L’editoriale del numero di gennaio 2012

Il 2012 africano è un caleidoscopio di attese, speranze e certezze. A noi piace inaugurarlo, segnalando un’iniziativa: per l’Onu quello appena iniziato sarà l’anno dell’energia sostenibile. Un’iniziativa diretta al miglioramento della qualità della vita di ampie fette della popolazione mondiale. Basti pensare che 1 miliardo e 600 milioni di persone nei paesi poveri non hanno ancora accesso all’elettricità.

 

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, auspica che la mobilitazione e i festeggiamenti per la scelta green del Palazzo di Vetro sia solo l’incipit di una «rivoluzione globale » in grado di consentire a tutti un accesso all’energia pulita entro il 2030, oltre a un incremento del 40% dell’efficienza energetica. Il segretario invita, inoltre, i paesi industrialmente inquinanti «a maturare scelte che portino, nel lungo periodo, all’abbandono dei carburanti fossili», per le loro gravi conseguenze ambientali. I risultati dovrebbero essere una riduzione dei cambiamenti climatici, una diminuzione della povertà e un miglioramento della salute del pianeta.

 

Sappiamo di trovarci di fronte ad annunci gravidi di una buona dose di retorica. La realtà s’incarica di percorrere binari diversi. È una finzione, al momento, la volontà di costruire un’economia non dipendente dal petrolio e dal carbone. Lo stesso “Obama il verde” si sta buttando a capofitto sul petrolio non convenzionale, di cui l’America è ricca, e sul gas, con pesanti implicazioni ambientali e climatiche. Per colmare il gap che lascerà il progressivo abbandono del nucleare, molti considerano “nuova frontiera” il ritorno al carbone.

 

Un segnale negativo per l’economia ecologica è arrivato anche da Durban, con il sostanziale fallimento della Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici. In Sudafrica si è presa la decisione di non decidere. Di rimandare tutto al 2015. Come se il dilazionare e il lasciar trascorrere il tempo nell’inazione non fossero follia, considerati gli allarmi della scienza. L’ansia della crescita, in un periodo di asfissia economica, prevale su tutto il resto. Basta analizzare il comportamento del Canada, che se n’è uscito dal Protocollo di Kyoto, che prevede l’abbattimento delle emissioni di gas serra rispetto al 1990. Ottawa già oggi produce il 23% di gas in più rispetto a 21 anni fa. Se rimaneva nell’accordo, rischiava di pagare 10 miliardi di dollari di multa in sanzioni e, cosa ancora più grave per i suoi bilanci, correva il pericolo di entrare in recessione. Meglio, quindi, abbandonare.

 

Sgombrato, dunque, il campo dai facili entusiasmi e dall’ipocrisia, indossiamo, per un momento solo, gli abiti dei paladini della green economy, accettando che il prossimo eldorado stia nelle tecnologie pulite. Che beneficio potrebbe trarne l’Africa? Innanzitutto, oggi alcuni paesi del continente si sono buttati nell’affare. C’è il caso del Sudafrica, che ha sottoscritto “accordi verdi” con Inghilterra, Germania, Danimarca, Norvegia e Banca europea degli investimenti (Bei). In Burkina Faso, sorgerà la più grande centrale termosolare dell’Africa subsahariana (sarà operativa, forse, entro il 2013). La Tunisia ha in cantiere una serie di progetti di sviluppo anche nei settori delle rinnovabili, finanziati con un prestito di oltre 80 milioni di euro concessi dalla Germania. Inoltre, molti paesi africani stanno utilizzando in proprio, o concedendo a paesi stranieri, migliaia di ettari di terreno per la produzione di biocombustibili. L’Unione europea ha stabilito che entro il 2020 almeno il 10% dei carburanti arrivi da risorse rinnovabili.

 

Tutte politiche pensate per un mondo più pulito. Ma le lobby della green economy rappresentano l’esercito della salvezza per l’Africa? Qualche dubbio sorge. Soprattutto se trasparenza e good governance non saranno gli strumenti quotidiani di gestione del business. L’industria “verde” è mineraria. Le tecnologie pulite necessitano di beni che si nascondono in grandi quantità nel sottosuolo africano. Il pericolo è che l’economia verde si trasformi, com’è successo con il petrolio, in una maledizione per le popolazioni locali africane, sfruttate nel lavoro e derubate delle loro terre.

 

Non solo. Land grabbing (accaparramento delle terre), land banking (acquisizione delle terre per approfittare degli incrementi futuri dei prezzi) e terre per il biocarburante hanno effetti nefasti sui beni alimentari di prima necessità. Assieme alla finanziarizzazione dei prodotti alimentari e ai cambiamenti climatici, rappresentano, infatti, le ragioni principali per la volatilità e instabilità dei prezzi, che hanno portato, secondo dati della Banca mondiale, oltre 44 milioni di persone nel 2011 a finire in povertà. Le famose rivolte del pane sono state la concausa dei tumulti nel mondo arabo e in molti paesi dell’Africa subsahariana.

 

I possibili effetti collaterali della green economy non devono, tuttavia, essere motivo di sfiducia. O di rinuncia. Ma non si può neppure pensare che siano la soluzione a problemi che hanno la loro radice altrove: nell’avidità del profitto, nella cancrena della corruzione, nell’instabilità imposta.

 


 



Acquista l’intera rivista in versione digitale