tra i 15 e i 19 anni è diminuita del 41% in Liberia, del 31% in Burkina Faso, del 30% in Kenya e del 27% in Egitto. Questo grazie a campagne di sensibilizzazione, monitoraggio e leggi che criminalizzano la circoncisione femminile.

Dal 2008, oltre 15.000 comunità distribuite in 20 paesi, ne hanno annunciato ufficialmente l’abbandono, spinti anche da un aumento della disapprovazione popolare, in particolare tra i giovani uomini. In Ghana dal dicembre scorso, chi opera la mgf rischia fino a tre anni di carcere e in Kenya esiste anche una rete di apparati governativi e non che si occupa di prevenire, sostenere le vittime e denunciare gli artefici.

Rispetto a trent’anni fa, una femmina ha oggi il 33% di possibilità in meno di essere mutilata, ma l’eliminazione totale di questo abuso entro il 2030 (in base ai nuovi Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu), appare ancora una meta lontana. “Se l’incremento della popolazione continuerà con i ritmi attuali – evidenzia il rapporto – il numero di ragazze e donne che subiranno la mgf è destinato ad aumentare in modo significativo nei prossimi 15 anni. Tutti noi, governi, operatori sanitari, leader di comunità, genitori e famiglie, dobbiamo accelerare gli sforzi per eliminarla”.

Una guerra, questa, che mette in prima linea i governi, responsabili della raccolta e della pubblicazione di statistiche nazionali, tassello fondamentale per conoscere l’entità del problema e combatterlo a livello locale. Ma, finora, evidenzia Unicef, sono solo 30 i governi che hanno dato piena adesione a questo progetto.

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Nella foto in alto una donna mostra una lametta che viene utilizzata per praticare i riti d’iiziazione che provocano le Mgf. A Mombasa, Kenya, giugno 2015. (Fonte: Time / Ivan Lieman – Barcroft Media). Sopra delle giovani ragazze kenyane.